Ultimo aggiornamento il 13 Marzo 2017 alle 12:30
Il primo sciopero dei dipendenti di una startup. Cosa sappiamo del caso Foodora
I fattorini in bicicletta dell'azienda tedesca sono in sciopero da venerdì sera per ottenere retribuzione migliore e inquadramento contrattuale meno precario. La mobilitazione è partita da Torino ma minaccia di allargarsi
E’ il primo sciopero di tutti, o quasi, i lavoratori di una startup. Sta accadendo a Torino dove da venerdì sera i fattorini vestiti di rosa di Foodora, la startup tedesca che si occupa di consegna di cibo a domicilio, protestano contro la dirigenza dell’azienda in Italia. I dipendenti, conosciuti come riders, sono attivi al momento a Torino e a Milano. Hanno protestato qualche mese fa anche i dipendenti di Pizzabo che si opponevano al trasferimento a Milano dopo la cessione a Just Eat. Ma quella era una vertenza sindacale. Questo è il primo caso di sciopero per le condizioni di lavoro.
E dal capoluogo piemontese, dove i fattorini sono circa 300, esplode il dissenso per condizioni di lavoro ritenute inaccettabili: «Traffico e smog, al caldo e al freddo, sotto la pioggia o la neve, 7 giorni su sette», denunciano i dipendenti.
Un comunicato dà il via allo sciopero tra il 7 e l’8 ottobre. I punti contestati a Foodora sono 3:
Sono richieste che i ragazzi di Foodora fanno ormai da molto tempo ai dirigenti di Foodora, senza ottenere risposte. Con il tempo, la situazione dicono sia peggiorata. A luglio c’era stato un incontro tra le parti durante il quale i dipendenti avevano ricevuto delle rassicurazioni sul loro contratto e sulla possibilità di ricevere dei rimborsi spese. A settembre, però, le modifiche comunicate non sembrano a vantaggio dei riders.
Prima la retribuzione dei loro contratti di collaborazione era oraria – 5,60 lordi per ogni ora passata in bicicletta. Ora invece, si viene pagati solo per la consegna, 2,70 euro, senza tenere in considerazione quanti chilometri siano stati percorsi sulle due ruote.
E l’azienda guadagna di più dall’assumere sempre più fattorini, senza valorizzare la sua forza lavoro.
In secondo luogo, i riders non sono inquadrati come dipendenti ma rimangono dei liberi professionisti che lavorano a chiamata, pur essendo di fatto sottoposti a dei turni e obbligati a seguire delle precise direttive aziendali sulle divise e sui tempi. Per questo motivo nella giornata di sabato 8 ottobre una cinquantina di riders sfilano per le strade di Torino. La protesta dei dipendenti arriva quasi a bloccare le consegne in città.
L’agitazione si sposta allora dalla piazza ai social network dove i fattorini cercano di sensibilizzare i possibili utenti di Foodora e li invitano a non usare più l’app di consegna a domicilio. In alcuni casi li incitano a fare cattiva pubblicità del servizio. Insomma, una sorta di boicottaggio della startup tedesca. Abbiamo provato a contattare la società per avere la loro posizione sulla protesta, ma per ora hanno deciso di non volerla commentare.
Segno che il potere del consumatore cresce quando l’economia è sempre più condivisa. Nel frattempo, alcuni dei dipendenti che hanno messo la faccia nella protesta, cominciano a denunciare delle ripercussioni subite da parte dell’azienda.
Ambra e Ilaria sono due promoter di Foodora che fino a venerdì giravano con la giacca fucsia per Torino per consegnare cibo. Per loro la retribuzione è più alta della media dato che si occupano anche di promozione. In ogni caso, però, non riescono a superare i 500 euro al mese.
Il 10 ottobre fanno sapere di essere state escluse dai turni di Foodora ed estromesse dal gruppo Whatsapp che consente le comunicazioni tra i dipendenti. Di fatto, quindi, non è possibile per loro continuare a lavorare a causa della protesta alla quale hanno partecipato.
Nei giorni successivi all’inizio dello sciopero, i fattorini di Foodora cercano il dialogo con la dirigenza aziendale. Dopo una giornata di presidio davanti alla sede torinese dell’azienda, nella serata del 10 ottobre alcuni rappresentanti dei dipendenti riescono a parlare in conference call con i responsabili italiani della startup tedesca, Gianluca Cocco e Matteo Lentini.
La discussione si concentra sui cambiamenti da apportare al contratto. Da parte dell’azienda arriva la disponibilità ad ascoltare le richieste dei dipendenti e c’è tempo fino a giovedì per cercare di risolvere la situazione.
Da parte dei lavoratori la proposta già c’è. La espone Jami Salati, uno dei rappresentanti dei lavoratori: «Chiediamo all’azienda un part-time orizzontale con un minimo di 20 ore. Una paga oraria fissa 7,50 netti e un bonus per il numero di ordinazioni consegnate». L’alternativa è lo stop totale del servizio.
Dalla parte dei riders si schierano anche alcuni ristoranti della città. Come il ristorante Laleo di corso Verona, 38 che decide di non appoggiarsi più a Foodora per la consegna del cibo. E addirittura condivide sulla sua pagina Facebook il comunicato di protesta dei lavoratori.
Dal punto di vista del ristoratore, infatti, lo sfruttamento dei fattorini è ingiustificato dato che per ogni ordine consegnato Foodora chiede il 30 per cento del suo valore al commerciante, oltre al costo fisso di consegna che è 2,90 euro.
L’11 ottobre StartupItalia cerca di contattare Foodora, ma dall’azienda tedesca preferiscono non rilasciare dichiarazioni. Intanto, la protesta non sembra essersi fermata e presto potrebbe arrivare nell’altra città italiana dove il servizio è attivo, Milano.
La data X è giovedì, ma se entro quel giorno i riders non otterranno le risposte che cercano la protesta continuerà. A favore dei lavoratori di Foodora si è pronunciato anche il deputato di Sinistra italiana ex leader della Fiom torinese, Giorgio Airaudo che ha invocato l’intervento del governo e del ministro Giuliano Poletti.