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ModeFinance, lo spin-off dell’Università di Trieste che analizza i big data della finanza, è una delle realtà fintech che meglio di ogni altra rappresenta un modello da imitare: cervelli che restano qui. Dopo la vittoria al GranPrix di CheBanca! la startup tiestina ha messo a segno uno dopo l’altro colpi che potrebbero diventare un caso di studio, tra tutti la certificazione come agenzia di rating europea e il round da 1,3 milioni con Corvallis, che sta consentendo a modeFinance di internazionalizzare i propri servizi. Abbiamo intervistato il loro co-founder, Mattia Ciprian.

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Mattia, com’è cambiata la tua giornata-tipo negli ultimi anni?
«Prima tutti facevano tutto, anche i ragazzi avevano come riferimento me e il mio collega. Ora io mi occupo più di amministrazione e controllo delle vendite. Siamo cresciuti. Viaggio spesso, come allora, ma spesso vengono anche a trovarci a Trieste. E se non vengono ci cercano».

Perché?
«Le multinazionali, non dico chi ma grandi gruppi finanziari, hanno scoperto che esiste il fintech e quindi rispetto a 2 anni fa ora ti chiamano e fanno scouting».

Addirittura scouting…
«Sì, forse si rendono conto di avere dei problemi, o meglio delle esigenze, e quindi ti cercano continuamente».

Siete diventati importanti…
«Questo non posso essere io a dirlo, ma abbiamo circa 500 multinazionali che utilizzano i nostri prodotti, più un altro centinaio di aziende medio-grandi che utilizzano i nostri prodotti. E tutto questo trascurando gli users della nostra app s-peek, che sono oltre 60mila».

E il fintech italiano è sempre lo stesso?
«Fino a 2 anni fa in Italia pochi sapevano cosa significasse la parola Fintech, l’ecosistema era piccolo, ed eravamo davvero in pochi a scommetterci. Ora la musica è cambiata».

Fintech e banche: chi uccide chi

E’ cambiata anche per le banche. Pensi che alla fine di fintech moriranno o saranno loro, il fintech?
«Alcune startup e società fintech, che hanno avuto buone idee ma non hanno avuto il capitale sufficiente per fare lo scale up, hanno creato delle tecnologie interessanti che è più facile che le banche acquistino o producano, prima che esse stesse scompaiano».

Un esempio?
«All’estero ci sono cose interessantissime, che probabilmente “uccideranno” alcune caratteristiche delle banche, ad esempio lo sconto fattura. E poi ci sono alcune tecnologie, ad esempio i bitcoin, dove magari non solo le banche ma anche le aziende anziché usarli per le transazioni vi preferiranno la tecnologia che c’è dietro, ovvero la blockchain».

Il team (una parte, visto che oggi sono in 15) di ModeFinance

Il team (una parte, visto che oggi sono in 15) di ModeFinance

Perché le banche cambieranno per sempre

Come immagini le banche tra 5 anni?
«E’ chiaro che le banche non saranno come le conosciamo oggi. Le vedo completamente dematerializzate, con pochissimi sportelli. Alcuni servizi che saranno totalmente web, nel momento in cui io cittadino, cliente e operatore sarò univocamente riconosciuto con Spid, ad esempio, e che quindi non avrò bisogno di qualcuno che mi chieda la carta d’identità e certifichi la mia identità, gli sportelli non avrebbero alcun motivo di esistere. E grazie alla rete ci saranno anche più offerte, oggi contratti il prestito, il tasso d’interesse. Internet ottimizzerà il processo della trattativa».

Ma un mutuo non è la stessa cosa che chiedere un piccolo prestito…
Se tu compri casa hai bisogno di un assegno circolare, le transazioni sono ancora da capire. Non mi pare che esistano monete virtuali che possono sostituire le garanzie oggi rappresentate da un assegno circolare da 300 mila euro, ad esempio. Perché non è il quantum quanto la garanzia che quell’assegno rappresenta. Si dovrà digitalizzare un intero processo, non è solo una questione bancaria. Non sarà facile digitalizzare e sburocratizzare l’intera filiera, ma sono certo che non sarà impossibile.

Il fintech è rimandato a settembre

Quindi la musica non è poi così cambiata. Visto che siete un’agenzia di rating, adesso, che voto daresti al fintech in Italia?
«Darei una singola B, perché se guardo a Londra lì siamo sulla tripla A: grandi capitali, grandi idee, grandi movimenti, anche a livello governativo, pensa che c’è anche un ministro del fintech! Noi non siamo una tripla C, sicuramente, ma perché all’italiano medio non manca la fantasia, che all’estero non hanno. E siccome ritengo che la doppia B sia la sufficienza, direi che siamo ancora un po’ lontani dalla sufficienza, perché manca un sistema integrato».

Di chi è la colpa, degli investitori, delle banche…?
«Non so se c’è un colpevole. Sicuramente il livello di capitali che viene mosso in Italia non è sufficiente. Se l’ottica è meno italiana e più anglosassone, che guarda ai numeri e non alle potenzialità. Basta guardare i deal più grossi, sono tutti andati in Uk e Usa».

Dov’è che si inceppa il meccanismo?
«Sulle startup si sta facendo, sull’equity non si fa molto. Serve un sistema per stimolare l’equity, non solo sul fintech. È una questione di ecosistema. Quelle che vengono chiamate Pmi innovative sono in vera difficoltà. Mentre per le startup alcuni strumenti ci sono, ad esempio quello di poter pagare i dipendenti in stock option, oppure i cosiddetti fallimenti leggeri, quando queste diventano Pmi innovative e quindi devono fare lo scale up, ad esempio, non possono accedere al fondo di garanzia di medio credito centrale (quello del cd. “decreto Passera”, ndg)».

Andare o restare

Quindi per chi vuole fare fintech meglio un periodo a Londra che un grant…
«Assolutamente sì! Andando fuori vedi sistema che funziona cosa stanno facendo gli altri, si impara tantissimo dagli errori e dalle cose fatte dagli altri, e poi vai lì e fai network, ti fai un’idea e poi magari torni a proporre qui. Con una raccomandazione…»

Quale?
«Guardare cosa fanno gli altri, certamente, ma al giovane startupper fintech dico: devi avere spirito critico, non copiare. Devi avere in mente sempre che cosa vuoi fare tu».

Aldo V. Pecora

@aldopecora