Positivi in aula, il Parlamento rischia il lockdown. Si studia il voto elettronico
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Ultimo aggiornamento il 17 ottobre 2020 alle 14:42

Contagi in aula, il Parlamento rischia il lockdown. Si studia il voto elettronico

Camera e Senato non possono rischiare di chiudere nel momento più buio per il Paese. Anche perché c'è una legge di Bilancio molto pesante (circa 40 miliardi) da votare. Cosa è stato fatto per scongiurare questo pericolo?

Il rischio di veder chiudere il Parlamento per Covid lo avevamo già corso a metà marzo. Nel frattempo, nel tempio della democrazia rappresentativa non è stato però fatto nulla per scongiurare il pericolo di essere costretti a sprangare le Aule proprio mentre il Paese vive la peggiore crisi dei tempi moderni. Anzi, la sola cosa a essere cambiata è che la Lega, la prima la scorsa primavera a presentare un testo di disegno legge sul voto elettronico, passata l’estate è divenuta improvvisamente contraria a tale misura, che pure permetterebbe alle Camere di continuare con i lavori da remoto, in totale sicurezza per gli onorevoli e per gli addetti.

Senato della Repubblica

© Senato

Intanto il Covid continua a contagiare i rappresentati dei cittadini. Soltanto poche ore fa sono capitombolati in quarantena – per fortuna senza alcuna sintomatologia seria – ben tre capigruppo: Mariastella Gelmini, presidente del gruppo di Forza Italia, Davide Crippa, guida del gruppo grillino e l’omologo di Fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida. Positiva anche la deputata campana di M5s Conny Giordano. Il deputato del Pd Enrico Borghi parla di Montecitorio come di una «roulette russa» e ricorda che «la scorsa settimana 45 parlamentari della maggioranza out causa Covid». «Mi chiedo – ha domandato retoricamente – che cosa debba accadere ancora per svegliare dall’inanità chi di dovere».

Verso il voto elettronico?

E mentre il collega Stefano Ceccanti lancia una raccolta firme per chiedere una modifica del regolamento e consentire così il voto elettronico, il presidente della Camera, Roberto Fico, ha annunciato una audizione cui prenderanno parte anche costituzionalisti per verificare la fattibilità di attuare le votazioni da remoto. Già, perché di mezzo ci si mette proprio la Carta Costituzionale, che all’articolo 64 comma 3 recita: «Le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento in seduta comune non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti».

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O si trova un modo di interpretarla in modo più estensivo, magari agendo sui regolamenti parlamentari, o il rischio è che l’unica alternativa sia un processo di riforma costituzionale, che si caratterizza però per l’iter aggravato e il doppio passaggio di conferma delle due assemblee. Adesso come adesso mancherebbe sia il tempo per mettervi mano sia il numero sufficiente di parlamentari, tra quelli a letto con l’influenza e gli altri in quarantena precauzionale.

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, all'Europarlamento

Gli esempi del Parlamento europeo e statunitense

Altrove le regole sono state cambiate con maggior facilità. Al Parlamento europeo, per esempio, nella sessione plenaria straordinaria del 26 marzo, a Bruxelles, ben 687 europarlamentari su 705 hanno votato per la prima volta da remoto per approvare misure congiunte a contrasto dell’emergenza Covid-19. E le votazioni a distanza continuano con regolarità.

Negli USA il 20 maggio scorso la presidente della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, ha autorizzato per un periodo di 45 giorni la possibilità per i membri della Camera di esprimere il proprio voto a distanza.

Senato della Repubblica

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In pericolo legge di Bilancio e Recovery plan

Da noi non sarà altrettanto facile decidere sul voto elettronico. E mentre politici, giuristi e politologi discutono, il virus si aggira indisturbato tra gli scranni rossi. Una sola certezza: la chiusura del Parlamento, nel momento più difficile del Paese, segnerebbe di certo l’ora più buia per la nostra democrazia e, in più, rischierebbe persino di rinviare non solo l’approvazione della Finanziaria, che deve obbligatoriamente ottenere il via libera dalle due assemblee entro il 31 dicembre per non incorrere nei limiti dell’esercizio di bilancio provvisorio (niente possibilità per il governo di spesa extra, sarebbe come guidare una vettura col freno a mano tirato) ma anche di presentare con grave ritardo a Bruxelles il piano italiano di ricostruzione post pandemica necessario per sbloccare entro la prossima estate la prima tranche di aiuti del Recovery Fund. Insomma, non era il caso di pensarci prima al voto elettronico?

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