Vera Gheno
«Quale che sia il settore – ha premesso Vera Gheno – per trasmettere una competenza, pubblicizzare o protestare, ebbene qualsiasi cosa si compie con le parole. Perfino la meccanica ne ha bisogno». Senza neanche un secolo di vita, la lingua italiana si è diffusa come mezzo di comunicazione nazionale soltanto (e grazie) ai primi anni della televisione con i programmi di Mike Bongiorno e del maestro Manzi, che hanno fatto uscire un paese dalla guerra divertendo e insegnando. «Oggi viviamo nell’epoca della globalizzazione – ha aggiunto l’esperta – e le parole non hanno mai avuto un’importanza tanto grande».
Nel corso degli appuntamenti de “L’età ibrida” si è parlato di marketing, di opportunità del digitale, del lavoro che evolve a prescindere da chi non vuole rassegnarsi al cambiamento. Sullo sfondo la discussione ha sempre riguardato parole chiave di cui oggi si sente spesso ragionare come Phygital (ne ha parlato l’economista Nicolò Andreula) e di professionisti contaminati (così definiti dal formatore Giulio Xhaet). L’incontro con Vera Gheno è stata dunque un’occasione preziosa per fare il punto.
Paolo Iabichino
Prima dell’intervento di Vera Gheno, “L’età ibrida” ha accolto anche Pietro Azzara, CEO di Italia 4 Blockchain e di BlockchainItalia.io, la piattaforma per la “notarizzazione” di documenti e segreti commerciali che ha vinto il premio “Top of the PID 2020”per la categoria governance dei dati grazie all’utilizzo della blockchain. Termine che può confondere o, addirittura, intimorire: quanto è sicura per chi ha un’attività? ««La blockchain è come un grande database distribuito su tanti nodi della rete – ha spiegato Azzara – ogni volta che inserisco un’informazione, questa viene replicata su tutti i nodi. A quel punto, se io volessi modificarla dovrei agire ovunque. E questa è la sicurezza della tecnologia». Ed è quella su cui si basa il mondo delle criptovalute. «Un commerciante che accetta questo tipo di pagamenti si apre al mondo e ai turisti». Conoscere le parole ci porta dunque ad agire con maggior consapevolezza, scoprendo le opportunità delle tecnologia, senza subire i cambiamenti.
«Io penso al vocabolario come alla polaroid che ci svela un momento linguistico ben preciso – ha commentato Vera Gheno, che ha lavorato all’Accademia della Crusca e che oggi collabora anche con lo Zingarelli – nella lingua rimane il segno di quel che ci succede». Lo sconvolgimento provocato dalla pandemia non poteva dunque che lasciare tracce anche lì: uno su tutti, il lockdown è il termine che meglio fotografa l’evoluzione della lingua non nella “nuova normalità” di cui si sente spesso parlare – «una grande sciocchezza» secondo il curatore Iabichino – bensì nell’età ibrida in cui tutti siamo immersi.
Voluto da Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi nell’ambito del programma per l’innovazione dell’imprese del territorio Punto Impresa Digitale, il ciclo di appuntamenti vuole essere un’occasione per suscitare spunti utili a professionisti e non solo che, al netto delle difficoltà che tutti stanno vivendo, hanno a disposizione numerosi strumenti per cambiare e superare questo tornante della storia. Ma quali sono le regole da cui partire per comunicare bene? «Prima di tutto – ha argomentato Vera Gheno – dobbiamo partire da problemi diffusi: non ascoltiamo abbastanza e non riflettiamo abbastanza quando dobbiamo dire e scrivere qualcosa».
Per usare bene le parole, ha spiegato l’autrice, occorre avere consapevolezza e responsabilità. «Bisogna pattugliare costantemente i confini del proprio sapere; riflettere su quello che si comunica, soprattutto online dove gli errori possono diventare la pietra tombale della nostra reputazione; e infine, ma non meno importante, saper restare in silenzio». In un’epoca di comunicazione senza soluzioni di continuità, il non dire nulla non è affatto sinonimo di debolezza. «Il silenzio non è assenza di comunicazione: se non si è competenti in qualcosa è meglio stare zitti. Ma attenzione: non bisogna aver paura di comunicare se si ha qualcosa da dire. Il “silenzio degli intelligenti”, come lo chiamo io, è un rischio concreto».