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PNRR, ancora troppe poche risorse per la ricerca. L’analisi e il confronto con Francia e Germania

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PNRR, ancora troppe poche risorse per la ricerca. L’analisi e il confronto con Francia e Germania

Nell’ambito del progetto “Biotech, il futuro migliore”, promosso da Assobiotec, abbiamo realizzato un’analisi data-driven dei Recovery Plan di Italia, Francia e Germania, rispetto agli investimenti in ricerca scientifica. Con un’intervista a Federico Ronchetti, fisico INFN, a partire dal piano Amaldi

Nell’ambito del progetto “Biotech, il futuro migliore”, promosso da Assobiotec, abbiamo realizzato un’analisi data-driven dei Recovery Plan di Italia, Francia e Germania, rispetto agli investimenti in ricerca scientifica. Con un’intervista a Federico Ronchetti, fisico INFN, a partire dal piano Amaldi

Ormai tutti gli stati europei hanno consegnato il loro Recovery and Resilience Plan. Un’agenda di riforme e investimenti che, se approvata, permette di ricevere un importante supporto economico dall’Unione Europea.  Next Generation EU (NGEU) prevede sovvenzioni fino a 390 miliardi di euro e prestiti fino a 360 miliardi di euro agli Stati membri dell’UE, da erogare entro la fine del 2026.

Parte di questi fondi servono anche a rilanciare la ricerca, nell’ottica di rafforzarla. Per l’Italia, il NGEU prevede circa 30,88 miliardi di euro per ricerca e istruzione, a cui si aggiungono 1,93 miliardi da React Eu (Recovery Assistance for Cohesion and the Territories of Europe). E poi c’è ancora un miliardo proveniente dal fondo complementare nazionale.

L’Italia ha deciso di stanziare la maggior parte dei fondi per sostenere l’istruzione. Alla ricerca rimarranno 11,44 miliardi di euro provenienti dal Next Generation Eu.

“La nota negativa relativa all’impianto di questa parte del PNRR è che mantiene essenzialmente inalterata la struttura della bozza redatta dal Governo Conte e non recepisce minimamente la proposta programmatica contenuta nel Piano Amaldi”, ha commentato Federico Ronchetti, ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e responsabile delle operazioni dell’esperimento ALICE al CERN.

Il Piano Amaldi mirava a un maggiore finanziamento della ricerca per lo sviluppo di quattro obiettivi fondamentali: l’aumento del numero dei ricercatori; la riduzione della burocrazia per il mondo della ricerca; l’istituzione di bandi competitivi per progetti di grande rilevanza scientifica e il potenziamento delle infrastrutture per la ricerca con la creazione di un network territoriale.

Anche Assobiotec, che ha riflettuto su questi temi nel Piano Programmatico 2020 – elaborato nella prima edizione del progetto “Biotech, il futuro migliore – Per la nostra salute, per il nostro ambiente, per l’Italia” –  sostiene la stessa posizione: “Riteniamo ancora non sufficienti le misure immaginate, ma allo stesso tempo ci auguriamo che possa esserci lo spazio e la volontà per un dibattito e un confronto”. E, poi, citando quanto evidenziato anche dal Professor Silvio Garattini, aggiunge che “in Europa, l’Italia detiene il non lusinghiero primato di spendere meno risorse europee di quante ne conferisca all’Europa stessa: estendere questa pessima pratica a fondi ingenti come quelli del Next Generation EU sarebbe disastroso”.

Il confronto necessario con altri grandi paesi europei

Il piano Amaldi reggeva le sue ambiziose proposte sull’aumento della spesa italiana per la ricerca.  In particolare, prevedeva di portare entro il 2026 la spesa per ricerca e sviluppo dagli attuali 9 miliardi l’anno fino a 18.  Con un incremento di 1,5 miliardi ogni anno avremmo potuto raggiungere la spesa di altri paesi europei.

“La percentuale di risorse allocate per la ricerca di base nei PNRR di Italia, Francia e Germania è rispettivamente il 3%, 6% e 13%”, ha spiegato Ronchetti. Il problema è che il divario tra questi tre stati è una storia antica e non si limita pertanto alle scelte attuali. Facendo un confronto con la percentuale di PIL allocato in ricerca tra Francia, Germania e Italia, scopriamo che la disparità ha una storia lunga 40 anni. Anche se l’Italia ha il merito di aver aumentato la percentuale del PIL investito in ricerca del 48% dal 1999 a oggi. In confronto, Germania e Francia hanno avuto un incremento pari al 35% e al 3,7 % rispettivamente, ma partivano da ben altri numeri.

 

 

Oggi, come ha specificato Federico Ronchetti, la Germania spende in ricerca pubblica di base e applicata l’1% del PIL e in quella privata, ovvero industriale, il 2.1%. La Francia spende lo 0.8% per la componente pubblica e l’1.4% per quella privata. E passando ai valori assoluti, la Germania spende in ricerca pubblica 30 miliardi di euro, la Francia 15 mentre l’Italia 9. “Essendo paesi simili a noi il divario è chiaramente significativo”.

L’Italia, come indicano i dati ISTAT, vede come principali finanziatori della ricerca le imprese che  investono 15,9 miliardi di euro, pari al 63,1% della spesa totale e allo 0,9% del PIL. Lo stato invece investe lo 0,5% in ricerca pubblica. “Da notare che lo 0.5% del PIL investito in ricerca pubblica, che corrisponde a 9 miliardi di euro, si divide nel rapporto 2:1 tra ricerca pubblica di base e ricerca pubblica applicata” ha specificato Ronchetti.

“E l’investimento previsto dal PNRR prosegue nel solco della tradizione italiana. Le imprese restano i maggiori finanziatori della ricerca, mentre ricerca applicata e trasferimento tecnologico hanno ottenuto i maggiori finanziamenti”.

 

 

Tra il 2012 e il 2019, il merito per la crescita della percentuale di PIL investita in ricerca va alle sole aziende private, mentre il contributo statale resta fermo allo 0,5%.
Una prospettiva preoccupante se si pensa che le previsioni fornite da imprese e istituzioni per il 2020 indicano un brusco calo della spesa in R&S intra-muros. La diminuzione riguarda prevalentemente le imprese (-4,7% rispetto al 2019, -2,9% rispetto al 2018), mentre cresce del 3% la spesa delle istituzioni pubbliche.

Nel quaderno che Assobiotec ha dedicato all’ecosistema, realizzato nell’ambito della seconda edizione di “Biotech, il futuro migliore” – “L’importanza dell’ecosistema per il rilancio del Paese” – tra gli obiettivi primari si ribadisce la necessità di incentivare la partnership pubblico-privato.

“Quello che crediamo necessario fare nel PNRR è rafforzare la parte di politica industriale e inserire una logica di filiera con due obiettivi: connettere e rendere coerenti, leggibili e fruibili le diverse misure positive già presenti, ma anche colmare le lacune che il sistema ha in Italia.

È poi fondamentale coordinare i fondi del Next Generation EU con i Fondi strutturali della programmazione 2021-2027 per permettere pianificazioni e stabilità nel medio-lungo termine”.

PNRR: Italia, Francia e Germania a confronto

Non è facile mettere a confronto i piani programmatici di Italia, Francia e Germania riguardo alla spesa dei finanziamenti in arrivo dall’Europa.

Né la Francia né la Germania hanno chiesto l’accesso alla quota dei prestiti del fondo, a causa del loro elevato rating creditizio che consente loro di contrarre prestiti a condizioni simili o migliori rispetto alla Commissione.

Il piano di risanamento francese ammonta a un totale di 100 miliardi di euro, con 39,4 miliardi di euro finanziati da sovvenzioni dell’UE e il resto da prestiti nazionali.  Quello tedesco prevede una spesa di 28 miliardi di euro, con 25,6 miliardi di euro di sovvenzioni dell’UE.

“Grazie al PNRR, Francia e Germania aggiungono altri 4 e 6 miliardi sui 15 e 30 che rispettivamente già investono ogni anno”, commenta Ronchetti.

“Per l’Italia, secondo le nostre stime, l’impatto strutturale alla fine dei 5 anni previsti per l’erogazione dei fondi del PNRR sarà molto scarso. Passeremo dallo 0.5% del PIL attuale a meno dello 0.6%. Il Piano Amaldi chiedeva l’1% del PIL per agganciare la Germania”.

Sia Francia che Germania stanno anche investendo molto nel digitale, spendendo oltre il 50% (Germania) e il 25% (Francia). Importanti sono due progetti in comune: uno sulla microelettronica, finanziato da Berlino per 1,5 miliardi di euro, e l’altro su “tecnologia e sovranità” della Francia, costato 3,2 miliardi di euro. Poi c’è il progetto di collaborare anche sullo sviluppo della filiera dell’idrogeno.

L’Italia, invece, non ha proposto partenariati con altri stati sebbene l’Europa caldeggi questo tipo di collaborazioni. “Il nostro Paese sconta ancora una scarsa cultura del valore della conoscenza applicata all’economia. Per questo il PNRR privilegia le infrastrutture fisiche e digitali piuttosto che la capacità di generare conoscenza da valorizzare nei settori produttivi. In Assobiotec stiamo facendo ogni sforzo possibile per far sì che vengano messi a terra programmi e progetti concreti, capaci di restituire competitività al Paese.”

Mentre Ronchetti rincara la dose: “Personalmente credo che le voci di spesa previste per le diverse missioni avrebbero potuto essere consolidate. Invece, nel PNRR italiano spesso sono senza una vera logica di sistema. Anche transizione ecologica e digitalizzazione non potranno avvenire nel nostro Paese senza svilupparle in casa, ma solo importandole”.

E Il trasferimento tecnologico?

La Germania, soprattutto, ma anche la Francia puntano molti soldi sulla ricerca in transizione verde e digitalizzazione.

Nel piano tedesco vanno circa 1 miliardo di euro alla ricerca per la transizione all’idrogeno. Altri 3 miliardi sono dedicati alla microelettronica e ai dati. Infine, 0,7 miliardi di euro sono dedicati all’accelerazione della ricerca sui vaccini contro il Covid-19.

La Francia spenderà 3.7 miliardi di euro per sostenere startup e imprese tecnologiche.

Inoltre, c’è la volontà di favorire lo scambio tra ricerca e impresa. Per farlo, la Francia propone di collocare personale impiegato nella ricerca privata all’interno dei laboratori pubblici, assicurando la copertura dell’80% dello stipendio con denaro statale.
“Il capitolo del trasferimento tecnologico, per come era stato concepito nel piano Amaldi, sarebbe stato un volano potente proprio per spingere transizione verde e digitalizzazione”, ha commentato Ronchetti.

Mentre Assobiotec aggiunge: “Per favorire il Trasferimento Tecnologico serve innanzitutto un nuovo modello che sia realmente capace di far dialogare in modo rapido ed efficace la ricerca con il capitale. Serve un soggetto istituzionale indipendente, snello e con personale altamente qualificato, in grado di catalizzare i processi di business intelligence e business development della ricerca innovativa.  Ciò permetterebbe la connessione tra ricerca pubblica e non profit con il capitale, sia esso di venture capital, private equity o corporate”.

“Quello che certamente manca al Paese è un ecosistema favorevole all’innovazione, fatto di piani lunghi (nel tempo) e larghi (dal bancone del laboratorio all’accesso al mercato). E poi il settore risente della cronica farraginosità e lentezza burocratica del Paese.

Oggi i fondi Next Generation EU e il PNRR sono un’occasione che non possiamo perdere: il mondo e la competizione sono ormai globalizzati, e mentre noi discutiamo e “camminiamo” gli altri Paesi corrono”.