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Italiani e pandemia: sì al vaccino, fiducia nella sanità ma la crisi divide. E il morale è “appena sufficiente”

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Italiani e pandemia: sì al vaccino, fiducia nella sanità ma la crisi divide. E il morale è “appena sufficiente”

Il nuovo aggiornamento dell’indagine continuativa di Bva Doxa: governo al 47%, la propensione a vaccinarsi cresce, la colpa dei ritardi è delle aziende farmaceutiche

Il nuovo aggiornamento dell’indagine continuativa di Bva Doxa: governo al 47%, la propensione a vaccinarsi cresce, la colpa dei ritardi è delle aziende farmaceutiche

Con l’Italia per metà in zona rossa, e l’altra in arancione a eccezione della Sardegna, Bva Doxa torna con un aggiornamento del suo monitoraggio continuativo sugli impatti del Covid-19, su come gli italiani abbiano vissuto questi mesi e stiano vivendo questa fase, spaziando su molti fronti: dalla fiducia per il nuovo governo presieduto da Mario Draghi alle prospettive della campagna vaccinale passando per i risparmi, i consumi e gli acquisti, insomma per la situazione economica e l’orizzonte che abbiamo davanti.

I vaccini: Pfizer il preferito

Partiamo dai vaccini. Dall’ultima analisi esce che più della metà degli italiani è pronta a vaccinarsi immediatamente (57%) mentre per due su cinque rimangono alcuni dubbi. Fra i più favorevoli al vaccino c’è una particolare propensione da parte della fascia ritenuta più “a rischio”, cioè over 65. I dubbi sembrerebbero legati soprattutto al produttore del siero: il 65% degli italiani vorrebbe scegliere quali vaccino ricevere. Le preferenze vanno a Pfizer e Moderna mentre Sputnik supera AstraZeneca. In ogni caso, rispetto ai dati della ricerca globale di Win – il network internazionale di società di ricerche e sondaggi di opinione pubblica di cui Bva Doxa è socio fondatore – pubblicati a fine 2020, i dati più recenti mostrano che in Italia è cresciuta la quota di chi intende vaccinarsi.

Nello specifico, tra chi vorrebbe scegliere il vaccino quasi la metà (il 46%) si affiderebbe a Pzifer, seguito da Moderna con il 22% delle preferenze. Al terzo posto a sorpresa compare Sputnik – il vaccino russo al momento non ancora approvato dall’Ema e dunque non autorizzato dall’UE – in linea con AstraZeneca (10% vs 9%) e Johnson & Johnson, appena approvato dall’Ema (9%).

La fiducia nelle istituzioni sanitarie

La fiducia nelle istituzioni sanitarie, comunque, resta alta. Mentre l’esecutivo non suscita troppi consensi (47%), comunque in crescita di sette punti dall’insediamento dell’ex presidente della Bce di un mese fa. Bene Zaia, De Luca e Bonaccini tra i presidenti di Regione, indietro i governatori di Piemonte, Sicilia e Lombardia: Alberto Cirio (42%), Nello Musumeci (40%) e Attilio Fontana (38%).

A guidare la classifica della fiducia nelle istituzioni sanitarie sono gli ospedali regionali (71%), seguiti dal Sistema sanitario nazionale (69%). Decisamente più in basso rispetto alle istituzioni italiane la fiducia per l’Organizzazione mondiale della sanità (59%). Il consenso per i presidenti di Regione è al 52% mentre quello per il Parlamento Europeo è al 50%. “Quest’ultimo è il soggetto politico che, anche a fronte di un rinnovato europeismo sostenuto dalla nuova maggioranza di governo, è cresciuto di più negli ultimi mesi: +13% rispetto all’ultima wave del tracking di Bva Doxa” fa notare il gruppo.

Di chi è la colpa dei ritardi nelle vaccinazioni?

Rispetto alle difficoltà della campagna vaccinale, su cui è tornato nella sua prima uscita pubblica in tv il commissario Francesco Paolo Figliuolo, gli italiani se la prendono anzitutto contro le aziende farmaceutiche. In una scala da 1 a 10, il termometro segna un 7.5 di media nel misurare l’insoddisfazione per i ritardi nelle consegne da parte di Big Pharma, che, secondo i rispondenti, avrebbero invece dovuto rispettare gli impegni. Mentre per la maggioranza degli italiani i vaccini sono l’unica arma con cui sconfiggere il virus (in media, un consenso di 7.2 su 10), leggermente più controverso (6.1) è il punto sull’efficacia del vaccino contro le nuove varianti.

Il morale? Appena sufficiente ma il 54% è preoccupato

Provati da un anno di pandemia, il morale degli italiani si colloca su uno sfibrato “appena sufficiente”, con tre persone su cinque che non si aspettano a breve grandi variazioni rispetto allo stato attuale. D’altronde l’impatto della pandemia sulle entrate degli italiani è stato pesante: il 40% ha visto il proprio reddito contrarsi e chi riesce a risparmiare lo fa soprattutto per anticipare imprevisti. In effetti, in una scala da 1 a 10 gli italiani valutano il proprio morale con un 6.1 di media, dato aggregato che è frutto di un 22% di valutazioni alte (tra l’8 e il 10), di un 46% di valutazioni medie (tra il 6 e il 7) e di un 32% di valutazioni basse (da 0 a 5). I voti più bassi provengono soprattutto dalle donne, dai liberi professionisti e lavoratori autonomi e in generale dalla popolazione del Sud Italia.

Le emozioni negative continuano a segnalare la nostra vita (non è un caso che l’Aifa abbia segnalato un aumento del 12% nella vendita di ansiolitici nell’ultimo anno). Un Italiano su due infatti si dice preoccupato (54%) e incerto sul futuro (53%). In questo contesto si avvertono maggiormente condizioni di stress (38%), ansia (32%), nervosismo (30%) e rabbia (21%). Stanchezza (41%) e tristezza (25%) contribuiscono a un senso di sconforto.

Ma non mancano comunque le proiezioni positive: il 35% si dichiara speranzoso, mentre il 16% e il 15% provano fiducia e positività per il futuro. Decisamente contenute le emozioni come felicità (8%), dinamismo (6%) e divertimento (3%). In generale, l’86% degli italiani prova emozioni di distress (un insieme di ansia, stress, rabbia, nervosismo, preoccupazione, paura ed incertezza), il 62% (+5% rispetto all’ultima rilevazione) sconforto e il 43% speranza (+6% rispetto alla quindicesima wave). Anche la contentezza è in crescita (+5% rispetto alla precedente rilevazione) ma si attesta comunque su livelli molto bassi (12%). Le previsioni sulla fine della crisi economica evidenziano che per il 32% degli italiani questa si protrarrà fino alla fine del 2022 mentre per il 38% addirittura per diversi anni.

Il reddito: un paese spaccato

La maggioranza delle famiglie italiane (58%) spiega di aver mantenuto il livello di reddito che aveva prima dell’inizio della pandemia, ma resta particolarmente alta la percentuale di coloro che invece hanno riscontrato una riduzione nell’ultimo anno, con il 40% che ha visto diminuire le proprie entrate e con un decimo delle famiglie che afferma di aver percepito un reddito molto più basso del solito a causa dei mesi di emergenza. Anche sul fronte delle spese correnti e per i consumi – al netto di mutui, affitti e bollette – si registra lo stesso scenario: il 53% delle famiglie italiane non ha riscontrato né aumenti né diminuzioni. Il restante 47%, invece, si divide tra chi ha visto aumentare le proprie spese (24%) e chi, al contrario, ha risparmiato di più (23%). Prime vittime della contrazione del reddito sono le donne e i nuclei familiari con figli a carico. Inoltre, risultano maggiormente penalizzati i liberi professionisti e i lavoratori autonomi, che hanno visto diminuire le proprie entrate più delle altre categorie professionali.

Italiani risparmiatori? Sì e no

La tradizione che vede gli italiani come popolo di risparmiatori sembrerebbe essere confermata anche nel 2021. A fronte di un 43% di famiglie che ha mantenuto intatti i propri livelli di risparmio sulle entrate, il restante 57% si divide in maniera pressoché speculare: il 28% delle famiglie, infatti, ha risparmiato di più rispetto al passato, mentre il 29% di meno. Vista l’impossibilità di dedicarsi ad attività di svago fuori casa, sono soprattutto i giovani nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 34 anni ad aver risparmiato di più rispetto al passato. Tra chi ha risparmiato meno, invece, sono ancora i liberi professionisti.

Unica consolazione il “comfort food”

Sul fronte dei consumi alimentari, cresce la percentuale di chi ha aumentato il consumo di comfort food: tè, infusi e tisane (24%) sono in crescita, soprattutto per i momenti di relax, mentre c’è chi aumenta il consumo di caffè (19%). Complice la chiusura di bar, ristoranti e locali, cala invece il consumo fuori casa di aperitivi analcolici (il 29% ammette di averne consumati di meno), bollicine (25%), liquori e digestivi (24%), alcolici (21%), superalcolici (20%), birra (20%) e vino (17%).

Per sopperire alla riduzione del consumo fuori casa, quasi un italiano su cinque ha acquistato alcolici online nell’ultimo anno, soprattutto per comprare vini (43%), birra (38%) e bollicine (36%). Di questi, la stragrande maggioranza (93%) si ripromette di mantenere la modalità di acquisto anche in futuro, con un 71% di italiani che continuerà a farlo anche una volta finita l’emergenza. In generale, l’esperienza d’acquisto è valutata più che positivamente, con un voto medio di 8.1.

La scoperta di Fido

In mancanza di occasioni di socialità, c’è anche chi si è lasciato affacinare dalla pet therapy: l’11% degli italiani ha infatti adottato un animale domestico nel corso dell’ultimo anno. Gli animali domestici preferiti sono stati soprattutto gatti (50%) e cani (46%), che nella maggioranza dei casi hanno aiutato i rispettivi padroni a rallegrare le proprie giornate (36%) e a tenergli compagnia (33%). Ma occhio: gli animali non sono giocattoli e la spinta a prendersene cura non dovrebbe essere troppo figlia di stress e isolamento ma di genuina voglia di condividere un pezzo del proprio percorso con un inestimabile compagno di emozioni.

Le rilevazioni dell’indagine fanno riferimento al periodo 12–18 febbraio 2021 e si basano su un campione di più di mille individui tra i 18 e gli 85 anni, rappresentativi della popolazione italiana in termini di sesso, età e area geografica.