desc

Semiconduttori in cortocircuito. Perché Europa e USA sono rimasti senza?

ECONOMY
Edit article
Set prefered

Semiconduttori in cortocircuito. Perché Europa e USA sono rimasti senza?

È un mercato destinato a superare i 500 miliardi. E la Cina è la principale attrice sul palco, dunque può permettersi di fare il bello e il cattivo tempo

È un mercato destinato a superare i 500 miliardi. E la Cina è la principale attrice sul palco, dunque può permettersi di fare il bello e il cattivo tempo

Archiviata – forse – la crisi del Covid, potrebbe averne inizio subito un’altra: quella dei semiconduttori. Al pari dei loro celebri antenati, valvole e transistor, sono indispensabili per la creazione di ogni tipo di apparecchio tecnologico, dalle televisioni ai computer, passando per smartphone, tablet e pure le automobili. L’industria, perciò, ne è affamata e, appena il mondo ha ripreso a muoversi dopo la pandemia, la domanda è schizzata alle stelle.

semiconduttori

Secondo il capo di Cisco, Chuck Robbins, l’entità della domanda di semiconduttori ha colto di sorpresa interi settori. “Quando la pandemia è scoppiata le aziende pensavano che la domanda sarebbe diminuita in modo significativo, ma è successo il contrario” – ha detto alla BBC – “Abbiamo infatti visto aumentare le richieste”. A tutto ciò si aggiunge il fatto che vengono realizzati con le terre rare che, come dice il nome, non sono facili da trovare e sono in esaurimento. In più, la Cina da anni sta facendo “shopping” di giacimenti in tutto il continente africano, per assicurarsi il dominio del mercato.

Chi vuole comprare questo genere di beni, oggi, deve per forza fare affari con Pechino. Vale per le imprese, ma vale anche per i governi, visto che gli imprenditori coinvolti hanno un peso notevole sul PIL dei singoli Stati. L’affaire semiconduttori, insomma, è serio. Per capirci qualcosa in più, StartupItalia ha intervistato Andrea Rossi, titolare di un’azienda con sede a Milano, ICS Industrial Srl, che ha radicate partnership a Shenzhen, la città nella quale si scambia il 90% dell’elettronica mondiale. Per Andrea i semiconduttori sono insomma il pane quotidiano e riguardo alla crisi non ha dubbi: “Molti dovranno leccarsi le ferite per anni”, ci ha detto…

StartupItalia: Anzitutto, proviamo a capire le dimensioni del fenomeno: quanto vale il mercato dei semiconduttori?

Andrea Rossi: Secondo gli analisti, il mercato globale dei semiconduttori supererà i 520 miliardi di dollari nel 2021, con un tasso di crescita rispetto all’anno precedente pari al 12%. Una crescita considerevole, nonostante gli effetti della pandemia sulle catene di approvvigionamento e i problemi relativi alla reperibilità dei componenti elettronici.

SI: A cosa è dovuta questa crisi improvvisa?

AR: La crisi attuale è il portato di alcuni fattori. In primo luogo deriva dall’onda lunga generata dallo stop agli impianti di produzione di componenti in Asia nei primi mesi dello scorso anno. Le risorse disponibili, inoltre, sono state drenate da due settori, elettromedicale e comunicazione a distanza – pensiamo allo smart working -, che hanno visto un’impennata delle richieste di componenti durante il 2020. Negli ultimi mesi è inoltre aumentata a dismisura la domanda di materiale elettronico proveniente dal settore del trasporto elettrico. La Cina, ad esempio, sta diventando un player di primo piano a livello globale.

SI: Bosch ha appena annunciato che inizierà a produrli da sé, in Germania. L’Ue ha speranze di diventare autonoma?

AR: Sono processi i cui orizzonti sono decisamente lunghi. Può naturalmente accadere che singole aziende abbiano risorse finanziare e know-how tali da consentire investimenti in tal senso. Ma una emancipazione consistente, anche solo parziale, dall’Asia è impensabile nel breve e medio termine. Mancano gli ecosistemi tecnologici, le strutture. E il costo del lavoro è incomparabilmente più elevato in occidente.

SI: Quali sono le conseguenze di questa impennata dei prezzi e quali settori coinvolgeranno?

Non esistono settori più coinvolti rispetto ad altri. A fare rumore sono naturalmente l’automotive e l’elettronica di consumo. Ma lo shortage di componenti investe anche la produzione di energia solare, la produzione di condizionatori, di smartphones, di dispositivi per rilevare la temperatura. A metà aprile del 2020 il sensore più utilizzato al mondo per la rilevazione della temperatura corporea era introvabile. È un fenomeno cross-settoriale.

SI: Il consumatore italiano sconterà i rincari?

AR: Se un componente arriva a costare dieci volte il suo valore di mercato, difficile pensare che questo non abbia effetti sui prezzi al dettaglio. Naturalmente però sul prezzo finale agiscono numerose forze e i fattori che concorrono a determinarlo talvolta prescindono, almeno parzialmente, dai meri costi di produzione. Se aumenteranno i prezzi, naturalmente assisteremo a un calo fisiologico della domanda, anche a causa delle ripercussioni sociali ed economiche che la pandemia ha avuto. Ma il mercato ha un proprio equilibrio e le tecnologie consumer saranno sempre più diffuse.

SI: FCA – Stellantis ha già chiuso il proprio stabilimento di Melfi per il mancato approvigionamento di semiconduttori, per lo stesso motivo Nissan ha rinviato l’uscita del nuovo suv elettrico Ariya… quali altre conseguenze macroscopiche attendersi?

AR: Può accadere ai produttori di macchine per il caffè, oppure ai grandi produttori di energia eolica. Sono del parere che gli effetti più devastanti si avranno sul piano occupazionale. Al momento gli ammortizzatori consentono di tenere in piedi il sistema. Ma non si possono eludere le regole del mercato: l’ordine verrà ristabilito e solo allora capiremo i danni. Molti dovranno leccarsi le ferite per anni, altri saranno maggiormente resilienti, per utilizzare un termine che va di moda. Di sicuro non basteranno le politiche adottate dagli Stati, la forza è dei singoli e delle aziende cui danno il proprio contributo intellettuale e fisico.

SI: Iniziare a riciclare computer e smartphone permetterà all’Ue di essere un po’ più autonoma?

AR: Il mercato dei dispositivi ricondizionati è certamente interessante. Negli ultimi tre anni sono nate numerose realtà retail che, grazie ad una filiera controllata di recupero del materiale elettronico usato, hanno generato volumi notevoli. Non parlerei di autonomia europea in tal senso, ma di nuove opportunità di business e, al contempo, di opportunità di risparmio per consumatori inevitabilmente impoveriti dalla pandemia, i cui effetti dureranno per anni.