PatchAi vince la tappa italiana della Startup World Cup - Startupitalia
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Ultimo aggiornamento il 15 Dicembre 2020 alle 17:08

PatchAi vince la tappa italiana della Startup World Cup

Accelerare la ricerca clinica è possibile, con il primo chatbot empatico progettato da PatchAi!

Sarà il team di PatchAi a rappresentare l’Italia nella finalissima della Startup World Cup 2021 che si terrà a novembre 2021. Il team dell’organizzazione sta organizzando le tappe paese per paese, per decretare le startup in rappresentanza di ognuna delle 60 nazioni partecipanti che andranno a contendersi il premio finale di 1.000.000 di dollari.

PatchAi è la startup con tool proprietario di intelligenza artificiale che aiuta la ricerca clinica a determinare l’aderenza di ogni paziente ad una specifica cura farmacologica in sperimentazione e ad analizzare l’engagement di tutto il gruppo di studio. È questo il progetto ad aver attirato l’attenzione dei giudici della tappa italiana di Startup World Cup, giuria che, per la prima volta, era composta da attori prevalentemente internazionali. Si, perché come diciamo sempre in ognuno dei nostri articoli, lo startupper è oggi chiamato ad individuare esigenze di mercato globali e non più nazional/locali, in un mondo dove l’economia è agevolata dalla mancanza di barriere tecnologiche e fisiche.

 

PatchAi nasce dall’esigenza di Alessandro Monterosso, 30enne infermiere pediatrico specializzato in ricerca clinica ed oncologica, di avere un tool che lo aiutasse a seguire contemporaneamente molteplici pazienti e ad analizzare la montagna di dati raccolti in maniera veloce, efficiente e minimizzando quanto più possibile i Bias creati dall’intermediazione umana.

 

“Oggi la ricerca clinica si basa per il 50% su questionari cartacei compilati dal paziente stesso o dall’intervistatore,” Commenta Alessandro Monterosso, Co-Founder e CEO di PatchAi, “con grande dispendio di tempo per la trascrizione e problemi creati dall’intermediazione; un altro 50% si basa su electronic data capture systems, tool digitali che collezionano i dati oggettivi ma non sono in grado di influire e di determinare il livello di engagement e usability della terapia. In realt, il problema più grosso che ha la ricerca clinica è proprio quello della bassa aderenza, ovvero il low engagement del paziente al progetto di ricerca.”

Per cercare una risposta a questo problema, Alessandro decide di iscriversi nel 2017 al MIHMEP, Master of International Healthcare Management, Economics and Policy di SDA Bocconi. Capisce che invece di trovare soluzioni da altre parti, la cosa migliore è sviluppare hard e soft skill che lo rendano in grado di “costruirsi” la risposta da solo. O con un team. E il team arriva subito, formato da tutti coloro che sono oggi alla “guida” di PatchAi: Kumara Palanivel, Co-Founder & CBDO, medico indiano con base in Germania; Filip Ivancic, Co-Founder & COO, farmacologo serbo; Daniele Farro, Co-Founder & CAO, infermiere e Direttore Sanitario.

Durante il Master in Bocconi viene chiesto ai partecipanti di elaborare un’idea che potesse diventare un’azienda. All’idea di Alessandro prendono parte dieci compagni. L’idea viene presentata, dopo pochi mesi, alla Call for Ideas lanciata da Cariplo Factory in collaborazione con Novartis e IBM. Con quest’ultima nasce una partnership per lo sviluppo della parte tecnologica, mentre con i primi si sviluppano dei primi progetti test per valutare la bontà del tutto.

 

Ne seguono dei percorsi di accelerazione e poi incubazione, come quello con Digital Magics. PatchAi diventa quindi “reale” e  i 4 Founder decidono, a gennaio 2019, di abbandonare i reciproci lavori e di dedicarsi full time al progetto.

Il primo round di investimenti gli permette di sviluppare il primo prototipo; il secondo di poter allargare il team assumendo delle persone con competenze verticali.

“Il valore aggiunto di PatchAi sta nella sua completa personalizzazione del logaritmo sulla base dei comportamenti ed esigente del paziente e non dell’intervistatore.” Prosegue Alessandro: “Si parte da 5 modelli di “personalità” ben definiti ed individuati a livello internazionale. Da qui, grazie ad una collaborazione molto stretta con lo Human Inspired Technology Centre dell’Università di Padova, abbiamo creato un team interdisciplinare di professionisti fra cui psicologi, linguisti, ingegneri ed informatici che studiano e adattano la personalità dell’assistente virtuale secondo molteplici casistiche che possono aggiungersi alle caratteristiche delle 5 personalità iniziali.”

Cosa significa in pratica? È tutto molto semplice in realtà: quando da ambo le parti, o un’industria farmaceutica, o un’associazione di pazienti, si ha necessità di avere le “real world evidences” degli effetti di una nuova cura farmacologica, non si ha solamente bisogno di comprendere quali siano gli effetti collaterali chimici e fisici apportati alla salute del paziente, ma, soprattutto, la bontà dell’aderenza del singolo alla terapia. Quindi, se da una parte si è coscienti che dover seguire una terapia quotidiana e già di per sé complicato e stressante, come poterne valutare l’effettiva aderenza se si aggiungono al singolo interminabili questionari quotidiani a cui rispondere?

La risposta è: trasformando il questionario in una conversazione. L’assistente virtuale pone delle domande semplici e chiare al paziente. Lo fa nel linguaggio quanto più simile alla sua personalità e “guida” la conversazione per poter ricevere esclusivamente le informazioni che gli servono per poter stilare una relazione sullo stato dell’arte della terapia di quel determinato paziente.

Insomma: è un po’ come una whatsappata mattutina fra una madre e un figlio quando quest’ultimo si reca in vacanza da solo con gli amici!

Ma qual è il potenziale di mercato di questo servizio? Ad oggi PatchAi ha due clienti: Novartis e Roche, che sono fra le big Pharma mondiali. Ma la vera potenzialità è quella di poter controllare e determinare la bontà della terapia non solo nei casi di ricerca clinica, ma anche per le pratiche standard e quindi per persone in terapia per il diabete, il cancro, l’epatite, l’hiv: tutte quelle patologie che possono essere tenute a bada con terapie che le rendono “croniche”. Oltre che uno strumento per le pharma quindi, potrebbe essere un utilissimo strumento anche per il Servizio Sanitario Nazionale.

Abbiamo chiesto ad Alessandro, a distanza di un solo anno di commercializzazione, quali fossero stati i più grandi risultati raggiunti e i progetti (concreti) per il futuro:

“In un anno siamo passati dall’essere una squadra di 4 persone alle odierne 21. Il fatturato è arrivato a circa 400.000€ ma in realtà è stato solo un anno di prove. Per il 2021 abbiamo già disegnato un business plan che ci porterà a raggiungere 1.200.000€ di fatturato con solo un terzo dei clienti che abbiamo già individuato come prospect. Per poter rispondere a questa domanda crescente, abbiamo anche disegnato un piano di assunzioni che porterà il team a 50 componenti. La sfida più grande sarà poi arricchire il servizio al paziente di PatchAi aggiungendo una serie di device esterni, wearables e non (glicometri, misuratori di pressione eccetera) che parlino automaticamente con l’assistente virtuale e collezionino i dati clinici. Questo porterà PatchAi a passare dalla categoria di Medical Device di classe 1 a Medical Device di classe 2, avendo quindi un a funzione sempre maggiore di reale supporto al paziente.”

Uno studio di una delle più grandi società di consulenza internazionali ha individuato la sospensione o il ritardo del 78% degli studi clinici durante il lockdown. Questo tremendo contraccolpo è dovuto principalmente al fatto che questi studi erano effettuati dal vivo e non con ausili digitali.

PatchAi andrà a rappresentare il nostro ecosistema start up nel mondo e per questo abbiamo chiesto ad Alessandro se ci fossero progetti di internazionalizzazione.

 

“Ci sono fin dall’inizio e li abbiamo perfezionati grazie al programma di accelerazione che abbiamo seguito con Plug&Play, incubatore di Google nella Silicon Valley, che ha scelto solo noi in Italia come realtà per loro interessante su cui investire. Il nostro assistente virtuale parla già 22 lingue. Stiamo ora ottimizzando i dialoghi per tutte quelle lingue che hanno una scrittura che va dalla destra alla sinistra, ma per tutte le altre lingue siamo già pronti anche grazie alla collaborazione con agenzie di traduzione locali e psicologi locali che devono avvallare le traduzioni proposte. Abbiamo già richieste di collaborazione che vengono dal Belgio, Spagna, Francia, Germania, Svezia, Turchia e Israele. Manca solo la firma dei prospect. Speriamo arrivi!”

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