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Mentre cercate soldi su Kickstarter, in Cina già vendono il vostro progetto

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Mentre cercate soldi su Kickstarter, in Cina già vendono il vostro progetto

Un tempo per lanciare un prodotto innovativo era necessario un brevetto e molti soldi. Oggi spesso può bastare il crowdfunding. Ma, come riporta Quartz, mettere in rete un progetto espone alle imitazioni che ora come nel passato sono in gran parte made in China

Un tempo per lanciare un prodotto innovativo era necessario un brevetto e molti soldi. Oggi spesso può bastare il crowdfunding. Ma, come riporta Quartz, mettere in rete un progetto espone alle imitazioni che ora come nel passato sono in gran parte made in China

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Una settimana. Tanto è bastato a vedere un’idea appena comparsa su una campagna di finanziamento su Kickstarter già realizzata e commercializzata in Cina. Peccato che l’autore dell’invenzione, l’imprenditore israeliano Yekutiel Sherman, non ne sapesse nulla, secondo quanto riporta Quartz. Ci aveva messo un anno per pensare il design e il funzionamento di una custodia per smartphone con bastone da selfie incorporato. Aveva dovuto chiedere qualche fondo alla sua famiglia per poter realizzare alcuni prototipi della cover. Aveva girato anche un video promozionale per mettere in risalto la comodità dell’oggetto che aveva intenzione di produrre. Gli mancavano, però, i fondi necessari per avviare la commercializzazione e aveva quindi deciso di finanziare la sua Stikbox con il crowdfunding. Appena online, però, ci hanno pensato i cinesi a soffiargli l’intuizione e a mettere in vendita in poco tempo il prodotto.

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La Stikbox di Yekutiel Sherman

In crowdfunding su Kickstarter, in vendita su Alibaba

Tutto è successo nel dicembre del 2015. La campagna su Kickstarter era appena stata lanciata. In pochi giorni a Sherman è arrivata l’amara sorpresa. Una custodia completamente uguale alla sua era già disponibile per l’acquisto su Aliexpress, il servizio di vendita online in inglese di Alibaba. E c’erano diversi negozi in Cina pronti a spedire a casa il prodotto per soli 10 dollari a fronte delle 39 sterline che Sherman aveva indicato come prezzo base. Oltre al danno poi, la beffa: molti degli annunci riportavano come nome del prodotto proprio quello proposto dall’imprenditore israeliano. Disponibile in diversi colori per diversi modelli di smartphone, la custodia era senza dubbio una copia cinese molto ben riuscita. La disparità di prezzo, poi, aveva suscitato le proteste di quanti avevano già fatto la loro donazione con il crowdfunding e che non riuscivano a spiegarsi come fosse possibile produrre lo stesso oggetto a un costo fino a 3 volte inferiore.

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Gli annunci di vendita online delle imitazioni della Stikbox

Le aziende cinesi fanno dell’imitazione un business

L’episodio capitato a Sherman non è isolato. È ormai prassi per gli imitatori cinesi andare alla ricerca di idee valide sul web e spendersi poi per realizzarle in breve tempo. La cosa non sembra suscitare molto sconcerto. È un fenomeno conosciuto e in qualche modo tollerato. Alle aziende e alle startup non rimane che fare il possibile per prepararsi. Esistono essenzialmente tre modalità di azione per le piccole e medie imprese cinesi che hanno fatto della contraffazione o dell’imitazione il loro business:

  • produrre oggetti che assomigliano fisicamente a quelli di marchi famosi (L’imitazione può essere più o meno fedele);
  • trovare, come nel caso di Stikbox, un’idea su Internet e cercare di realizzarla;
  • realizzare una quantità maggiore di un prodotto commissionato da un’azienda terza e vendere il surplus in maniera indipendente.

La velocità di produzione fa la differenza

E spesso la qualità non è poi così tanto scarsa. D’altronde la contraffazione in Cina è una vera e propria arte che affonda le sue radici nella storia e nella cultura cinesi. «È chiaro che replicare o copiare è parte della loro cultura e chiunque lo faccia meglio o in maniera più veloce chiuderà l’affare», dice Silvia Lindtner, studiosa della cultura imprenditoriale cinese all’università del Michigan. Negli anni è sorto un vero polo produttivo, quello di Shenzhen, che soprattutto per l’elettronica e i gadget ha sviluppato una competenza superiore a molti altri centri. L’ascesa di questo polo è dovuta in gran parte alla scelta delle grandi multinazionali di affidarsi alle aziende del posto per ottenere parti e componenti dei loro prodotti. Con il tempo queste piccole imprese a carattere familiare sono cresciute, hanno acquisito esperienza e hanno cominciato a pensare di poter sopravvivere anche da sole. Hanno cominciato a produrre in parallelo, rivolgendosi a un mercato più economico e in conflitto con la proprietà intellettuale. Per loro l’hardware e il design del prodotto sono da considerarsi open-source come accade con i software. È la velocità e l’abilità di produzione a fare la differenza.

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Veduta notturna di Shenzhen

Brevetti e accordi per difendere la propria idea

Cosa fare allora per difendersi? Una possibile soluzione potrebbe essere l’acquisto di brevetti che siano validi negli Stati Uniti, in Cina e in qualsiasi altro luogo in cui si voglia effettuare la vendita. In secondo luogo, gli imprenditori dovrebbero firmare degli accordi detti NNN (non-disclosure, non-use, non-circumvention) con eventuali partner cinesi per impedire che la loro idea possa essere venduta a terzi. Rimane il problema della portata del fenomeno contraffazione: il numero dei soggetti pronti a copiare e replicare un prodotto in Cina è talmente alto che fermare del tutto questa tendenza è praticamente impossibile. E anche individuare i responsabili risulta spesso molto difficile.

Rendere il proprio progetto unico

La riflessione da fare è sul cambiamento del concetto di proprietà intellettuale. Prima per avviare un’impresa e produrre qualcosa bisognava attraversare una fase di pianificazione e di acquisto di brevetti per portare un oggetto sul mercato. Oggi, molti di quei passaggi sono saltati. E se questo da una parte ha assicurato un risparmio a chi vuole iniziare un’attività, dall’altra ha esposto gli imprenditori al rischio dell’imitazione. L’idea originale ha paradossalmente perso valore, lasciando spazio al peso acquistato dalla realizzazione veloce oppure dal nome del brand per il quale la gente è disposta a pagare. La vera difesa, quindi, sta nel rendere il proprio prodotto unico, dotato di una qualche caratteristica che è impossibile imitare e che i consumatori cercheranno a prescindere (vedi iPhone o GoPro). In alternativa, bisognerebbe attuare processi produttivi costosi e complicati per scoraggiare gli imitatori. Benjamin Joffe, investitore venture, si dice convinto, però, che esiste anche un lato positivo della vicenda contraffazione: «Se hai molti consumatori che comprano il prodotto falso, si crea maggiore consapevolezza di quello vero, che diventa così un’aspirazione». Mentre questo accade, però, per chi si vede rubare un’idea ci sono mancati introiti con cui fare i conti. E non sempre il vantaggio appare così evidente.