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Nov 18, 2020

Semi per il futuro, il programma Huawei per gli studenti di tutto il mondo

Seeds for the Future, arrivato alla 7a edizione italiana, cambia pelle per adattarsi alla nuova normalità. E si allarga a più studenti per offrire sempre più contenuti tecnici e culturali

Nov 18, 2020

Semi per il futuro, il programma Huawei per gli studenti di tutto il mondo

Seeds for the Future, arrivato alla 7a edizione italiana, cambia pelle per adattarsi alla nuova normalità. E si allarga a più studenti per offrire sempre più contenuti tecnici e culturali

Curiosità, voglia di imparare, un pensiero rivolto a quello che aspetta gli studenti dopo l’università e l’attenzione degli atenei stessi a una formazione che sempre di più deve essere centrata sul reale fabbisogno di competenze del nostro mercato del lavoro. Sono tanti i punti di vista che abbiamo raccolto dai protagonisti, a vario titolo, del programma Seeds for the Future di Huawei: il punto di vista di chi, da studente, incontra forse per la prima volta una grande realtà multinazionale che opera nel settore della tecnologia; chi ha iniziato da studente e oggi si trova a lavorare proprio in quell’azienda che ha conosciuto durante una edizione precedente di SFTF; infine chi, con la responsabilità di dover modellare il percorso formativo degli studenti, cerca le strade migliori per offrirgli sempre qualcosa di più – anche quando lo stravolgimento delle nostre abitudini impone un cambio drastico dei programmi.

Opportunità nostrane

Partiamo da un punto fermo: l’Italia non è una nazione impreparata sul piano tecnologico, ma soffre di una carenza di laureati in queste discipline che ci impedisce probabilmente di sfruttare appieno alcune opportunità. Ne è convinto il professor Nicola Blefari Melazzi, ordinario della cattedra di Telecomunicazioni a Tor Vergata, che dipinge un quadro in chiaroscuro: “Si parla spesso di 5G – spiega in una chiacchierata con StartupItalia – e delle potenzialità della nuova componente radio: ma la vera rivoluzione per noi è che la rete e i servizi che girano sulla rete oggi si costruiscono anche e soprattutto attraverso il cloud, ed è in questo settore che l’Italia potrebbe avere grandi opportunità. Il nostro tessuto industriale, fatto da PMI, è perfetto per sviluppare questo tipo di applicazioni: abbiamo dalla nostra anche una tradizione di ricerca nel settore, di cui ci siamo persi per strada molti pezzi, ma forse qualche ramo di questa pianta può ancora tornare a fiorire se viene annaffiato un po'”.

Tralasciando l’aspetto politico e strategico della questione, il professore punta il dito soprattutto su quanto è di sua stretta competenza anche in qualità di direttore del CNIT (che in questa edizione ha avuto un ruolo chiave, coinvolgendo la propria rete di docenti che ha fatto da ponte con gli studenti): ovvero la formazione, la creazione di una nuova leva di tecnici con le competenze giuste per svolgere questo tipo di lavoro e per ricoprire quei ruoli che sono estremamente richiesti – e non solo in Italia. Il problema è anche questo: “Non abbiamo abbastanza studenti interessati all’ICT in Italia – spiega – ma fatto ancora più grave si laureano ancora meno di quanti si iscrivano a una facoltà scientifica e in molti, i migliori, finiscono per emigrare all’estero”. Col paradosso che tutto l’impegno profuso dalle università per aggiornare, modificare, modulare la propria offerta formativa finisce per produrre i migliori tecnici e manager che vengono poi assunti da aziende straniere.

 

Non è quindi solo questione di formare bene uno studente, in quello non siamo secondi a nessuno, ma anche quello di metterlo in condizione di comprendere che in questo settore ha un futuro e che a due passi da casa potrebbe scovare delle opportunità analoghe a quelle che potrebbe incontrare fuori dai confini dell’Italia. Il professor Blefari Melazzi fa degli esempi molto calzanti: i tempi sono maturi per sviluppare applicazioni e servizi per la telemedicina, tema quanto mai attuale, e l’Italia ha le competenze per farlo e pure il bisogno di sfruttare al massimo questo tipo di industria. Poi ci sarebbe il capitolo cybersicurezza, ma qui torniamo al punto iniziale: far comprendere agli studenti che cosa c’è lì fuori ad aspettarli, se possibile farli già conoscere e quasi adottare dalle aziende, farli crescere con loro e ottenere così un importante feedback anche sulla qualità dell’insegnamento che gli viene impartito. Un circolo virtuoso in cui programmi come Seeds for the Future possono giocare un ruolo significativo.

Un po’ di sana curiosità

Innegabilmente stiamo vivendo un momento inedito per l’organizzazione delle nostre vite: stiamo cambiando le nostre abitudini, ci stiamo adeguando a una nuova normalità, stiamo costruendoci nuovi strumenti per fare ciò che spesso e volentieri eravamo abituati a fare in tutt’altro modo. È il caso della scuola e dell’università: momenti sociali e di socializzazione per definizione, che oggi invece vivono una fase transitoria verso un destino ancora incerto. Non è un discorso retorico, questo è davvero un momento in cui si può e si deve cercare di mettere tutto in prospettiva: ed è anche un momento in cui prendere fiato e cercare di immaginare come far fruttare questa fase sospesa tra presente e futuro. Ed è esattamente quanto racconta di aver fatto Sofia Casarin, una dei 50 studenti selezionati da Huawei per l’edizione 2020 di SFTF dopo che aveva presentato la sua candidatura grazie al suggerimento di uno dei suoi docenti.

 

“Ho pensato a come far fruttare al massimo un'esperienza come questa”

 

Sofia Casarin, una delle studentesse selezionate per SFTF2020 da Huawei

“Ho pensato a come far fruttare al massimo un’esperienza come questa, in un momento in cui un tirocinio o uno stage tradizionale è di fatto impossibile – racconta a StartupItalia – Il mio sogno sarebbe di lavorare all’applicazione di algoritmi di machine learning a diversi settori come la computer vision, il digital imaging, l’analisi delle emozioni e del sentiment, anche a bordo di uno smartphone: quando il mio professore ci ha mandato un’email in cui ci segnalava questo progetto ho pensato fosse senz’altro un’occasione da cogliere”. Sofia ci spiega che ha provato a non crearsi troppe aspettative e a non anticipare nulla di quanto avrebbe studiato e appreso nel corso dei seminari (quest’anno forzatamente tutti svolti da remoto con speaker cinesi, internazionali e italiani): l’obiettivo, in un certo senso, era anche comprendere se questo settore potrà diventare quello in cui cercare occupazione al termine dell’università. E il risultato, ci anticipa, è stato più che positivo.

 

“Ho visto entusiasmo e preparazione nei relatori, anche nel modo in cui avevano preparato il materiale di supporto”: per lei, che studia all’Università di Padova, il tema del 5G era cruciale anche per un esame che arriverà a gennaio. Sorride nel raccontare che il seminario apposito, inserito nel percorso SFTF, le ha dato una gran mano a mettere ordine nei suoi appunti e nelle nozioni apprese fin qui. La sua lezione preferita, però, è stata quella di mandarino: ed è dello stesso parere anche un’altra studentessa che abbiamo sentito, Silvia Palmucci che studia a Siena, che in quel momento ha visto un ponte tra due culture – proprio il motivo per il quale aveva deciso di iscriversi, anche lei dopo aver ricevuto una email da parte di un suo professore che segnalava questo programma.

 

“L'importante è pensare sempre in grande”

 

Silvia Palmucci, una delle studentesse selezionate per SFTF2020 da Huawei

“Il mio percorso, oltre che professionale, è rivolto non solo alle possibili applicazioni lavorative ma anche alla mia crescita personale, alla creazione di quella cultura generale che dovrebbe essere la più ampia possibile per tutti – spiega a StartupItalia – E poi penso che ci siano talenti in abbondanza qui in Italia, e che con le scelte giuste e le opportunità giuste ci possano essere occasioni importanti da cogliere”. Nelle parole di Silvia sentiamo l’eco di quanto ci diceva il professor Blefari Melazzi: una vocazione alle materie scientifiche in chiave interdisciplinare che le permetta di misurarsi con la ricerca pura, se deciderà di restare nell’ambito accademico, o di aprirsi un vasto ventaglio di opportunità fuori dall’università: ma restando qui in Italia. Non ha ancora le idee chiarissime sul proprio futuro, ammette Silvia, ma una cosa ce l’ha chiara in testa: “L’importante è pensare sempre in grande”.

 

Esplorare il futuro

Abbiamo visto dunque cosa accade a monte e a valle di questo percorso: ma cosa c’è nel mezzo? Per capirlo, per comprendere il meccanismo che c’è dietro l’organizzazione di Seeds for the Future (che quest’anno comprendeva, come detto, corsi online preparati ed erogati da dipendenti italiani e cinesi di Huawei assieme ad ospiti e speaker da tutto il mondo), abbiamo fatto quattro chiacchiere con qualcuno che ha attraversato per intero il programma. Alessandro Gattolin, oggi Solution Architect & Technical Director per Huawei, ha conosciuto l’azienda proprio grazie all’edizione 2017 di SFTF: “Quell’anno sono andato in Cina a visitare il campus, era il primo viaggio importante da solo, con persone che non conoscevo – ricorda – Lì ho capito che Huawei fa molte cose diverse, che non è soltanto fatta di smartphone: ho toccato con mano il percorso che l’azienda stava compiendo per allargare il proprio raggio d’azione a tutto il mondo ICT, un percorso che si sposava perfettamente col mio percorso universitario a cavallo tra ingegneria delle telecomunicazioni e informatica”.

 

All’epoca del viaggio Alessandro studiava al Politecnico di Milano: due settimane dopo la laurea stava già sostenendo colloqui per entrare nella stessa azienda che l’aveva portato dall’altra parte del mondo. “Ricordo che avevo trovato un ambiente interessante, stimolante, ma soprattutto sapevo di voler lavorare in un contesto internazionale: qui ogni giorno mi confronto con i colleghi del quartier generale (in Cina, ndr), o con quelli della divisione indiana o di un Paese dell’Europa dell’est. E soprattutto – racconta – ho scoperto che abbiamo approcci culturali diversi ma complementari. Per esempio, noi italiani cerchiamo sempre di trovare una soluzione artistica, per così dire, per superare i limiti strutturali: quando mi devo confrontare con i colleghi cinesi devo invece seguire un ordine rigoroso, passo dopo passo, nello sviluppo”.

 

“Sono ripartito da zero: ho usato lo stesso approccio dell’università, ma è stata una sfida”

 

Seeds for the Future, inoltre, è servito anche a costruire una rete di conoscenze e contatti che per Alessandro è preziosa ancora oggi: alcuni degli studenti che hanno partecipato con lui al programma sono diventati suoi colleghi e non tutti sono italiani, dunque può contare su un network di riferimenti in altre country che può sempre tornare utile. Anche perché è buona prassi interna scambiarsi informazioni sulle soluzioni trovate e quelle che hanno riscosso più successo, così da poterle replicare. “La chiave – conclude – è non focalizzarsi su un’unica direzione: al Politecnico ho imparato una metodologia di approccio ai problemi che uso tutt’ora: però SFTF è un programma che si affianca all’università, che offre una visione concreta del mondo reale. Ho imparato a misurarmi col prodotto che deve essere venduto, che deve funzionare: ho lavorato sulle mie competenze, e non solo quelle tecniche. Sono ripartito da zero: ho usato lo stesso approccio dell’università, ma è stata una sfida”.

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