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Da marzo potremo pagare online con il Bancomat

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Da marzo potremo pagare online con il Bancomat

Dal prossimo marzo per pagare online non sarà più necessaria una carta di credito: ecco come utilizzare il bancomat, e un po’ di chiarezza sul recente taglio delle commissioni.

Dal prossimo marzo per pagare online non sarà più necessaria una carta di credito: ecco come utilizzare il bancomat, e un po’ di chiarezza sul recente taglio delle commissioni.

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Pagare gli acquisti online con la stessa carta con cui si preleva il contante e senza doversi necessariamente dotare di una carta di credito. Da marzo 2015 si potrà fare. E sarà anche più veloce e sicuro grazie al nuovo servizio offerto da PagoBancomat. Lo ha annunciato Sergio Moggia, direttore generale del Consorzio (di cui fanno parte 594 soggetti tra cui banche, società capogruppo e i più importanti operatori non bancari nazionali arrivando a coprire più dell’80% delle carte di debito in circolazione e la quasi totalità dei Pos attivi), aggiungendo che il potenziale bacino di utenti è di 35 milioni di carte, tutte quelle accreditate al consorzio.

Chi vorrà accedere al servizio, dovrà contattare il proprio istituto di credito e abilitare la carta. Il sistema punta molto sulla sicurezza. Come ha spiegato Sergio Moggia a Smartmoney  la novità è che “non dovranno essere digitati online i dati della carta o altri codici di sicurezza, ad esempio il Pin”. Tutto questo perché il servizio di pagamento “resta sempre sotto il controllo diretto della banca che autentica e riconosce il proprio cliente”, continua Moggia.

Ma cosa si può fare oggi con la carta di debito?
Uscire per comprare le sigarette e non avere spiccioli in tasca. Il tabaccaio accetterà il pagamento con il Bancomat? Difficile, ma non impossibile. In Italia attualmente ci sono 1,4 milioni di Pos (Point of sale – terminali abilitati al pagamento attraverso carta di debito/credito del circuito Bancomat) e 34 milioni di carte Bancomat che salgono a 90 milioni se si aggiungono quelle di credito o le prepagate. In Francia i terminali non sono molti di più (1.834.000), eppure i pagamenti tramite Pos sono più del doppio di quelli italiani (398 miliardi di euro contro 160 miliardi). Le cose però stanno cambiando, lentamente.

L’obbligo c’è, la sanzione no
Lo scorso 30 giugno (dopo una proroga di 6 mesi – vedi l’articolo 15 di questo decreto) è entrato in vigore l’obbligo di accettare pagamenti attraverso carte di debito per tutti “i soggetti che effettuano l’attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali”. In teoria, a fronte di una spesa di almeno 30 euro, che ci si trovi dal tabaccaio, dal dentista o a casa propria davanti all’idraulico, ciascun consumatore dovrebbe avere il diritto di pagare con carta di debito. In pratica, non è proprio così.

Il problema è che per chi non si adegua alla norma non ci sono sanzioni. Naturalmente, la mancanza di una “punizione” ha alleggerito molto la portata dell’obbligo che da negozianti, artigiani e professionisti è stato definito alternativamente: “l’ennesima batosta”, “un regalo alle banche” , “un inutile balzello” e via dicendo.

Fra le richieste più diffuse degli operatori economici c’è quella di alzare a 50 euro il tetto di spesa che fa scattare l’obbligo. Ma è stata anche proposta l’esclusione dei settori a basso margine di redditività e delle imprese di nuova costituzione, fino al terzo anno di attività.

I tabaccai invece si chiedono se “una norma come quella che impone di accettare moneta elettronica possa obbligare a lavorare in perdita un’intera categoria”. Il presidente della Federazione italiana tabaccai, Giovanni Risso, in un’audizione alla Camera dei Deputati ha definito la spesa per il Pos “insostenibile per la categoria, con margini risibili e sempre in negativo, se si considerano anche i costi aggiuntivi”.

Caro Pos, ma quanto mi costi?
Il problema principale sono le commissioni bancarie.  Secondo Confesercenti, per una Pmi media (50mila euro di transazioni all’anno), l’obbligo di Pos costerà 1.700 euro l’anno, questa la cifra calcolata dall’ufficio economico sommando canoni, commissioni, installazione e utilizzo. I costi hanno poi un’incidenza maggiore per ”gli esercizi caratterizzati da pagamenti di piccola entità e da piccoli margini – come i gestori carburanti, i tabaccai, gli edicolanti, i bar ed altri -che vedranno il proprio utile dimezzarsi o azzerarsi, andando addirittura in rosso”, si legge in una nota dell’associazione.

Diversi i dati diffusi dal ministero dello Sviluppo Economico, secondo i quali “l’onere medio che un esercizio commerciale o un professionista sostiene per dotarsi di un Pos varia da un minimo di 25-60 euro l’anno ad un massimo di 120-180 euro a seconda della tipologia delle apparecchiature prescelte”.

La nota diffusa dal Ministero spiega che i costi fissi “coprono la disponibilità dell’apparecchiatura e dipendono dalle diverse funzionalità che il terminale può offrire e dal tipo di tecnologia utilizzata per il collegamento”, e “per i terminali più innovativi si aggirano in media intorno ai 2-5 euro mensili, mentre per le apparecchiature più tradizionali la media è di 10-15 euro al mese”. I costi variabili “sono, invece, legati al numero e all’ammontare delle transazioni effettuate dalla clientela e dipendono dal tipo di circuito utilizzato”.

Le commissioni scendono del 30%, ma solo per le banche
La commissione interbancaria era stabilita in 10 centesimi per operazione. “Era” perché di recente il Consorzio Bancomat  ha promesso all’Antitrust di abbassarle del 30%, passando dagli attuali 10 centesimi di euro a 7 centesimi per ogni operazione (ne abbiamo già parlato qui) .

Questo sconto di tre centesimi vale però solo per le attività di Bill Payment, (ad esempio il pagamento delle bollette) e al momento ricade solo sulle stesse banche, intervenendo sulle commissioni interbancarie e non su quelle pagate direttamente dai commercianti muniti di Pos.

Solo in seguito si capirà quindi se gli istituti di credito, a loro volta, lo faranno ricadere sui loro clienti, (magari scontando il servizio che gli offrono), oppure no.

L’impegno formale è stato assunto dal consorzio al termine di un’indagine avviata dall’Autorità garante del mercato e della concorrenza – il 19 febbraio scorso – per accertare ”l’eventuale sussistenza di profili anticoncorrenziali, in violazione dell’art. 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea”. Ma non finisce qui. L’Antitrust ha infatti avvertito che per il futuro il valore delle commissioni “sarà ancorato a un’analisi dei costi sostenuti dagli operatori e si ridurrà per effetto delle eventuali efficienze riscontrate a livello di sistema”. Non si tratta però di una novità, come spiega a Smartmoney il direttore generale del Consorzio Bancomat®, Sergio Moggia, “Come consorzio, non entriamo nelle modalità commerciali con cui le commissioni vengono applicate ai commercianti. Tuttavia, ogni due anni riverifichiamo a ribasso le commissioni interbancarie con l’autorità Antitrust, in linea con i continui interventi di efficientamento”. Attualmente, è in atto una rivisitazione della normativa a livello europeo, quindi ci sono da aspettare altre novità”.

Dati su Pos e carte Bancomat
Le efficienze in un sistema come questo derivano soprattutto dalle economie di rete: più Pos e più transazioni ci sono, meno costoso risulterà il servizio. Per farsi un’idea sull’ampiezza del fenomeno basta guardare i numeri del circuito Bancomat in Italia. I dati più aggiornati si riferiscono alla fine del 2013. Le rilevazioni sul 2014 cominceranno a partire da gennaio 2015, solo allora si potrà fare anche una valutazione più accurata sull’effetto dell’obbligo senza sanzione.

Come si può vedere dal grafico qui sotto, i valori dei Pos attivi (1,4 milioni) e delle carte in circolazione (34 milioni) sono in crescita.

Perché è così importante l’utilizzo delle carte di debito nei pagamenti?
Dietro l’utilizzo delle carte di debito e di credito c’è un fisco più trasparente, aiutato dalla tracciabilità dei pagamenti. Ecco perché la questione interessa anche a Rossella Orlandi, il direttore dell’Agenzia delle Entrare, che sull’obbligo di Pos scattato a fine giugno ha commentato: “credo ci voglia una scelta politica aggiuntiva rispetto a uno strumento che per ora è solo di moral suasion (una persuasione quindi, non un obbligo ndr)”. Intanto, sempre secondo Orlandi, “sono maturi i tempi per l’utilizzo della moneta elettronica, il cui incremento ha un impatto positivo sulla riduzione del sommerso e sull’evasione fiscale, oltre che sul costo di gestione del contante che costa 4 miliardi l’anno al settore bancario e 8 miliardi al sistema Paese”. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, durante un’audizione alla commissione parlamentare di Vigilanza sull’Anagrafe tributaria, ha sottolineato come l’addio al contante a favore della moneta elettronica in tutte le operazioni commerciali “sarebbe uno strumento potente per migliorare il contrasto all’evasione fiscale”.

E c’è anche chi pensa di introdurre soluzioni molto più incisive rispetto all’obbligo di Pos. Ad esempio, tassare l’uso del contante. In questo post de Lavoce.info si parla infatti di un’imposta sui prelievi bancari. Secondo gli autori se  tutti i prelievi da sportelli bancari o bancomat fossero tassati (e l’importo venisse addebitato dalla banca sul conto corrente nel momento in cui viene effettuato il prelievo), l’uso del contante diventerebbe più costoso per i consumatori. Questi allora comincerebbero ad usare di più gli strumenti di pagamento tracciabili come carte di debito, carte di credito e bonifici. E visto che è molto difficile evadere le tasse se i pagamenti sono tracciabili, ci sarà anche meno evasione.