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Le Initial Coin Offering nel panorama della startup italiane: la parola alle startup

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Le Initial Coin Offering nel panorama della startup italiane: la parola alle startup

Che cosa pensano le startup delle ICO? Matteo Bottai, laureando dell’Univerità di Firenze, indaga l’interesse dei founder su questo tema. Rispondete al sondaggio!

Che cosa pensano le startup delle ICO? Matteo Bottai, laureando dell’Univerità di Firenze, indaga l’interesse dei founder su questo tema. Rispondete al sondaggio!

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Il tema del finanziamento dell’innovazione è sempre al centro dell’attenzione di chi si occupa di startup, sia che sia un imprenditore, che un potenziale finanziatore oppure un economista o un analista politico. Di questo mi sono occupato in diversi ruoli e modi in questi anni, da co-fondatore di startup, da Presidente dell’Associazione Italia Startup (2015/2018), come business angel. In Italia ci siamo molto concentrati sulle limitate dimensioni degli investimenti in Venture Capital nel confronto con altre economie appartenenti al G20 od alla “Startup Nation” ovvero Israele, e sui modi per aumentarli, incentivi fiscali all’investimento privato, fondi pubblici, innovazioni regolamentari.

Se l’Italia è stata inizialmente pioniera nell’adottare una regolamentazione dell’equity crowdfunding (inserita nel Restart Italia! del 2012 e quindi nel Decreto Crescita 2:0 del Ministro Passera), e questo mercato si è sviluppato, non sembrerebbe invece essersi mantenuta la spinta innovativa del 2012 ed il tentativo di agganciare l’Italia alla innovazione dei mercati finanziari quando si parli di ICO (Initial Coin Offerings).

Ho colto quindi con molto interesse l’invito del Professor Vincenzo Zampi (Università di Firenze) a confrontarmi con Matteo Bottai suo studente laureando magistrale che sta conducendo una ricerca sul tema. Uno degli obiettivi della ricerca è comprendere il livello di conoscenza delle startup Italiane dello strumento, le loro valutazioni sull’opportunità di utilizzarlo e le loro esperienze.

Con questo articolo intendiamo illustrare alcuni risultati preliminari della ricerca, condividere alcune riflessioni e soprattutto invitare all’azione gli startupper italiani con l’invito a partecipare alla ricerca utilizzando questo link.

La nascita della prima cryptovaluta il Bitcoin è ormai “vecchia” di oltre dieci anni (2009), e con essa la tecnologia della Blockchain o più in generale delle Distributed Ledger Technologies. Con le DLT, si è sono abilitati sistemi distribuiti, dove i nodi partecipanti alla rete possono accedere e condividere le informazioni senza la necessità di un’autorità centrale che funga da garante, e dove le transazioni possono essere effettuate avendo come elemento di fiducia il sistema stesso.

È su questo sfondo che le Initial Coin Offerings (ICO) hanno iniziato ad emergere come un nuovo metodo di crowdfunding basato sulla tecnologia Blockchain. In pochi anni la loro popolarità ha raggiunto un livello considerevole, e c’è chi le descrive come una delle più grandi innovazioni che sono state fatte nel mondo della finanza. Già quattro anni dopo la nascita del Bitcoin, si sviluppano dal 2013 le ICO che si sono configurate come uno strumento di fundraising capace di attrarre un ammontare di capitali complessivo stimato di circa 9,6 miliardi di dollari nel 2017, e di circa 12,5 miliardi di dollari nel 2018.

La ricerca di Matteo effettuata su un dataset di 4.104 ICO, concluse tra il 2015 e i primi mesi del 2021 ha evidenziato un picco tra ottobre 2017 e febbraio 2018. Analizzando il campione di dati ha potuto riscontrare che, dopo l’ondata appena citata, l’attenzione e l’interesse verso le ICO sono diminuiti a partire dal 2019, anno in cui sono comunque stati raccolti circa 3,5 miliardi di dollari, per poi calare bruscamente nel 2020, in cui il fundraising ammonterebbe a circa a 99,5 milioni di dollari. Un altro aspetto che è emerso dalla ricerca è la evidenza che l’Italia si trova in una condizione di arretratezza per quanto riguarda l’adozione di questa metodologia di fundraising. Si pensi che, stando al dataset di riferimento, in Italia si sono concluse dal 2015 sino ad oggi soltanto 17 ICO, per un ammontare complessivo raccolto pari a circa 7,6 milioni di dollari, cifra minima (ma purtroppo abbastanza in linea con il panorama generale del mercato venture capital italiano).

L’osservazione dei dati raccolti da Matteo su fonti pubbliche ci ha indotto a pensare che le ICO non avessero un grande futuro, e che il trend fosse negativo, del resto anche una breve ricerca sulle principali testate on-line in Italia indicava un picco dell’interesse che scemava dopo il 2019.  Ma una opinione esperta, quella dell’Avv. Massimiliano Caruso, capo dell’International Corporate and Capital Markets Law Department di Singulance a New York, ha sollevato un dubbio sui “numeri” raccolti per il 2020. La ragione della discordanza tra i dati pubblici raccolti da varie piattaforme online, che mettono a disposizione le informazioni sulle campagne ICO, e il reale andamento di tale mercato, sarebbe secondo opinioni di esperti dovuta il fatto che le startup crypto avrebbero cambiato il modo di condurre le token offering e adottato nuovi modelli.

Se in passato le campagne di raccolta erano orientate al pubblico, e quindi era possibile trovare informazioni inerenti alle ICO lanciate dalle varie startup su qualunque magazine online che trattasse di tematiche crypto, ora sembra non sia più esattamente così. Le startup, vuoi per evitare di incappare in temi delicati come la “solicitation” del pubblico dei risparmiatori, vuoi per evitare di fornire pubblicamente informazioni che potrebbero rivelarsi poi controproducenti in caso di enforcement, strutturano oggi le loro offerte in modo diverso: le token offering, infatti, sono sempre più indirizzate ad un ristretto numero di investitori con specifiche caratteristiche (ad es. accredited investors) e vengono gestite in modo non pubblico / non aperto, quindi in maniera privata, con comunicazioni rivolte soltanto ad un numero circoscritto di investitori, senza che alcuna informazione sulle stesse venga diffusa pubblicamente sul sito web della startup. Dopodiché, senza fare delle vere e proprie vendite, il token viene listato su un exchange, e da quel momento chiunque potrà acquistarlo sul secondary market. Però, a questo punto, non si tratta più tecnicamente di una ICO classicamente intesa. Il modello si sarebbe quindi evoluto.

L’ammontare di capitale che è stato raccolto tramite token offering in generale (a prescindere, quindi, dal modello adottato) nel 2020 sarebbe da considerarsi non nell’ordine dei milioni di dollari, ma piuttosto delle centinaia di milioni o addirittura miliardi. Secondo l’Avv. Caruso, tra ottobre 2020 e aprile 2021 si è assistito ad un’ondata di token offering che, inerentemente all’ammontare di capitale raccolto, ha caratteristiche molto simili a quella del 2017-2018.

Se il mercato è grande e lo stato visibilmente e pubblicamente fino almeno al 2019, e se l’Italia non ha partecipato al mercato “visibile” se non in modo marginale, cosa è successo negli anni successivi compreso il periodo del confinamento?

Una survey per le startup

La ricerca di Matteo ha l’obiettivo di comprendere lo stato dell’arte e le cause dell’apparente significativo ritardo dell’Italia, e di una percepita reticenza degli startupper e imprenditori nel pianificare una ICO sul suolo italiano, pur essendo il problema del finanziamento delle startup tutt’altro che risolto.

La survey, che qui viene sottoposta alla attenzione di startupper e imprenditori, ha il fine di raccogliere risposte dai protagonisti dell’imprenditoria innovativa italiana sul tema ICO come mezzo di fundraising della startup. Di seguito il link che permette la compilazione del questionario:

 

 

NOTA: * Marco Bicocchi Pichi, Imprenditore e Business Angel, Matteo Bottai laureando magistrale Università di Firenze con una tesi sulle ICO, relatore Professor Vincenzo Zampi, docente di Strategia, Innovazione ed Entrepreneurship..