Storia di una startup da 2 miliardi che pare più fuffa che prodotto. Il caso Domo
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Ultimo aggiornamento il 13 marzo 2017 alle 11:15

Storia di una startup da 2 miliardi che pare più fuffa che prodotto. Il caso Domo

Domo è una società di big data valutata 2 miliardi di dollari. Troppo, secondo alcune testimonianze. Perché prodotto e vendite non sono all'altezza

“Sapere è potere” (“Information is empowering”). È lo slogan che campeggia sulla homepage del sito di Domo. Nulla di strano per una startup che si occupa di big data e analytics. Nulla di strano se non fosse che il valore e i proclami della società sarebbero lontani dalla realtà. Lo hanno rivelato a Business Insider alcuni ex dipendenti.

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Quali sono i numeri di un unicorno istantaneo

Cominciamo dai numeri. Domo ha una valutazione di 2 miliardi di dollari. La società è stata fondata nel 2010, ma ha accelerato negli ultimi tre anni, a tal punto da guadagnarsi l’etichetta di “unicorno istantaneo”. Forse dire istantaneo è un po’ troppo, ma la progressione è comunque ripida. Domo piace molto agli investitori: i finanziamenti incassati sfiorano i 580 milioni.

Nel marzo del 2013, la società mette a segno un round B da 60 milioni di dollari e arriva a valerne 310. Meno di un anno dopo ne vale già 825. Nell’aprile 2015 arrivano le casse capienti di BlackRock: i 200 milioni investiti in un round D fanno saltare il valore a 2 miliardi. Livello confermato dal round di marzo 2016.

Vale 2miliardi, 800 dipendenti e mille clienti

La fiducia arriva anche da un precedente. Il ceo Josh James ha già fondato un unicorno, Omniture. E ha già saputo valorizzarlo: dopo averlo quotato nel 2006, ha venduto la maggioranza ad Adobe per un 1,8 miliardi di dollari.

Domo afferma di avere 800 dipendenti e un migliaio di clienti, grazie ai quali ha incassato già 100 milioni di dollari. Ma dietro questo luccicante scenario si nasconderebbero delle crepe (quando non delle vere e proprie balle). Questi, in sintesi, i punti critici emersi dalle testimonianza raccolte da Business Insider: il prodotto è buono, ma per prezzo e qualità non può competere con i concorrenti (come Tableau); la divisione che si occupa delle vendite alle società maggiori (tra le quali Nfl, Nbc, eBay e National Geographic) avrebbe fatto flop, tanto da spingere alcuni dipendenti a cambiare aria; le stime eccessive mettono al riparo i venture capital ma non gli altri azionisti.

Più un’impresa di vendite che una tech company

Lo scorso novembre Josh James si è guadagnato la copertina di Forbes. Con un titolo alla Buzz Lightyear (“Verso l’infinito e oltre”). Viene descritto come l’uomo che “sta reinventando il management”. Per gli ex dipendenti è invece “un bravo ragazzo”, magari un po’ sbruffone. Un leader “molto carismatico. Ma non altrettanto efficace dal punto di vista operativo”. Più a suo agio con il marketing che con il bilancio. “È il tipo che fa promesse eccessive”. Un tratto che pare calzare con la sua creatura. Per uno dei testimoni, Domo “è un’impresa di vendite più che una tech company”. E ancora: “Si preoccupa più di come viene vista dagli altri più che di quello che c’è da vedere”.

L’inclinazione all’iperbole sembra appartenere anche al cmo Heather Zynczak: “Da quanto ho varcato quella porta, ho iniziato a volare, stiamo andando come un razzo. Ho trascorso la maggior parte della mia carriera nella Silicon Valley, ma non ho mai visto nulla di simile. Zynczak descrive Domo “come Ceneretola”. Una bella storia, ma pur sempre una fiaba.

Primo: il rapporto qualità prezzo. «Domo chi?»

Domo non è il nulla. Gli ex dipendenti non lo mettono in dubbio. Quello che non torna è una valutazione esagerata rispetto al reale valore. Una discrepanza che emerge nel confronto diretto con i concorrenti. Dan Kogan, responsabile dei prodotti di Tableau, snobba Domo: “Non ci siamo accorti della sua presenza”. E fa un paragone tra due servizi equivalenti: “Tableau Online, la nostra offerta in cloud, costa agli utenti 500 dollari l’anno. Domo Enterprise ne costa 250, al mese”. Dan Kogan, snobismo a parte è pur sempre un concorrente. Ecco perché le sue parole (numeri esclusi) devono essere soppesate.

Un ex dipendente di Domo, però, avvalora la sua tesi. “Una cosa impressionante di Domo è la sua capacità di cambiare velocemente”. L’accelerazione, però, non è tutto. “Non voglio dire che Domo è un cattivo prodotto. Dico solo che non è buono quanto Tableau”. E per spiegare la differenza si affida all’automobilismo: “Domo va da 0 a 60 in 4,5 secondi. È molto rapido. Ti consente di avere dati in pochissimo tempo. Ma la velocità massima non andrà oltre i 70 chilometri orari. Tableau potrebbe richiedere un po’ più tempo, ma la sua velocità massima è molto più alta”.

Secondo: e le vendite vanno male

Domo sbandiera un business in piena accelerazione. E non può fare altrimenti. La stagnazione per una società che ha incassato 330 milioni in un anno non è contemplata. Nella nota che festeggia l’ultimo round, a marzo, James dichiara di “essere in una posizione fortunata. Abbiamo grandi investitori, grandi prodotti e grandi vendite”.

Ma, ancora una volta, i testimoni ascoltati da Business Insider la pensano diversamente. Nel 2015 il team incaricato di chiudere i contratti più importanti, quelli con le aziende maggiori, ha mancato i target. Anzi, “non ci sono andati neanche vicini”. I prezzi alti non hanno certo aiutato. La conseguenza immediata è stato l’addio di alcuni responsabili delle vendite e il capo dell’unità responsabile delle vendite alle aziende è stato rimosso. Anche alcuni addetti alle vendite confermano: Domo è sovrastimata.

Un altro numero esagerato pare essere quello delle app. Domo ha infatti un app store, dove si dovrebbero acquistare applicazioni utili per ogni tipo di raccolta e analisi dei dati. Alcune però sembrano avere poco a che fare con i big data. Come ad esempio una che serve a tenere nota degli iscritti a una confraternita universitaria. Più da Animal House che da analytics. Domo si è difesa dicendo che, come in tutti gli app store, la qualità varia molto perché dipende da sviluppatori terzi.

Terzo: dipendenti a secco

La progressione degli investimenti, le precedenti scelte del fondatore e le sue dichiarazioni portano Domo verso la Borsa. Morgan Stanley e Credit Suisse starebbero già studiando l’approdo a Wall Street. Con quali certezze? Le testimonianze raccolte insinuano quantomeno il dubbio che la società non sia così florida come dice di essere: in mezzo, tra la bancarotta e l’unicorno, ci sono centinaia di sfumature possibili.

Una certezza però c’è: i milioni incassati sono veri. Domo piace, molto, agli investitori. Ma i dubbi restano. Ad esempio, perché James ha voluto due round da 331 milioni complessivi in meno di 11 mesi? A marzo ha venduto un pezzo di società alla stessa valutazione del 2015 per incassare risorse fresche. Tra la quota di James (che possiede ancora la maggioranza) e quella degli ultimi investitori, resta poco spazio per i dipendenti-azionisti.

PitchBook aggiunge poi un altro elemento: i finanziamenti avrebbero (come spesso accade) una “preferenza di liquidità” pari al valore dell’investimento. BlackRock & Co. hanno in pancia delle azioni privilegiate. Nulla di strano: semplice protezione dal rischio. Significa però che, qualsiasi sia il valore della futura exit, i fondi saranno i primi a essere pagati. Facciamo un esempio: i 331 milioni che valutano la società 2 miliardi valgono il 16,5%. Se Domo vendesse il 100% a 331 milioni, agli investitori non andrebbe solo il 16,5% (cioè 54,6 milioni) ma l’intera somma. Tradotto: per garantire un guadagno anche agli altri azionisti, Domo dovrebbe confermare la sua valutazione miliardaria anche in sede di exit. Se la bolla scoppiasse, i primi a rimanere a secco sarebbero i detentori di azioni ordinarie, dipendenti-azionisti in testa.

Paolo Fiore
@paolofiore

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