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Il paradosso della prevenzione: è proprio quando funziona che sembra che non serva

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Il paradosso della prevenzione: è proprio quando funziona che sembra che non serva

Prevenire significa evitare che qualcosa avvenga: più è efficace meno la si vede. Per questo non vedere alcune malattie ci fa dimenticare i successi della medicina. Ma prevenire nuove epidemie significa anche puntare sulla preparazione (preparedness), la biodiversità e approccio One Health

Prevenire significa evitare che qualcosa avvenga: più è efficace meno la si vede. Per questo non vedere alcune malattie ci fa dimenticare i successi della medicina. Ma prevenire nuove epidemie significa anche puntare sulla preparazione (preparedness), la biodiversità e approccio One Health

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Per definizione, prevenire significa evitare che qualcosa avvenga. Questa caratteristica intrinseca della prevenzione implica da un lato che più la prevenzione è efficace meno la si vede; e inoltre spiega la sua relativa impopolarità presso i politici, che preferiscono opere e attività chiaramente visibili. Si consideri che nel 1967 vi furono circa 15.000.000 di morti per vaiolo e 2.500.000 morti per morbillo, mentre oggi queste morti sono zero per il vaiolo e circa 96.000 per il morbillo (nel mondo).

Un lavoro ha stimato che il solo “vaccino contro il morbillo ha prevenuto 20.3 milioni di morti nel periodo 2000–2015”. Il fatto che non vedere i casi di malattia porti a dimenticare i successi della medicina è esemplificato dall’immagine dei “polmoni artificiali”, un fenomeno che solo persone nate durante o poco dopo la Seconda Guerra Mondiale possono oggi ricordare. Queste macchine consentivano ai bambini affetti da poliomielite di sopravvivere, seppure in condizioni veramente penose.

Il polmone d’acciaio è un respiratore artificiale antenato dei moderni respiratori, il cui principale utilizzo fu quello di tenere in vita i malati di poliomielite

Non solo vaccini

Ma i vaccini non solo l’unica modalità per prevenire l’occorrenza delle malattie infettive. Ovviamente i vaccini arrivano relativamente tardi (nonostante l’incredibile accelerazione che lo sviluppo di vaccini ha subito nel caso della attuale pandemia), e in linea di massima non possono essere prodotti in anticipo, prima che compaiano nuove malattie emergenti. Si consideri che si stima che vi siano decine di milioni di virus, la grande maggioranza dei quali ancora sconosciuti. Come fare dunque a prevenire le nuove epidemie e le pandemie?

La figura 2 mostra le malattie infettive emergent o ri-emergenti tra il 1981 e oggi secondo un recente articolo. Molto è stato ormai scritto sul ruolo svolto dagli allevamenti oltre che dai mercati di animali vivi. La preparazione (preparedness) implica introdurre controlli molto più severi in queste attività, che siano legali o illegali. Il modello predominante degli allevamenti intensivi di suini, bovini o pollame mostra grandi limiti, non solo in relazione al fatto che divengono facilmente serbatoi di virus, ma anche per l’abuso di antibiotici che viene fatto negli animali, portando così all’esposizione a basse dosi di antibiotici di un enorme numero di persone e inducendo antibiotico-resistenza, uno dei problemi sanitari più gravi oggi all’orizzonte.

figura 2

La biodiversità per prevenire le malattie

Tra le minacce che affliggono il pianeta secondo la ricostruzione dello Stockholm Resilience Centre la perdita di biodiversità è probabilmente la più importante insieme al cambiamento climatico. Al di là di tutti gli altri aspetti negativi della perdita di biodiversità (che includono la minore disponibilità di fonti di nuovi farmaci, una eccessiva semplicazione delle nostre diete, una accresciuta sensibilità alle minacce ambientali coma il cambiamento climatico o la salinizzazione del terreno), vi è anche un effetto sul rischio di epidemie o pandemie emergenti.

Vi sono tre motivi per cui la varietà genetica (cioè la biodiversità) aiuta a prevenire le malattie infettive. Primo, tante specie animali diverse in uno stesso territorio esercitano un controllo demografico reciproco che impedisce che una singola specie proliferi eccessivamente a spese di altre, con la possibiltà che sia particolarmente suscettibile a infezioni e ne divenga un serbatoio. Il secondo motivo è che la varietà significa che determinate specie (inclusa l’intrinseca variabilità genetica) possono essere suscettibili all’infezione da un particolare micro-organismo, e altre esserlo meno o addirittura neutralizzarlo. Infine lo stesso concetto si applica alla varietà intra-specie: aggregati di migliaia di individui geneticamente selezionati ed omogenei come negli allevamenti aumentano infatti la probabilità di creare serbatoi di virus.

La necessità di un approccio One Health

La probabilità di epidemie e pandemia è aumentata non solo in relazione ai danni che abbiamo inferto al pianeta, inclusa la perdita di biodiversità, ma anche a causa delle caratterisiche della globalizzazione, come per esempio l’incremento dei trasporti internazionali di uomini e merci, che facilitano la diffusione di micro-organismi.

Oggi la lotta ai danni inferti al Pianeta include certamente il cambiamento climatico (quest’anno a Novembre vi sarà la Confereza delle Parti – COP – numero 26, a Glasgow), ma anche le altre alterazioni descritte dallo Stockholm Resilience Centre. Queste alterazioni planetarie hanno spesso cause comuni e condividono alcuni degli effetti, come le pandemie. Di qui la necessità di un approccio One Health, che consideri congiuntamente la salute degli umani, degli animali e dell’ambiente.

Per saperne di più: Paolo Vineis, Luca Carra, Roberto Cingolani, Prevenire, Einaudi 2020.

Sanofi Pasteur e StartupItalia dichiarano che gli autori dei post e gli speaker che prendono parte alle dirette hanno ottemperato agli adempimenti previsti in tema di conflitto di interesse.