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Sperimentazioni cliniche: in Italia un quinto di tutti i trials europei ma la burocrazia frena la ricerca

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Sperimentazioni cliniche: in Italia un quinto di tutti i trials europei ma la burocrazia frena la ricerca

Nell’ambito del progetto “Biotech, il futuro migliore”, promosso da Federchimica Assobiotec, abbiamo realizzato una analisi data-driven rispetto alle sperimentazioni cliniche. Perché sono un’occasione per i pazienti, per la crescita professionale dei medici e per l’economia

Nell’ambito del progetto “Biotech, il futuro migliore”, promosso da Federchimica Assobiotec, abbiamo realizzato una analisi data-driven rispetto alle sperimentazioni cliniche. Perché sono un’occasione per i pazienti, per la crescita professionale dei medici e per l’economia

La possibilità di provare nuovi farmaci è determinante per i pazienti che non hanno altre speranze di cure. E la sperimentazione clinica è un’opportunità su cui l’Italia ha ancora un ampio margine di potenziale su cui investire.

Lo è per i pazienti che possono avere accesso rapido a cure innovative
Lo è per i medici a cui offre un terreno su cui crescere dal punto di vista professionale.
Per il sistema sanitario nazionale rappresenta un risparmio, grazie ai farmaci forniti a titolo gratuito dalle aziende promotrici di sperimentazioni cliniche.
Infine, per i direttori generali e le loro strutture amministrative i clinical trials costituiscono un’opportunità di migliorare gli assetti economici delle loro istituzioni.

Ma come si posiziona l’Italia nell’ambito delle sperimentazioni cliniche? Quale decalogo possiamo stilare per rendere il nostro paese più attraente per le sperimentazioni farmaceutiche?

Snellire le procedure

Il primo passo per iniziare una sperimentazione clinica è ottenere un’approvazione da parte dell’autorità competente nazionale. In Italia è rappresentata dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Poi serve il parere del Comitato Etico coordinatore che si occupa degli aspetti etici della sperimentazione.

Se guardiamo al numero di sperimentazioni autorizzate dall’AIFA, riportate nel 19° Rapporto Nazionale 2020, sono aumentate dal 2000 a oggi con un tasso di crescita pari al 21%. “Il nostro Paese ha sempre avuto un ruolo di primissimo piano nella ricerca clinica da quando, nel 1998, ha decentrato il processo autorizzativo coinvolgendo direttamente i Comitati etici e le strutture locali”, ha commentato Carlo Tomino, oggi professore di farmacologia presso l’IRCSS San Raffaele di Roma. “Da allora e per circa una decina di anni, il numero dei trial è aumentato in modo significativo nel nostro Paese”.

Negli ultimi dieci anni, però, il numero delle sperimentazioni ammesse si è mantenuto costante. Forse è complice il fatto che i trials sono diventati sempre più complessi: oggi sono considerati unici quegli studi che prima venivano conteggiati come separati.
Ma ci sono anche “una serie di fattori, comuni a tutta Europa, che hanno portato alla diminuzione di studi clinici a livello comunitario. Al contempo, nuovi Paesi sono diventati prepotentemente molto attrattivi per la ricerca clinica condotta dalle aziende farmaceutiche”.

Anche rispetto all’Europa, però, non siamo tra i Paesi che brillano per numero di clinical trials. Anzi, ci sono paesi di più piccole dimensioni che dimostrano una maggiore capacità attrattiva. Stiamo parlando di Danimarca, Estonia, Paesi Bassi o Belgio che hanno un numero di clinical trials per numero di abitanti nettamente superiore ad altri Paesi Europei di maggiori dimensioni.

“Secondo quanto riportato dal ‘Rapporto Sperimentazione Clinica AIFA’, il nostro Paese è rappresentato in almeno un quinto di tutte le sperimentazioni europee. I tempi troppo lunghi sono però un fattore che limita la partecipazione dell’Italia ai trials clinici”, ha spiegato Alfonso Gentile, Coordinatore del gruppo di lavoro Sperimentazione Clinica Federchimica Assobiotec.

“Non mi riferisco solo ai tempi lunghi di approvazione di AIFA o dei Comitati Etici. I ritardi riguardano anche, se non soprattutto, i singoli centri di ricerca che rimangono spesso bloccati su aspetti contrattuali e burocratici. Un quadro che risulta assai penalizzante per l’Italia. Accumuliamo differenze di alcuni o parecchi mesi di ritardo rispetto agli altri BIG4, per non parlare di Paesi come il Benelux che sono invece velocissimi nelle autorizzazioni”. Il Belgio, infatti, ha tempi di approvazione di 15 giorni per gli studi di Fase I.

Belgio e Danimarca hanno implementato politiche adeguate per favorire le sperimentazioni cliniche. Inoltre, hanno sviluppato migliori pratiche che le rendono luoghi più attraenti per le aziende farmaceutiche. Ad esempio, in Danimarca hanno creato un Ufficio Sperimentazioni Cliniche e reti specifiche per ciascuna malattia.
Ciò indica che, con il sostegno politico, è possibile agire a livello nazionale per diventare più competitivi.

Guardando i tempi di approvazione dei medicinali per terapie avanzate (ATMP), per cui l’Europa è stata pioniera nella creazione di un regolamento specifico, si nota una grande variabilità. Secondo il rapporto di Alliance for Regenerative Medicine 2019, il numero di domande sollevate dalle autorità di regolamentazione nazionale prima dell'approvazione è una tra le maggiori cause di ritardo.

 

Assobiotec, nel Piano Programmatico 2020, auspica un maggior rispetto dei tempi normati per legge. E propone di implementare un processo valutativo dell’approvazione degli studi in parallelo, e non in successione, rispetto all’iter europeo. Magari accrescendo le funzionalità dell’Osservatorio Nazionale sulla Sperimentazione Clinica dei medicinali.

Investire sulla sperimentazione clinica per creare valore

La sperimentazione nel nostro Paese si concentra soprattutto sull’oncologia, seguita dalle neuroscienze e dalla ricerca a favore delle malattie rare.

Secondo il Report sul Valore delle Sperimentazioni Cliniche 2020, condotto dal Laboratorio sul Management delle Sperimentazioni Cliniche dell’Università Cattolica Sacro Cuore, gli investimenti economici complessivi dei soggetti pubblici e privati, corrispondono a oltre 750M di euro all’anno. E il 92% di questi proviene da finanziamenti di aziende farmaceutiche per studi profit.

Gli investimenti in ricerca clinica hanno un effetto moltiplicatore a favore del Sistema Sanitario Nazionale. Lo possiamo definire effetto leva perché rappresentano un investimento diretto che trascina dietro di sé investimenti indiretti. È generato dagli investimenti e dal risparmio legato ai farmaci forniti gratuitamente ai pazienti arruolati nei trial clinici.

L’effetto leva considera i costi sostenuti per le sperimentazioni e i ricavi, anche indiretti, che si possono stimare su tutto l’indotto. Per l’Italia, la ricerca condotta da MSC Lab– Università Cattolica del Sacro Cuore ha rilevato un effetto leva medio pari a 2,77 € a favore del Servizio Sanitario Nazionale.

 


Dato che una sperimentazione clinica può avere un alto valore economico, Assobiotec nel suo Position Paper auspica una gestione trasparente e priva di conflitti di interesse. Occorre diffondere una modulistica semplice e un registro online accessibile al pubblico, per rendere tutto il processo di sperimentazione chiaro.

Le sperimentazioni cliniche e i pazienti

Il reclutamento dei pazienti non va solo a beneficio dei pazienti stessi. È anche un potenziale economico. Ma anche per questo indicatore l’Italia non si posiziona molto bene.

Per gli arruolamenti, l’Italia è la penultima di dieci paesi europei nella classifica del numero di pazienti coinvolti in sperimentazioni cliniche per milione di abitanti.
Un altro aspetto che salta all’occhio nella nostra modalità di sperimentazione è che mancano completamente i volontari sani, che rappresentano meno del 2% delle persone che si sottopongono ai trials clinici.

“La sperimentazione su volontari sani è molto più diffusa in altri Paesi, come ad esempio in Svizzera, dove sono tanti i giovani che si prestano come volontari a fronte di un rimborso spese che spesso li aiuta a vivere”, spiega Gentile. “In Italia la cultura prevalente demonizza questa pratica, addirittura equiparata a una ‘mercificazione del corpo umano’. E a questa motivazione si aggiunge poi la preoccupazione degli effetti collaterali avversi”.

C’è poi un altro aspetto che andrebbe considerato e potenziato. Il fatto di essere pazienti idonei all’arruolamento ha un valore differente nelle varie regioni italiane. “In Italia esiste un gradiente nell'offerta di servizi sanitari”, ha confermato Tomino. “La quota di ricerca a cui partecipano alcuni centri di eccellenza è molto maggiore di altri. Le regioni dove si concentrano questi centri sono avvantaggiate. Tuttavia, sempre di più assistiamo al coinvolgimento anche di piccoli centri nelle sperimentazioni cliniche. Ciò significa che anche qui si individuano eccellenze”.

E, infine, Tomino conclude: “Ora ci troviamo di fronte ad un nuovo cambiamento epocale”. Dal prossimo anno, infatti, entrerà in vigore il Regolamento Europeo n.536/2014 per gli studi clinici con i farmaci. “L'Italia dovrà cogliere fin d'ora questo momento di cambiamento per semplificare la propria normativa e le proprie procedure di autorizzazione. La competizione regolatoria si giocherà quindi molto presto. Solo quei Paesi che avranno dimostrato di voler e saper investire in competenze, risorse, sburocratizzazione e velocità vedranno crescere la propria presenza nelle sperimentazioni cliniche internazionali, ricordandoci sempre che ‘offrire ricerca’ significa offrire ‘nuove prospettive di cura’ ai pazienti”.