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La metà degli italiani non trova lavoro dopo la laurea. 3 ragioni per capire perché

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La metà degli italiani non trova lavoro dopo la laurea. 3 ragioni per capire perché

Secondo i dati Eurostat 1 laureato su 2 non è occupato a 3 anni dalla fine degli studi. Le ragioni sono diverse, dal gap tra domanda e offerta di competenze, all’orientamento sbagliato

Secondo i dati Eurostat 1 laureato su 2 non è occupato a 3 anni dalla fine degli studi. Le ragioni sono diverse, dal gap tra domanda e offerta di competenze, all’orientamento sbagliato

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Un tempo il “pezzo di carta”, cioè il diploma di scuola superiore, era il sogno delle mamme e papà che desideravano, per i figli, una vita diversa dalla loro. Oggi quel “pezzo di carta”, anche se è firmato dal rettore di un ateneo, serve a poco in Italia per trovare lavoro. Secondo i dati appena pubblicati da “Eurostat” solo 1 laureato su 2 trova un’occupazione dopo tre anni dal conseguimento della laurea. E’ il dato peggiore nell’Unione Europea dopo la Grecia. Peggio ancora se pensiamo al diploma: nel nostro Paese, sempre a tre anni dal conseguimento del titolo, ha un lavoro solo il 30,5% del campione, raggiungendo così l’ultimo posto contro una media Ue a 28 Paesi del 59,8%.

Sotto la media europea

Una situazione drammatica. Numeri che vanno letti con attenzione, esaminati con la lente d’ingrandimento: nel complesso le persone tra i 20 e i 34 anni uscite dal percorso formativo occupate nel 2014 erano appena il 45% contro il 76% medio in Europa, indietro quindi oltre trenta punti percentuali. Non c’è confronto con Stati come la Germania dove il 90% del campione lavora entro tre anni dal titolo o il Regno Unito che ha una percentuale dell’83,2% di giovani che trovano un posto o il 75,2% della Francia. Uno scenario che è peggiorato negli ultimi sei anni: tra il 2008 e il 2014 la media di giovani occupati a tre anni dal titolo nell’Unione Europea è scesa di otto punti (dall’82% al 76%%) mentre in Italia è calata di ben venti punti (dal 65,2% al 45%).

Dopo la laurea, valigie per l’estero?

A fare i conti con questi dati sono soprattutto i nostri giovani che non frequentano più l’Università per restare in Italia, ma con la certezza che dovranno fare le valigie. Una sconfitta per l’Italia: un neo laureato su due, infatti, progetta di lasciare il BelPaese. A dirlo è uno studio dell’associazione “Donne e qualità della vita”, svolto su 1000 laureandi tra i 24 e i 28 anni. A sapere che dovranno lasciare casa sono soprattutto i ragazzi che hanno scelto un percorso nei settori scientifici, tecnologici o in architettura. I nostri ragazzi guardano con ammirazione gli imprenditori che si sono affermati all’estero, sanno che è più facile trovare un lavoro in Germania o in Inghilterra che in Italia e sono consapevoli che uno dei danni di questa terra è la mancanza di meritocrazia. Ma non basta. Cosa è successo in questi anni per ridurci in questo modo? Certamente esiste un problema legato al mercato del lavoro, ma una delle cause di questa emorragia va cercata nell’orientamento scolastico e nella mancanza di rapporti tra le imprese e il mondo della scuola.

Il problema dell’orientamento

Partiamo da un numero che arriva dalla banca dati di AlmaDiploma: il 46% dei diplomati 2015 è pentito della scelta fatta in terza media. Andando a leggere tra le righe del rapporto presentato le scorse settimane, scopriamo che il 43% cambierebbe tutto per studiare materie diverse; il 21% per compiere studi che preparino meglio al mondo del lavoro e il 14% per stare sui banchi per prepararsi meglio agli studi universitari. Ecco la prima falla del sistema. L’orientamento fallito. Da qui il passo verso un ateneo sbagliato è facile. Nessun aiuto i nostri ragazzi a scegliere guardando al mercato del lavoro. La conseguenza è quella di un pianeta lontano dall’altro, di imprese che hanno la possibilità di assumere ma non trovano competenze tra i nostri giovani. Il fenomeno si chiama “mismatching” ovvero il gap tra la richiesta di skill specifiche da parte delle aziende e le capacità dei candidati, tipico del mercato ICT e particolarmente diffuso su tutto il territorio italiano: una media del 13%, quasi il doppio rispetto alla media del resto del mondo pari al 7%.