immuni arriva a 5 milioni: ma non contano i download, conta come la si usa - Startupitalia
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Ultimo aggiornamento il 25 agosto 2020 alle 16:34

immuni arriva a 5 milioni: ma non contano i download, conta come la si usa

I numeri, comunque incoraggianti, non sono tutto. Quello che conta davvero è comprendere che cos'è e a cosa serve il contact tracing: che non è solo un'app, ma un modo di vivere che è la vera "nuova normalità"

In 3 mesi ha totalizzato 5 milioni di download: sono questi i numeri che ha comunicato il Ministero dell’Innovazione su immuni, l’app ufficiale del contact tracing italiano, che fa parte del meccanismo di gestione dell’emergenza sanitaria messa in piedi dallo Stato. Non è l’unico pezzo del puzzle, è uno degli ingranaggi della macchina che ha contribuito fin qui a dare una mano: sono 4 i focolai in cui i dati di immuni hanno giocato un ruolo importante, con più di 800 persone avvisate e che hanno potuto prendere le dovute precauzioni (dati del Ministero della Salute) facendosi testare per verificare se risultavano contagiate. È presto per dichiararsi soddisfatti, ma è un inizio: perché quel che conta in questa emergenza, che è una maratona e non uno sprint sui 100 metri, è la disponibilità degli strumenti giusti e soprattutto la mentalità di chi quegli strumenti li deve utilizzare.

 

Che cos’è immuni e come funziona

Il meccanismo di funzionamento di immuni è semplice, ma vale forse la pena di raccontarlo ancora una volta. Gli smartphone su cui è installata, grazie a una tecnologia messa a punto da Google e Apple congiuntamente, sfruttano il Bluetooth per inviare e ricevere codici casuali che si scambiano con altri smartphone nelle vicinanze: il sistema è pensato per essere il più possibile sicuro per la privacy di tutti, così che né chi la utilizza né eventuali malintenzionati possano risalire all’identità di chi incontrano. La scelta del Bluetooth è anch’essa legata a questo principio: niente GPS o codici unici del telefono (come il numero o l’IMEI), solo un software che tramite un algoritmo specifico cerchi di stimare quando un altro smartphone resta a meno di 2 metri di distanza per più di 15 minuti. I dati restano sempre al sicuro sullo smartphone: non lasciano mai la memoria locale.

 

immuni fa parte del più ampio meccanismo del contact tracing: quando si individua un nuovo contagio si cerca di risalire ai contatti avvenuti tra chi ha contratto la malattia (e magari è asintomatico, dunque non si è reso conto di poter essere a sua volta veicolo di contagio) e chi ha frequentato. Si cercano persone che ha incontrato e luoghi che ha visitato, così da evitare che si creino nuovi focolai: è una procedura che si svolge grazie al contributo di addetti specializzati, che fanno domande e indagini mirate, e che grazie a immuni hanno altri strumenti a disposizione. Nessuno, neppure il Ministero della Salute, può sapere chi si nasconde dietro quei dati anonimizzati: ma se chi risulta contagiato ha immuni sullo smartphone, può autorizzare una procedura che manda una notifica (sempre anonima) a chi per caso è stato con lui in contatto prolungato nei 15 giorni precedenti – e quest’ultimo o quest’ultima potrà farsi a sua volta controllare.

In sostanza, immuni è un complemento del contact tracing vecchio stile: serve ad arginare i focolai casuali, quelli a cui sarebbe difficile risalire tramite le indagini tradizionali perché magari sfuggono alle domande degli addetti e ai ricordi dei contagiati, perché anche il più preparato esperto che lavora con il più motivato paziente si scontra sempre con dei limiti oggettivi. È un pezzo del puzzle, come abbiamo detto: c’è immuni, c’è il contact tracing tradizionale, ci sono i test e quando necessario si ricorre alle cure mediche. Sono le famose tre T: tracciamento, test, trattamento medico.

Stiamo dando tutti i numeri

In questi mesi siamo stati bombardati dai numeri: i numeri dei contagi, i numeri dei decessi, i numeri dei download. Tra incrementi percentuali e curve logaritmiche o esponenziali, troppo spesso abbiamo guardato al singolo valore o alla interpretazione istantanea di quei dati per dare corpo volta per volta alle nostre insicurezze o per fugare i nostri timori. Anche in questi giorni stiamo assistendo al ripetersi della stessa dinamica: i numeri giornalieri sono in crescita, buoni per creare dei titoli accattivanti, ma esattamente come all’inizio di questa situazione sono pochissimi coloro i quali si sforzano di spiegare come vadano interpretati.

 

Al momento stiamo probabilmente vivendo gli effetti di un comportamento poco prudente da parte di un fetta della popolazione: chi ha abbandonato le precauzioni che erano state suggerite da più fonti autorevoli, relative a distanziamento e dispositivi di protezione, si è inevitabilmente esposto a un rischio che tutto era tranne che calcolato. Di positivo in questa situazione c’è probabilmente che oggi siamo più preparati rispetto ad alcuni mesi fa a testare su vasta scala i potenziali contagi: abbiamo più strumenti e più laboratori organizzati per processare i tamponi, dunque siamo in grado di intercettare prima i soggetti a rischio e di circoscrivere il diffondersi dell’epidemia.

La speranza di tutti è che i diversi vaccini in sperimentazione possano fornire uno strumento ulteriore: fino a quando non saranno messi a punto, tuttavia, occorrerà tenere un comportamento differente da quanto eravamo abituati a fare in passato. Una cena al ristorante, con le dovute precauzioni, è possibile: altre situazioni dove è più difficile rispettare le distanze, i racconti di chi è stato in discoteca in queste settimane lo dimostrano, sono decisamente più a rischio. Sono i comportamenti a essere a rischio, tuttavia, non i luoghi in sé: soprattutto, le conseguenze di un singolo gesto (non indossare la mascherina, non rispettare il distanziamento) sono amplificate su tutta la società che deve sobbarcarsi i costi della sanità e subire gli effetti a catena che coinvolgono chi si ammala e le loro famiglie.

Dove può arrivare immuni

Come dicevamo in apertura, quella che stiamo correndo è una maratona e non uno sprint breve: totalizzare 5 milioni di download in tre mesi, per immuni, non è un risultato eclatante ma è decisamente meglio di niente. 800 casi di potenziali contagi individuati sono una cifra difficile da valutare: ma sono comunque 800 notifiche in più di quante avremmo avuto senza immuni. Sperare che crescano in modo corposo è di per sé un controsenso: significherebbe che stanno aumentando i contagi tra la popolazione, ma se ciò si dovesse verificare con immuni avremmo la possibilità di anticipare alcune diagnosi, dunque arginare la catena di diffusione in modo più efficace.

 

 

La comunicazione sull’app è stata poi quantomeno ondivaga: nelle prime settimane sono state poche le voci del Governo e dei rappresentanti delle Amministrazioni regionali e comunali a spendersi in tal senso, ma negli ultimi giorni possiamo finalmente registrare un certo interesse a tutti i livelli. Politici locali e nazionali stanno consigliando immuni, persino alcuni Comuni e altre istituzioni stanno avviando programmi specifici per aumentare la conoscenza da parte della popolazione di questo strumento, di come si utilizza, e di cosa può fare per la collettività. Poi ci sono le campagne a mezzo stampa, che ora cercando di convincere la massa a installare e usare immuni.

 

 

Inevitabilmente ora l’adozione di immuni aumenterà, ma quale che sia la sua diffusione ciò che conta è che resta un pezzo di una macchina più complessa che serve ad arginare la diffusione del Covid19. Il suo impiego può rivelarsi decisamente utile, superate le ritrosie che l’hanno circondata: allo stato dei fatti è uno strumento a nostra disposizione che ben utilizzato può dare una mano ad arginare i focolai di infezione – sempre che la collettività decida di adottare le regole di civile convivenza che questa “nuova normalità” ci impone.

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