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Innovazione nella salute: cosa serve all’Italia del futuro

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Innovazione nella salute: cosa serve all’Italia del futuro

Ecco cosa si è detto nella seconda tappa della nuova edizione di “Biotech, il futuro migliore”, il progetto di Assobiotec Federchimica in partnership con StartupItalia. Una live incentrata sui pilastri della salute del futuro

Ecco cosa si è detto nella seconda tappa della nuova edizione di “Biotech, il futuro migliore”, il progetto di Assobiotec Federchimica in partnership con StartupItalia. Una live incentrata sui pilastri della salute del futuro

Dalle lezioni della pandemia all’innovazione nella salute, fino alle proposte per un futuro migliore. Il progetto “Biotech, il futuro migliore – Per la nostra salute, per il nostro ambiente, per l’Italia” – promosso da Assobiotec Federchimica con il supporto di StartupItalia – ha compiuto la sua seconda tappa con una nuova StartupItalia Live “Dal laboratorio al paziente: l’innovazione che serve alla salute”, stavolta dedicata al settore Life Science. Un evento in versione phygital, moderato da Giampaolo Colletti – manager e giornalista su molte testate nazionali – che si è focalizzato su tematiche di grande attualità: sperimentazione clinica, proprietà intellettuale, governance, produzione innovativa e medicina territoriale.

 

Oggi abbiamo un’occasione unica e irripetibile perché, da una parte, abbiamo un focus sulla scienza, sulla ricerca e l’innovazione, in un Paese che non vi è particolarmente propenso; e, dall’altra parte, abbiamo risorse in una quantità straordinaria”, ha sottolineato Riccardo Palmisano, presidente Assobiotec Federchimica, riferendosi ai fondi destinati all’Italia grazie al programma Next Generation EU. Per Palmisano è quindi necessario avere dei progetti chiari, abbattendo i silos lungo tutto il percorso che va dal bancone del laboratorio fino al paziente. “Abbiamo estremo bisogno di non disperdere queste risorse – continua il presidente – perché se non facciamo le riforme, tutto quello che possiamo pianificare verrà vanificato da una burocrazia insostenibile per gli investitori nazionali e internazionali”.

L’Italia e le lezioni della pandemia

Guardando al nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN), come ci siamo presentati all’insorgere della pandemia? Secondo Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe, l’Italia si è presentata con due grandi criticità, a livello di sistema: da una parte, i profondi tagli che hanno colpito il SSN negli anni che vanno dal 2010 al 2019; dall’altra, la questione dei rapporti fra Stato e Regioni, con riferimento all’articolo 117 della Costituzione, che affida allo Stato il compito di definire i livelli essenziali di assistenza, oltreché di assegnare le risorse, mentre alle Regioni affida tutta la capacità di organizzazione e pianificazione dei servizi sanitari.

Riguardo alla prima criticità, “secondo le nostre stime, tra tagli reali e definanziamento, ovvero soldi assegnati alla sanità e poi riallocati verso altri capitoli di spesa, si arriva a circa 37 miliardi”, ha precisato Cartabellotta. Mentre, rispetto all’altra, “bisognerebbe restituire allo Stato maggiori capacità di indirizzo e verifica sulle Regioni, intervenendo anche sulla leva finanziaria”, prevedendo un meccanismo di revisione periodica annuale. “Se vogliamo rilanciare realmente il SSN, generando valore da tutte quelle risorse che arriveranno dall’Europa, servono delle riforme importanti, di rottura – ha sottolineato il presidente – perché altrimenti difficilmente riusciremo ad avere, in termini di risultati di salute e sanità, un ritorno adeguato rispetto alle risorse investite”.

La pandemia ci ha lasciato in eredità anche “la necessità di intensificare, ma anche di qualificare il partenariato pubblico-privato”, ha dichiarato Mario Calderini, professore ordinario di Social Innovation e Strategia Aziendale – School of Management del Politecnico di Milano. Secondo il professore, infatti, uno degli aspetti che segneranno il successo o l’insuccesso del PNRR sarà “il grado di sofisticazione che noi sapremo mettere in campo nel determinare strumenti negoziali e discrezionali che consentano al privato la possibilità di esprimere la sua progettualità dentro un sistema di tutela dell’interesse pubblico”.

Ma la pandemia, oltre a creare questa situazione drammatica di emergenza, ci ha fatto riscoprire anche il valore di beni immateriali come la reciprocità, la prossimità, la cooperazione e il mutualismo. “Io credo che le imprese, soprattutto quelle molto innovative, stiano facendo tesoro di tutto questo – ha spiegato Calderini – cercando delle modalità di ingaggio con il sistema pubblico in grado di valorizzare l’impatto sociale intenzionale che generano attraverso le loro attività”. Non solo. Oggi, secondo il professore, non è più possibile prescindere da un altro attore, che è rappresentato dal Terzo settore: “Non c’è collaborazione pubblico-privato che non passi anche attraverso il not for profit”.

Innovazione e biotech per la salute dell’Italia del futuro

Vale la pena ricordare che le idee possono venire non solo iperspecializzandosi su un argomento, ma anche connettendone diversi. E questo avviene soprattutto quando studenti di diverse discipline sono in contatto tra di loro”. L’immunologo, Giacomo Gorini, vista anche la sua esperienza accademica a Cambridge e Oxford, ha evidenziato l’importanza del ruolo dei college come incubatori di idee. Gorini ha sottolineato il ruolo della formazione anche nello sviluppo dell’imprenditoria italiana, per cui ci sarebbe bisogno di interventi precoci dal punto di vista culturale fin dalle scuole superiori, affinché i ragazzi possano essere incoraggiati a sviluppare anche le proprie idee, oltreché a seguire percorsi già prestabiliti.  Secondo l’immunologo, infatti, “la scalabilità è un qualcosa di cui non c’è molta conoscenza fra i giovani italiani”.

Ma per costruire il futuro serve avere anche le competenze tecniche e di sistema, che consentano di trasformare una visione in realtà. “È complesso fare innovazione nel settore Life Science, per questo sono necessarie competenze ed esperienza, oltreché molte risorse economiche”, ha ribadito Barbara Marini, amministratrice delegata di Intercept Italia. Secondo Marini, una governance migliore passa innanzitutto da una maggiore stabilità, prevedibilità delle regole e risorse adeguate, ma c’è anche un “elemento emotivo” da tenere in considerazione: “Storicamente l’industria dell’innovazione e il payor sono stati percepiti un po’ come dei nemici, ma io credo che il Covid ci abbia insegnato che sia necessario essere alleati per la cura della persona o la battaglia è persa in partenza e non riusciremo a portare innovazione in Italia”.

Sempre rispetto alla governance, secondo Francesca Pasinelli – direttrice generale Fondazione Telethon – dovrebbe essere fatto “un grosso sforzo di potenziamento in termini di conoscenze, competenze e know-how delle strutture di trasferimento tecnologico prossime ai ricercatori”. Per la direttrice, l’innovazione e il brevetto nascono prevalentemente dalla ricerca di base. Per questo è importante che lo scienziato sia aiutato a intercettare all’interno della sua ricerca la vera innovazione, quella che può essere brevettata. Tuttavia, questo è un processo complicato, che può avvenire davvero “attraverso uno stretto rapporto di collaborazione tra lo scienziato ed esperti di trasferimento tecnologico”, precisa Pasinelli. “Troppo spesso noi pensiamo alle fasi finali dello sviluppo, ma in realtà le difficoltà stanno nell’entrare nel mare magnum della ricerca e lì saper comprendere che cosa potrebbe diventare un prodotto vincente”.

L’importanza del trasferimento tecnologico è stata ribadita anche da Palmisano, che lo considera “una delle aree chiave che dobbiamo migliorare per far parlare la buona scienza, l’accademia, il non profit con il capitale, sia esso industriale che di rischio. In Italia abbiamo censito i centri di trasferimento tecnologico: sono sotto-investiti, sottocapitalizzati dal punto di vista umano e con delle competenze insufficienti e non competitive. Abbiamo bisogno di competenze che siano capaci di parlare di scienza e di far parlare questa scienza con il business”.

Il ruolo delle istituzioni per un futuro migliore nella salute

Dobbiamo riuscire ad avere un sistema della ricerca che entri in un meccanismo competitivo, in grado di portare dei prodotti finali al paziente. Lo sforzo che sta facendo il Ministero è proprio quello di stimolare la competitività degli istituti da tutti i punti di vista”. A dichiararlo è stato Gaetano Guglielmi, direttore Ufficio Rete IRCSS e Ricerca Corrente – DG Ricerca e Innovazione in Sanità, Ministero della Salute. Al riguardo, Guglielmi ricorda il bando della ricerca finalizzata, “un bando totalmente competitivo, che tende a premiare solo progetti veramente di qualità”. Tuttavia, come ha sottolineato, ci vogliono anni per arrivare al trasferimento finale sul paziente, per cui è fondamentale creare un ecosistema adeguato, che faccia leva in particolare sul supporto di esperti di tech transfer ai nostri ricercatori – che già si distinguono tra i migliori al mondo per produzione scientifica – in modo da impostare le loro attività di ricerca in questa direzione.

L’evento ha visto anche la partecipazione di Beatrice Lorenzin, presidente Intergruppo parlamentare Sperimentazione clinica e componente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, che ha raccontato origini e obiettivi dell’intergruppo parlamentare che presiede, evidenziando l’attesa – ormai da tre anni – dei decreti attuativi della legge 3/2018, “un disegno di legge molto articolato che prevedeva una serie di norme, con un focus molto importante anche sulla ricerca e la sperimentazione clinica. Con l’intergruppo stiamo facendo un’attività di moral suasion parlamentare sull’attuazione di questi decreti”. Il problema, ha sottolineato Lorenzin, è che l’onda del Covid ha travolto tutto, sovrapponendo l’amministrazione straordinaria a quella ordinaria, assorbendo l’attività di tutti i ministeri.

Per quanto riguarda l’ordinaria amministrazione, bisogna portare avanti quei processi di riforma che sono assolutamente indispensabili per accompagnare le risorse in ricerca e le risorse in ricerca biomedicale che abbiamo non solo nel PNRR, ma anche nel super fondo che abbiamo approvato la scorsa settimana, dove ci sono 500 milioni sulla ricerca biomedicale e altri 500 sulle strutture di ricerca”, ha spiegato la deputata. “Questo significa che noi abbiamo la possibilità di dare una svolta che va oltre alle risorse previste nel PNRR”. Tuttavia, se non si crea la cornice entro la quale queste risorse si possono tradurre in modo operativo e agile in strumenti effettivi dati ai ricercatori oppure di capacità attrattiva, il rischio è quello di non poterle utilizzare in modo competitivo rispetto ai nostri punti di riferimento internazionale. Servono risorse, execution, ma anche visione: “Se vogliamo che l’Italia, grazie anche al PNRR, faccia della propria conoscenza e del proprio know-how uno strumento di forza nel prossimo futuro, dobbiamo concentrare i nostri sforzi per sfruttare questa occasione e non rimanere indietro”.

Politiche sanitarie più efficaci dovrebbero passare anche da un maggiore ascolto dei cittadini, ha sottolineato Anna Lisa Mandorino, segretaria generale Cittadinanzattiva: “La partecipazione dei cittadini nel governo delle politiche sanitarie e anche nelle questioni legate all’innovazione dovrebbe diventare sempre più sistematica e sempre qualificata, perché se il loro punto di vista fosse tenuto in conto in maniera costante nelle decisioni, nella loro implementazione e anche nella loro valutazione, sarebbe più semplice superare delle criticità che invece vengono messe in evidenza a posteriori”.

Il ruolo della digital health

Il digitale è stato il convitato di pietra di questa nuova diretta del progetto “Biotech, il futuro migliore”. Tuttavia, alla prova dei fatti, scontiamo un ritardo sia culturale che infrastrutturale. Allora, da dove ripartire? “Dal capitale umano digitale, ovvero dalla maturità e dalle competenze digitali dei cittadini”, secondo Giuseppe Recchia, vicepresidente Fondazione Smith Kline e fondatore daVinci Digital Therapeutics. “L’Italia è l’ultimo Paese dell’Unione Europea per capitale umano digitale. Serve investire nell’informazione della cittadinanza e nella formazione di pazienti, operatori, professionisti sanitari e istituzioni per avviare la trasformazione digitale della sanità, cogliendo tutte le opportunità che questa sta già offrendo negli altri Paesi”. Come ha sottolineato Recchia, le tecnologie digitali costituiscono l’infrastruttura di base di questo nuovo modello di medicina, un modello dove il dato è l’elemento centrale. “Oggi stiamo andando verso la medicina praticata sulla base di dati, questo è il grande elemento della medicina digitale applicata alla salute”.