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Tra i nati nel 1999 il primo partito è quello del non voto

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Tra i nati nel 1999 il primo partito è quello del non voto

L’analisi a poche ore dall’apertura delle urne. I ragazzi della Generazione Z potrebbero essere del tutto esclusi dalle politiche. Le cause sono molte, e il linguaggio della politica non aiuta

L’analisi a poche ore dall’apertura delle urne. I ragazzi della Generazione Z potrebbero essere del tutto esclusi dalle politiche. Le cause sono molte, e il linguaggio della politica non aiuta

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Una manciata di ore alle elezioni e l’atmosfera si scalda: per tutti, tranne che per i nati nel 1999 e i primi mesi del 2000.

Chi sono? I neodiciottenni, i primi rappresentanti della Generazione Z che si presenteranno alle urne per la prima volta.

 

Che faranno? Probabilmente niente. Questo è il deprimente scenario che si trova davanti a sé la politica italiana: quello di aver già perso parte degli aventi diritto, i più giovani, quelli che rappresentano il futuro di tutti noi.

Secondo la maggior parte dei sondaggi effettuati su scala nazionale infatti, il 40% dei neodiciottenni non andrà a votare, ovvero il primo partito è il NON voto.

Tra i ragazzi il primo partito è il non voto

Dal nostro osservatorio interno di ScuolaZoo la situazione non cambia: l’affezione alla politica da parte della Generazione Z è bassissima. Un risultato che è deprimente per la politica, ma ancor più grave, svela una situazione allarmante per l’intero paese.

 

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Due lingue non compatibili

I politici parlano un linguaggio (non solo verbale) che è lontanissimo da quello dei ragazzi e i temi che trattano non li riguarda minimamente, per lo meno nell’immediato.

È difficile per i ragazzi poter pensare al futuro e comprendere i temi che sono alla base del dibattito politico, perché nessuno, tranne nelle famiglie più fortunate e preparate, gli insegna di cosa si tratta.

La scuola, lo si dice spesso, non prepara ad entrare nel mondo del lavoro. La verità è che oggi la scuola non prepara i ragazzi a diventare nemmeno cittadini consapevoli, capaci di interpretare il funzionamento del paese.

Nessuno pensa che i programmi scolastici debbano insegnare ad avere una coscienza politica, o rappresentare un accompagnamento verso una scelta di partito, ma certamente devono contribuire a dare una cultura civica, base da cui ogni ragazzo potrà poi prendere le proprie scelte in ambito politico.

Come si cambia la situazione

Educazione Civica? Sicuramente, ma forse ridurre il tutto a un’ennesima ora di lezione non risponde alle esigenze di praticità, proprio come non lo sta facendo la politica.

Forniamo ai ragazzi ad esempio degli incontri, con persone del luogo che si occupano di occupazione giovanile, reimmissione dei disoccupati nel mondo del lavoro, assistenza ai pensionati, addetti alle iniziative ambientali, sociali e tutto ciò che rappresenta davvero una problematica quotidiana che è legata all’attuale struttura burocratica italiana.

 

Si parla tanto ma si ascolta sempre meno e quando si forniscono occasioni di ascolto, non se ne verifica l’efficacia. Eppure, ci sono Rappresentanti degli Studenti, in alcune scuole superiori italiane, che organizzano Assemblee d’Istituto proprio per informare, fornire stimoli, accendere confronti. Meno male che ci pensano i ragazzi a organizzarsele. Meglio sarebbe se ci fosse uno spunto anche da parte degli adulti, di indicazione di tematiche con cui dovranno interfacciarsi quotidianamente nel prossimo futuro, così da renderli consapevoli di cosa significa, ogni giorno, essere adulti. Probabilmente ancora non lo sanno, eppure hanno 18 anni e possono votare. Ma non ne trovano il motivo.

 

Oltre alla scuola, sono gli stessi politici che glielo dovrebbero spiegare, entrando nel vivo delle loro esigenze attuali e come potranno svilupparsi in futuro secondo i loro programmi.

E poi, per la classe politica, il messaggio più importante: i ragazzi pensano che ciò di cui si occupano sia “una cosa da vecchi”.  La verità è che lo state facendo pensare a tutti noi.