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Il cimitero delle startup mai nate

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Il cimitero delle startup mai nate

Un designer pugliese ha creato un sito dove raccoglie i progetti di impresa falliti. Si chiama Kickended e racconta il lato oscuro della digital economy (ma anche un po’ della vita digitale)

Un designer pugliese ha creato un sito dove raccoglie i progetti di impresa falliti. Si chiama Kickended e racconta il lato oscuro della digital economy (ma anche un po’ della vita digitale)

Un designer italiano ha raccontato col linguaggio di internet il lato oscuro della digital economy. Ma anche un po’ dell’era in cui viviamo. I suoi progetti sono stati raccontati quasi più all’estero che in Italia. E hanno riempito le pagine di giornali come il Financial Times e il Washington Post. E’ difficile definire esattamente cosa fa Silvio Lorusso. E’ un designer, ma è anche un artista e un appassionato del mondo digitale. I suoi progetti più che siti li definisce «opere d’arte». «Opere d’arte digitali», così la chiama. «In fondo cosa fa l’arte? Ci fa vedere il mondo in cui viviamo con logiche e modi di espressione propri. A volte critici, ma che comunque mettono in dubbio le nostre certezze». Uno dei suoi progetti di maggiore successo è Kickended. Un sito dove raccoglie tutti i progetti che non hanno avuto alcun successo su Kickstarter (che è appena sbarcato in Italia). Il cimitero delle startup mai nate. Il sommerso del crowdfunding. Tutto ciò che ha accolto zero euro. Che non comparirà mai su alcun blog o sito.

Lorusso

30 anni, nato ad Altamura, si è appassionato ai temi del digitale durante un master all’Institute of network culture di Amsterdam. «Il loro approccio accademico nei confronti del digitale è piuttosto critico. Ci facevano studiare quale impatto sulla conoscenza collettiva può avere un mondo dove le informazioni le cerchiamo su Google e Wikipedia». Lui ha un approccio forse meno critico, ma comunque dissonante. E lo ha applicato ai temi dell’economia digitale. «Noi conosciamo solo quello che emerge come caso di successo da piattaforme come Kickstarter. E’ quello che fa notizia. Perché viviamo in un mondo dove il successo è un imperativo. Farlo e mostralo sui social. Non si smette mai di fare personal branding. Siamo tutti come piccole aziende che curano la propria immagine online, e raccontiamo solo la nostra parte migliore». Dietro quella parte però c’è il resto. Il non detto. Il rimosso della narrazione collettiva che leggiamo (e scriviamo) in rete.

Il valore del fallimento (e della sua cultura)

Ma quel rimosso ha un suo senso. Un suo valore. Dal punto di vista culturale soprattutto. Perché fallire non è una colpa, ma una possibilità tra le altre. Soprattutto nel mondo dell’impresa. Forse è anche per questo che le celebrazioni sono arrivate soprattutto da giornali economici. Il Finacial Times si è sbilanciato arrivando a titolare «Perché conoscere Kickended è importante» e il motivo, per il quotidiano londinese, è che ci ricorda che il mondo è sempre parziale. Sistematicamente parziale. Leggiamo, scriviamo, raccontiamo una scelta. E quella scelta è dettata da fattori culturali condivisi. In questo caso, celebrare il successo. Come quelli delle startup su  Kickstarter. Ma abbiamo mai letto, o sentito parlare di cosa succede nella media delle cose? Di come quel mondo va in realtà? «Mi ha molto sorpreso l’interesse del Financial Times, mi aspettavo riviste d’arte, di design, e invece è stato il mondo finanziario il più attratto dai miei progetti». E la digital economy è diventata un linguaggio dell’arte. In html.

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Oggi è a all’ultimo anno del dottorato di ricerca in scienza del design in uno dei centri di ricerca più importanti del settore in Italia, lo Iuav di Venezia. Se gli si chiede come mai si è appassionato al mondo del digitale lui replica: «Come potrei non esserlo? E’ il mondo in cui viviamo, riguarda il nostro quotidiano». E fuga il dubbio che lui in fondo non ne apprezzi molto le logiche dicendo che lui in quel mondo è pienamente immerso. «Faccio esattamente lo stesso che fanno tutti sui social, non li disprezzo ma li frequento come tutti». Non lo disprezza. Lo vive. E lo racconta.

Lorusso non è l’unico ad essersi occupato di questi temi e modi di rappresentare il mondo digitale. Ma è tra i pochi in Italia. C’è un sito piuttosto noto francese che si chiama LePetiteTube, che raccoglie tutti i video che hanno fatto zero visualizzazioni. Oppure Autopsy.io, un sito che raccoglie tutte le storie le cause e i fallimenti delle startup nel mondo. Lo scrittore Rob Walker l’ha definito «sad internet», il lato triste di internet. Che c’è, che è la maggior parte di internet, ma che non si racconta. Il designer pugliese ha messo su un sito quello dove muoiono i sogni delle startup. «Alcune sono storie molto belle, altre tragiche. Su Kickstarter non ha raccolto nemmeno un euro il ragazzino senza braccia che dipinge quadri con la bocca. O il soldato reduce dell’Iraq che voleva pubblicare in un ebook le proprie foto dal fronte. Altri sono progetti d’impresa anche validi in linea teorica. Oppure cose senza senso. Ma l’importante non è cosa non ha raccolto i fondi secondo me. Ma raccontarlo».

Il 70% dei progetti su Kickstarter non soddisfa gli investitori

Il suo sito è un semplice redirect da Kickstarter dove si raccolgono i progetti non finanziati. Il 44 percento dei progetti sulla piattaforma di crowdfunding raggiunge l’obbiettivo previsto per il successo della campagna. In uno studio della Harvard Business School si racconta che il 70/80 percento dei progetti non riescono a dare ai propri investitori il ritorno economico previsto. Mentre il 30/40 percento falliscono poco dopo la chiusura della campagna, il che vuol dire che gli investitori perdono in questi casi tutto o parte del danaro messo nell’azienda. Ed è quello che succede al di là dei casi raccontati. Siano essi smartwatch Pebble o insalate di patate da 35 mila dollari. Nota: per chi lavora sugli analytics di Google per controllare il traffico del proprio sito, provate a dare un’occhiata qui. Anzi, ascoltate più che altro.

Arcangelo Rociola
Twitter: @arcamasilum