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Gli inceneritori sono il demonio? Quelli hi tech inquinano meno delle discariche

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Gli inceneritori sono il demonio? Quelli hi tech inquinano meno delle discariche

In Italia i sindaci si rifiutano di costruirli per non mettersi contro gli elettori, ma i termovalorizzatori d’ultima generazione inquinano molto meno della stufa di casa

In Italia i sindaci si rifiutano di costruirli per non mettersi contro gli elettori, ma i termovalorizzatori d’ultima generazione inquinano molto meno della stufa di casa

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Non nel mio giardino. Quando si parla di inceneritori (vecchio nome per indicare i termovalorizzatori), gli italiani montano sulle barricate. Un tempo avevano anche ragione: si chiamavano inceneritori perché si limitavano a incenerire la spazzatura e altri scarti della lavorazione industriale. Occhio non vede, cuore non duole ma nell’aria restavano pericolosissime particelle che, oltre a essere inquinanti, erano pericolosissime per la salute e rischiavano, con la pioggia, di ricadere al suolo avvelenando per sempre colture, falde acquifere e interi terreni. Ma ora le cose sono un po’ cambiate.

Timori fondati o pregiudizio?

Facciamo sempre bene a temere gli inceneritori? I dati dicono che il nostro è un pregiudizio per colpa del quale, da decenni, in Italia nessuna amministrazione comunale si prende più la responsabilità di dare il proprio assenso alla costruzione di un nuovo impianto, preferendo continuare a riempire le vecchie e malconce discariche. Unica eccezione l’impianto hi tech che sorgerà a Sesto San Giovanni, vicino a Milano. Forse sarebbe il caso di evitare che resti un caso isolato…

Quando inquina più la stufa di casa degli inceneritori

Senza arrivare agli eccessi green del noto inceneritore di Copenaghen che, oltre a fornire energia pulita a 62mila abitazioni, permette agli olandesi di praticare sci sul suo tetto e di fare trekking lungo le sue pareti opportunamente predisposte, anche i modelli più spartani ma ugualmente tecnologici possono fare tanto per l’ambiente. Non inquinano infatti quanto si penserebbe osservando le loro ciminiere, cannoni puntati direttamente verso il buco dell’ozono dai quali spesso però si limita a uscire vapore acqueo.

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Secondo il Libro bianco sull’incenerimento dei rifiuti urbani, studio realizzato per conto di Utilitalia (la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche) dai Politecnici di Milano e di Torino e dalle Università di Trento e di Roma 3 Tor Vergata, per quanto riguarda le PM10 nell’aria, il contributo degli inceneritori è pari solo allo 0,03% contro il 53,8% delle combustioni commerciali e residenziali, per gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA) è pari allo 0.007% (contro il 78,1% delle combustioni residenziali e commerciali) e per le diossine ed i furani si attesta allo 0,2% (contro il 37,5% delle combustioni residenziali e commerciali). L’85% delle ceneri pesanti prodotte dalla combustione, inoltre, è ormai interamente avviato a processi di riciclaggio, con ulteriori miglioramenti degli impatti ambientali rispetto all’utilizzo delle materie vergini in attività quali la produzione di cemento e la realizzazione di sottofondi stradali.

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Quanti sono gli inceneritori in Italia?

Attualmente in Italia sono attivi 37 inceneritori: nel 2019 al loro interno sono state trattate 5,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e rifiuti speciali da urbani, producendo 4,6 milioni di MWh di energia elettrica e 2,2 milioni di MWh di energia termica; questa energia (rinnovabile al 51%) è in grado di soddisfare il fabbisogno di circa 2,8 milioni di famiglie.

L’Ue ha fissato al 2035 gli obiettivi del riciclaggio effettivo pari al 65% e della riduzione del ricorso alla discarica al di sotto del 10%: la tecnologia del recupero di energia tramite incenerimento delle frazioni non ricicla­bili può fornire un valido contributo, riconosciuto anche dalle pronunce della Commissione europea sul tema. “In Germania – spiega Filippo Brandolini, vicepresidente di Utilitalia – sono attivi 96 inceneritori, in Francia 126. Nel nostro Paese, soprattutto al Centro e al Sud, si registra una carenza impiantistica e se non si inverte questa tendenza, continueremo a ricorrere in maniera eccessiva allo smaltimento in discarica: attualmente ci attestiamo al 20% e dobbiamo dimezzare il dato nei prossimi 14 anni”.

Aumentare la capacità di trattamento degli impianti è fondamentale per chiudere il ciclo dei rifiuti, perché la raccolta differenziata e il riciclo producono scarti che vanno smaltiti nella maniera ambientalmente più corretta e perché il recupero energetico evita lo smaltimento in discarica. Il Libro bianco evidenzia che, in termini di emissioni climalteranti, la discarica ha un impatto 8 volte superiore a quello del recupero energetico negli inceneritori. Diversi flussi di rifiuti, se non recuperati energeticamente, hanno come alternativa il solo smaltimento in discarica: gli scarti del riciclaggio delle frazioni organiche, 127 mila tonnellate di scarti del riciclaggio della plastica, 300 mila tonnellate del riciclaggio della carta e 180 mila tonnellate del riciclaggio dei veicoli a fine vita.