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Le Brigate Volontarie per l’Emergenza: un aiuto dove ce n’è bisogno

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Le Brigate Volontarie per l’Emergenza: un aiuto dove ce n’è bisogno

Oltre mille persone, da Milano ed ora in tutta Italia, che costituiscono le Brigate Volontarie per l’Emergenza, si sono organizzate per aiutare, sostenere e non lasciare sole le persone invisibili ma ben presenti in ogni grande città d’Italia durante il lockdown e non solo.

Oltre mille persone, da Milano ed ora in tutta Italia, che costituiscono le Brigate Volontarie per l’Emergenza, si sono organizzate per aiutare, sostenere e non lasciare sole le persone invisibili ma ben presenti in ogni grande città d’Italia durante il lockdown e non solo.

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Ci piacerebbe iniziare ad elencare non solo quanto ha distrutto e messo in stand by quest’anno di CoVid19, ma anche qualche eresità positiva, che siamo sicuri possiamo essere in grado di trovare. Un esempio: le molte associazioni di solidarietà ed aiuto nelle grandi metropoli, ma anche nei grandi centri abitati di tutta la penisola, realtà solitamente poco inclini al mutuo aiuto, che invece si crea spontaneamente nei centri più piccoli grazie a un più forte senso di comunità. Un esempio? Le Brigate Volontarie per L’Emergenza.

 

Se chiedete alla Brigate Volontarie per l’Emergenza, un nuovo Ordine di Volontari che si è costituito durante lo scorso lockdown, Milano non è solo l’incarnazione del fashion, design, ricchezza, economia e festini di imprenditori e calciatori. Ci sono migliaia di persone che ogni giorno lottano per sopravvivere. E questo è sempre più vero oggi, dopo che un primo lockdown aveva già messo in ginocchio la capitale economica del paese e un secondo sta creando sacche di povertà che riescono a sopravvivere solo grazie a dei veri e propri combattenti del bene: gli oltre 1.00 volontari cittadini, appunto, delle Brigate Volontarie per l’Emergenza.

L’8 marzo 2020 in molte parti d’Italia i carcerati hanno manifestato per protestare contro l’imminente stop alle visite famigliari, uno dei pochi momenti che i detenuti hanno per rimanere in contatto con il mondo esterno. Di lì a poche ore sarebbe scattato il lockdown e tante persone già attive nell’associazionismo si sono ritrovate sotto le finestre di queste carceri, per capire meglio quale fosse la situazione e cosa stesse avvenendo. Fra loro, a Milano, Valerio Ferrandi, 35 enne freelance.

 

Chi pensa ai dimenticati?

Spontaneamente, come lui, altre decine di persone, senza organizzazione si sono ritrovate per esprimere solidarietà ai detenuti. Nonostante la pandemia ed il lockdown spaventassero tutti, loro hanno comunque scelto di essere vicino agli “ultimi degli ultimi”. Da qui, prima ancora di pensare a loro stessi, una domanda: “Chi penserà a tutti coloro che già quotidianamente sono dimenticati?”. Ne è nato un progetto per aiutare tutte quelle persone invisibili perché lavoratori in nero, persone che hanno appena preso il permesso di soggiorno o che non riescono ad integrarsi nella società da anni.

Si potrebbe chiamarli “proletari”, come fa Valerio. Noi preferiamo la categoria “in disagio economico”. Sono tutte quelle persone che già faticano ad arrivare a fine mese in periodi normali e che, con il lockdown, non possono più percepire nemmeno quel minimo che gli bastava per portare a tavola due pasti al giorno.

 

Valerio e molte altre persone decidono di costituire le Brigate Volontarie per l’Emergenza: divise per quartiere hanno lo scopo di aiutare le persone in necessità distribuendo farmaci, cibo e beni di prima necessità.

“Il profilo delle persone che aiutiamo è cambiato con il tempo. All’inizio praticamente chiunque, oggi ci siamo concentrati su over 65enni senza aiuti famigliari, immunodepressi e lavoratori del mondo dello spettacolo, in nero, badanti, colf, ovvero chiunque sia invisibile all’INPS.

Come li avete individuati?

“Molti di noi sono persone già attive nell’associazionismo e nella vita di comunità del proprio quartiere. Siamo partiti da qui e abbiamo fatto in modo che la voce si spargesse, sia porta a porta sia attraverso i social network. A quel punto ci siamo accorti che le persone che avevano bisogno di aiuto erano più di quelle che ci aspettavamo. Oggi abbiamo attivato anche un centralino che ci permette di mappare i casi più bisognosi e di stabilire per quanto tempo hanno bisogno del nostro aiuto.”

Da dove prendete il cibo necessario?

“All’inizio attraverso le spese solidali all’interno di supermercati. Siamo riusciti, da soli, a raccogliere 60 tonnellate di cibo a cui si sono aggiunte altre 20 tonnellate donateci da due grandi aziende. Tutto questo nelle prime settimane di attività. Oggi, che siamo più conosciuti nei quartieri, raccogliamo anche i “resi” dei negozi alimentari, panettieri e bar di quartiere e poi abbiamo l’aiuto di Emergency che può farci contare su ulteriori prodotti da distribuire.”

I volontari delle Brigate Volontarie per l'Emergenza. Photo credit: Brigate Volontarie per l'Emergenza

 

Quindi collaborate con Emergency?

“Si, ed è nato tutto perché eravamo consapevoli che un conto è volere e un conto è potere. Avevamo bisogno di due cose: il permesso di poterci muovere liberamente per la città ed di essere formati velocemente da chi aveva già gestito situazioni del genere, per evitare di infettarci e di diventare noi stessi vettori dell’infezione. Abbiamo quindi contattato Emergency perché avevano già dei protocolli di comportamento per i volontari derivati dal loro impegno durante la gestione della crisi Ebola in Africa. Allo stesso tempo Emergency ha visto in noi un’opportunità: loro avevano i protocolli, mentre noi una presenza capillare nel territorio.”

 

 E come avete sistemato la questione della libertà di muoversi per la città?

 “Il corso di formazione è stato veloce e a quel punto eravamo in oltre un centinaio di persone disponibili a dare un aiuto concreto. La Presidentessa di Emergency Miccio e l’Assessore alle Politiche Sociali di Milano hanno firmato il Protocollo ‘Milano Aiuta’, un provvedimento che garantisce ai volontari la libera circolazione. Siamo stati forniti di pettorine gialle e badge di riconoscimento. Dopo un mese e mezzo si sono aggiunti a noi i volontari di altre associazioni.”

 

Come riuscite a controllare che chi vi fa richiesta di aiuto abbia davvero bisogno di pasti gratis?

“Il principio su cui ci basiamo è la fiducia. Inoltre non distribuiamo prodotti preziosi, si tratta di beni primari, non c’è motivo di richiedere quanto più del necessario e non esiste mercato nero per questi prodotti. Inoltre, grazie alla collaborazione con Emergency è nato il progetto “Nessuno Escluso”: oltre alla conoscenza diretta è stato istituito un call centre. Tutte le richieste che arrivano vengono registrate in un database che tiene conto di determinati fattori ai quali viene attribuito un punteggio. Il punteggio finale stabilisce il reale bisogno del nucleo famigliare e per quanto tempo.”

 

Quindi non è un aiuto “one shot”.

“Esattamente, è questo che ci differenzia, per esempio, da “Pane Quotidiano”. Loro distribuiscono cibo, noi, oltre a questo, aggiungiamo una conoscenza diretta delle persone, ci informiamo sul loro stato di salute, economico, se sono stati infettati. Ci poniamo l’obiettivo di seguire le persone più in difficoltà. Quelle che prendiamo in carico le seguiamo mediamente per due mesi.

 

C’è un profilo tipo della persona che chiede il vostro aiuto?

Sono i padri e le madri di famiglia: madri single rimaste in cassa integrazione o senza lavoro, badanti, colf in nero o padri di famiglia che senza uno stipendio continuativo non riescono a mantenere la famiglia. Per esempio seguiamo da poco una famiglia italiana: moglie colf in nero rimasta senza lavoro, marito proprietario di una piccola pizzeria di quartiere, per arrotondare faceva il magazzinieri per gli altri locali del quartiere. Una volta chiuso tutto, non è riuscito a mantenere la famiglia. Inoltre i figli non potevano più contare sulla mensa gratuita della scuola. Ha quindi chiesto il nostro supporto per fortuna. La gente si vergogna di chiedere aiuto. In una città come Milano essere poveri, in situazione di necessità, è considerato denigrante anche in quartieri di periferia.

 

Come siete organizzati per far fronte a questo nuovo lockdown da zona rossa?

“Innanzitutto ora abbiamo la formazione adeguata. Inoltre siamo cresciuti dai 150 che eravamo, agli oltre 1.000 volontari in tutta Milano. Riusciamo a coprire tutta la città con sedici brigate territoriali, più tre tematiche ed altre cinque nell’hinterland, che vanno a coprire Segrate, i comuni della Martesana, Peschiera Borromeo, Rho e Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo insieme. Fra poco si aggiungerà anche San Donato Milanese.”

 

Cosa sono le brigate tematiche?

“Le persone non hanno solo bisogno del pacco alimentare o che gli vengano portati i farmaci. Il lockdown crea solitudine e disparità educative. Sono quindi nati gruppi di volontari che portano il teatro nei cortili della case comunali o statali, cosicché gli abitanti possano seguire gli spettacoli dai balconi delle loro case; abbiamo formato 80 volontari con l’aiuto di psicologi e psichiatri professionisti, così da creare gruppi d’ascolto ed infine abbiamo creato un gruppo di volontari fotografi e videomaker che sono coloro che stanno costruendo un archivio di immagini disponibili a tutti che racconteranno questo momento storico e l’iniziativa dei volontari ai posteri”.

 

Quante persone assistete?

“Abbiamo portato la spesa, distribuito mascherine, medicinali, beni di prima necessità e supportato al telefono 20.000 persone. Ne prendiamo in cura, ovvero seguiamo continuativamente con turnazione bimestrale, circa 2.000 nuclei famigliari che rappresentano mediamente circa 6.000 persone. Abbiamo distribuito oltre 260 tonnellate di pasti.

 

Come fate a gestire e rendicontare tutto?

“Ci siamo appoggiati a Platform, un’associazione terza che si occupa di tutti questi aspetti amministrativi e che si è occupata anche dell’attività burocratica per registrarci come ODV, ovvero Organizzazione di Volontari di secondo livello. Il prossimo passo è quello di creare una federazione nazionale con tutte quelle associazioni che si sono create in altre città d’Italia dopo aver visto il nostro operato sui social network. Ci siamo incontrati a Luglio a Senigallia, in centro Italia. Erano presenti delegazioni da Catania, Napoli, Roma, Firenze, Pisa, Massa Carrara, Ancona, Senigallia (appunto), Bologna, Ferrara, Genova, Mantova, Pordenone, Piacenza, Torino, Brescia e Como.

 

Un esercito del bene! E il prossimo passo?

“Sono tanti i passi che siamo determinati a fare in realtà. Innanzitutto la creazione di questa Federazione nazionale. Abbiamo poi appena concluso una formazione dal vivo (pre ultimo lockdown, NdR) per insegnare ai volontari come effettuare il recupero alimentare anche negli ortomercati o nei mercati rionali, grazie alla collaborazione con l’associazione Recup.

Abbiamo poi altri progetti in fase di realizzazione: le campagne di tamponi gratuite o a prezzi bassissimi con personale medico in tensostrutture dedicate nelle piazze del quartiere.

Vorremmo poi effettuare dei progetti a supporto della DAD: non telematici, ma scegliendo grossi parchi o cortili delle case comunali, in cui i bambini possano seguire una o due ore di lezione distanziati si, ma all’aperto, così da alleggerire gli impegni dei genitori e far avere ai ragazzi un minimo di socialità e farli stare all’aria fresca.

Abbiamo poi un progetto in studio di fattibilità, che è però quello più importante: siamo nati con il CoVid e abbiamo visto che sappiamo muoverci con flessibilità, velocità ed efficienza nelle situazioni di crisi. Vogliamo rimanere anche dopo il CoVid e continuare a collaborare e dare il nostro valore aggiunto laddove si presenterà una nuova crisi: alluvioni, terremoti, incendi. Non ci spaventano queste cose e vogliamo poter dare una mano a tutte le persone in difficoltà estrema, agli ultimi fra gli ultimi in ogni situazione”