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Un videogioco contro la violenza di genere. È il calcio online di Breakaway (che piace a Eto’o)

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Un videogioco contro la violenza di genere. È il calcio online di Breakaway (che piace a Eto’o)

Ragazzi e ragazze di 180 Paesi imparano con un videogame i comportamenti giusti per promuovere la parità di genere, soprattutto in contesti difficili come Sudafrica e Palestina

Ragazzi e ragazze di 180 Paesi imparano con un videogame i comportamenti giusti per promuovere la parità di genere, soprattutto in contesti difficili come Sudafrica e Palestina

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Un milione di ragazzi ci hanno giocato in sei anni. Più di 180 nazioni sono state raggiunte. Una squadra di 150 studenti da tutto il mondo l’ha sviluppato e promosso. E presto sarà disponibile anche in cinese. Breakaway, il gioco online costruito per sensibilizzare i ragazzi al rispetto delle donne e alla condanna della violenza di genere, ha raggiunto questi numeri finora. Si gioca a calcio, ma lo scopo non è solo quello di andare in rete. L’universalità del pallone serve a trasmettere un messaggio educativo durante la partita. E a guadagnare punti in più grazie al rispetto di regole comportamentali. I destinatari sono ragazzi e ragazze tra 9 e 15 anni che impareranno così attraverso il gioco come relazionarsi con l’altro sesso.

videogioco

Ragazzi e ragazze insieme sul campo a Hebron

Breakaway è stato lanciato nel 2010 durante i campionati mondiali di calcio in Sud Africa. A crearlo gli studenti dell’Emergent Media Center al Champlain College degli Stati Uniti. Il gioco è riuscito anche a uscire dagli schermi del pc. Ed è arrivato sui campi veri, spesso periferici e polverosi. A El Salvador per esempio o a Hebron, nei territori palestinesi. Nel 2012, lo studente del Champlain College Mahmoud Jabari ha avuto l’intuizione di trasformare il videogioco in un campo estivo e di coinvolgere i ragazzi palestinesi. Maschi e femmine si sono trovati a confrontarsi nel rettangolo di gioco. È stato il primo esperimento di questo tipo in Cisgiordania: «Abbiamo avuto la possibilità di vedere i bambini comprendere i diritti di genere e per quale motivo le femmine possono giocare ed essere uguali ai ragazzi». Una possibilità tutt’altro che scontata, soprattutto in alcuni contesti culturali come quello palestinese, dove l’uguaglianza e la parità vengono spesso interpretati in maniera confusa. Attraverso tre campi, 300 bambini palestinesi hanno giocato e imparato attraverso Breakaway.

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I videogames che combattono la violenza

Nel 2013, il team di Breakaway è entrato nel programma di sviluppo delle Nazioni Unite e dell’Università di Sonsonate di El Salvador e ha applicato lo stesso modello usato in Palestina. Così gli studenti delle università locali sono diventati dei “facilitatori” e hanno guidato i ragazzi attraverso il gioco, la discussione e le attività interattive di Breakaway. Mariana Herrera, studentessa di grafica, ha voluto seguire l’esempio del suo collega Jabari nel suo Paese: «Beakaway è un progetto che prende i videogames, un mezzo che i bambini amano ma che spesso rappresentano la violenza, e li usa per mettere fine alla violenza, soprattutto quella contro donne e ragazze».

Obiettivo Womanity 2016

I risultati di Breakaway sfiorano l’86% di scelte positive nelle dinamiche comportamentali con le donne. E di conseguenza anche nella vittoria del gioco. Il prossimo step del progetto è stabilire un accordo con Grassroots Soccer, l’organizzazione internazionale per lo sviluppo dello sport. Molti i nomi famosi del calcio che appoggiano l’organizzazione, come Samuel Eto’o. E forse anche loro consentiranno a Breakaway di vincere il premio Womanity 2016. Significherà avere 300mila dollari per realizzare una versione mobile del gioco e indirizzarlo soprattutto al contesto sudafricano, dove il problema del femminicidio raggiunge proporzioni notevoli. Secondo uno studio del 2013 ripreso da Techcrunch le donne uccise nel contesto familiare in Sudafrica sono una ogni otto ore. E alla base di tutto, oltre la violenza, c’è una mentalità che non riesce ancora a liberare la donna dalla sua condizione di subalternità.