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La bufala dell’Isis che usa Bitcoin per l’attacco a Parigi, spiegata.

Economia Digitale
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La bufala dell’Isis che usa Bitcoin per l’attacco a Parigi, spiegata.

Gli attentati finanziati con la valuta digitale? Una bufala nata da una catena di errori. Che ha trasformato i bitcoin da strumento marginale a “moneta preferita” dai terroristi

Gli attentati finanziati con la valuta digitale? Una bufala nata da una catena di errori. Che ha trasformato i bitcoin da strumento marginale a “moneta preferita” dai terroristi

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Avete presente il telefono senza fili? È un gioco nel quale il primo della fila bisbiglia una frase all’orecchio del vicino. E, passo dopo passo, le parole si trasformano fino a diventare altra cosa. È quello che è successo ai bitcoin: da possibile (e non confermata) risorsa per l’Isis è diventata “la moneta preferita dai terroristi” e la fonte di finanziamento degli attentati di Parigi.

Partiamo dalla fine. Contattato via mail, Ghost Sec, il gruppo di attivisti informatici citato come fonte della notizia, ha chiarito: “Non esiste alcuna relazione tra wallet di bitcoin e attentatori di Parigi”. Come mai qulacuno ha scritto il contrario?

La ricerca di legami tra il Califfato e Bitcoin

Tutto parte lo scorso settembre da Ghost Sec e dal giornale online dw.com. Il primo ha avviato una campagna informatica anti-Isis che includeva l’individuazione di profili social e wallet sospetti. Tra questi, ne scova uno, legato a un sito pro-Isis che abita il deep web.
Il compito di Ghost Sec, però , è solo quello di individuare movimenti sospetti (segnalati anche dagli utenti). Per cui passa la palla a dw.com, che assume un team di analisti e va alla ricerca di un collegamento tra alcuni indirizzi bitcoin ed esponenti del califfato.

Il risultato è in un articolo di Lewis Sanders: la ricerca ha portato a un wallet da 3 milioni di dollari, il cui proprietario risulta però “non chiaro”. La prima versione dell’articolo viene pubblicata alla fine di settembre. Cita anche un portafoglio bitcoin da 23 milioni di dollari “legato” all’Isis. Questo è il primo salto nel telefono senza fili. Il giornalista afferma che quel “legato a” (“tied to”) è stato aggiunto da una manina in redazione e non faceva parte della versione originale.

Lo afferma chiaramente l’autore su Twitter.

Oggi quell’articolo è stato modificato, smorzato. Conferma la possibilità che l’Isis possa utilizzare bitcoin ma non dà certezze. Quel “tied to” è sparito. Occhio alla data: settembre 2015. Due mesi prima dell’assalto a Parigi.

Come ti dissemino il panico, istruzioni per l’uso.

Il telefono senza fili, però, ha vita propria. Il 14 novembre, un giorno dopo gli attacchi nella città della Senna, Newsbtc scrive che “militanti dell’Isis collegati agli attacchi terroristici francesi avevano un indirizzo bitcoin con 3 milioni di dollari”. Networkworld bissa: “Un gruppo di attivisti conferma che i terroristi dell’Isis collegati agli attacchi di Parigi hanno un fondo in bitcoin”. Hanno informazioni fresche? No, le “fonti” citate sono due: l’articolo di dw.com scritto (e poi corretto) due mesi prima senza alcun riferimento alla Francia, e Ghost Sec (che ha smentito).

La notizia è stata storpiata tanto da costringere Sanders a tornare sull’argomento. Su Twitter ha confermato la possibilità che alcuni supporter dell’Isis usino bitcoin, ma condanna “siti di news che hanno estrapolato informazioni errate”

Ora, nessuno nega la possibilità che simpatizzanti dell’Isis possano utilizzare bitcoin. Anche Ghost Sec conferma di aver trovato delle transazioni riconducibili al califfato. “Ma si tratta di una percentuale minima dei loro affari, compresa tra l’1 e il 3%”.

E’ chiaro quindi che i bitcoin non sono “la moneta preferita dai militanti dell’Isis”.

E’ vero che usano anche Paypal

Il dark web offre zone d’ombra che non obbligano all’uso delle criptovalute: nelle profondità della rete non c’è un sistema bancario e i modi per aggirare i controlli abbondano. Anonymous, ad esempio, ha scoperto 40 account Paypal  riconducibili, secondo il gruppo di hacker, a uomini vicini all’Isis.

Anche l’Iss (l’Istitute for security studies dell’Ue) ha affermato che gli ambienti vicini all’Isis usano “presumibilmente” bitcoin nel dark web per trasferire denaro. Al pari di prepagate o, semplicemente, carte di credito rubate.

La possibilità che i bitcoin vengano utilizzati anche da organizzazioni terroristiche c’è. Ma il loro impatto pare, al momento, modesto rispetto ad altre forme di finanziamento tradizionali. In fondo sono moneta. Digitale, ma pur sempre moneta. E nessuno si stupirebbe se, oltre ai dollari e all’euro, si scoprisse che l’Isis utilizza corone o kune. Se nel deep web si potessero scambiare armi con buoni pasto, forse si userebbero anche quelli.

Questo non significa abbassare la guardia. A nuovi sistemi di trasferimento devono corrispondere nuovi sistemi di sicurezza. L’Europa, presa dallo shock post-parigino, sta valutando maggiori controlli sulle criptovalute, ma anche sui sistemi di pagamento elettronico e sullo scambio di metalli preziosi. Anche se poi la vera benzina dell’Isis resta il petrolio: frutterebbe al Daesh circa 1,5 milioni di dollari al giorno. E per quello non servono né darknet né bitcoin.

Paolo Fiore