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Annunciati a più riprese da praticamente tutti i governi succedutisi negli ultimi anni per poi regolarmente finire nel dimenticatoio, i Piani Individuali di Risparmio (Pir), introdotti nell’ultima legge di Stabilità, sono diventati realtà con il nuovo anno. Come prevedibile la novità ha creato grande clamore e i primi prodotti offerti dagli operatori hanno attirato enorme interesse da parte degli investitori italiani.

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Le caratteristiche fiscali di questo prodotto, che prevede la detassazione delle plusvalenze qualora si mantenga l’investimento per più di 5 anni, appaiono a molti come un incentivo estremamente appetibile. In tanti si domandano se i Pir possano rappresentare la scelta giusta per i propri investimenti a medio-lungo termine.

Prima di prendere una decisione così importante per il proprio futuro finanziario è però necessario riflettere sulla struttura di questo strumento. L’osservatore attento capirà che, a fronte dell’incentivo fiscale, esistono dei fattori di rischio che pongono seri dubbi sull’opportunità di scegliere la via dei PIR qualora si volessero investire i propri risparmi.

Cosa sono e come funzionano i Pir

L’obiettivo dei Pir è quello di indirizzare il risparmio verso le piccole e medie imprese italiane con il risultato di stimolare l’economia nazionale. Lo schema ricalca quello già collaudato in altri paesi come Francia e Regno Unito dove esistono prodotti affini. In pratica, i Pir sono dei contenitori giuridici che possono assumere varie forme (fondi, conti titoli, gestioni patrimoniali) e contenere diverse forme di prodotti finanziari (azioni, obbligazioni, Etf, depositi e conti correnti) purché vengano rispettate, nella composizione dei portafogli, le limitazioni previste dalla legge.

È infatti obbligatorio investire almeno il 70% del capitale in aziende con sede in Italia o in imprese domiciliate all’interno dello spazio economico europeo (SEE) che abbiano stabile organizzazione nel nostro Paese. Almeno il 30% di questa quota (il 21% del totale) dovrà inoltre essere investita in strumenti emessi da aziende che non sono quotate nell’indice Ftse Mib di Borsa Italiana.

La quota investita su un singolo emittente non deve superare il 10% del totale (questo vale anche per gli strumenti liquidi come i conti correnti e i depositi, che tutti insieme non potranno sforare il 30% del capitale investito).

Quanto si può investire

I Pir sono destinati solo alle persone fisiche per gli investimenti effettuati fuori dall’esercizio di impresa. La soglia minima di investimento è di 500 euro mentre quella massima è di 30 mila euro annui.

Investendo tramite i Pir si potrebbero godere alcuni vantaggi fiscali. I redditi da capitale e i rendimenti saranno infatti esentati da imposte qualora l’investimento venga mantenuto per più di 5 anni, con la possibilità di continuare a investire anche oltre questo orizzonte temporale. I PIR sono inoltre esenti dall’imposta di successione.

6 motivi per cui per ora preferiamo di no

Quando si decide di investire è bene considerare con attenzione tutti i fattori capaci di intaccare la sicurezza del nostro capitale, specialmente se esistono dei vincoli temporali che non ci garantiscono di limitare la nostra esposizione facilmente. Crediamo infatti che l’incentivo fiscale non vada considerato come un regalo che il legislatore ha deciso di fare al risparmiatore. Esso serve a remunerare il rischio che l’investitore si assume e quindi va considerato in termini relativi.

A nostro avviso i Pir presentano una serie di caratteristiche che li rendono una scelta non consigliabile per chi vuole investire i propri risparmi.

1. Non offrono diversificazione geografica dell’investimento esponendo di fatto i vostri risparmi ai rischi del sistema Italia, senza peraltro la possibilità di bilanciare verso altre aree in caso di necessità.

2. Il rischio geografico si unisce al rischio specifico generato dalla presenza nel portafoglio di strumenti emessi da imprese italiane a piccola e media capitalizzazione. Questi strumenti sono generalmente molto volatili e poco liquidi. Essere vincolati a questo tipo di prodotti per lungo tempo vuol dire condannare il proprio investimento a livelli di rischio eccessivi, con grande probabilità di intaccare il proprio capitale.

3. Bisogna inoltre tenere a mente che l’incentivo fiscale è vincolato a una durata almeno quinquennale dell’investimento. Qualora aveste necessità ritirare in anticipo la vostra posizione, vi trovereste a pagare la normale aliquota del 26% sulle plusvalenze.

4. Per via della loro struttura i PIR saranno composti principalmente da azioni e obbligazioni. Si tratta di un limite che potrebbe rendere complessa una distribuzione equilibrata tra le varie asset class.

5. I Pir, inoltre, si configurano come strumenti dedicati a investitori molto esperti. Il panorama delle piccole e medie imprese italiane è molto complesso ed estremamente volatile. Inoltre, la novità del prodotto vi lascerà pochi riferimenti per valutare la performance dei vostri gestori.

6. Infine, la varietà di forme giuridiche con cui i PIR possono essere offerti apre la possibilità a strutture di costo poco trasparenti.

Per tutte queste ragioni abbiamo deciso di non includere i Pir all’interno della nostra offerta. Pensare soluzioni competitive dal punto di vista fiscale è sicuramente una nostra priorità, come dimostra il servizio di Gestione Patrimoniale che abbiamo da poco lanciato e che garantisce grandi vantaggi rispetto al nostro tradizionale servizio in amministrato.

Non crediamo che i PIR siano lo strumento efficiente per proteggere il vostro investimento nel tempo. Abbiamo quindi scelto di rimanere fedeli alla nostra filosofia: offrire investimenti flessibili e trasparenti, che garantiscano una buona redditività senza per questo esporre il vostro patrimonio a rischi troppo concentrati o vincolare le vostre scelte di investimento a parametri stringenti.

Paolo Galvani
@galvi

*Paolo Galvani è co-founder e presidente di MoneyFarm