Per tre anni lo studioMDHR l’ha tirata lunga con l’uscita di Cuphead, che già dal suo primo annuncio aveva interessato tutti per due elementi: la sua idea visiva e un livello di difficoltà estremo e ingiusto come i videogiochi classici.
Ora che è finalmente uscito, Cuphead è anche superiore alle aspettative. Perché da un lato il look visivo ispirato dichiaratamente ai cartoni dei fratelli Fleischer (quelli di Betty Boop, Braccio di Ferro e la serie di Superman anni ‘40) non è fedele solo nel tratto morbido ma soprattutto nei contenuti disturbanti. I due protagonisti sono due tazze col viziaccio del gioco, che hanno perso tutto al casino del diavolo e ora, per non finire vittima nell’inferno, devono sconfiggere diversi personaggi per prendergli l’anima (sotto forma del classico contratto) così da avere così una chance di giocare di nuovo il demonio e riconquistare la propria di anima. Sostanzialmente per tutto il gioco si sconfiggono mostri in modalità run ‘n gun così da condannare altri alle pene da cui ci si vuole salvare.
Dall’altro lato la difficoltà è davvero terribile e senza sconti come promesso, si riscopre la vera realizzazione del principio per il quale i videogiochi si basano su un sistema di miglioramento di se stessi. Testare i propri limiti, sbagliare, riprovare, affrontare schemi che per velocità, complessità e abilità manuale paiono impossibili da vincere ma, a furia di tentare, diventare in grado di portarli a termine.
Cuphead è una fabbrica di bestemmie ma ogni vittoria ha quel sapore di vero trionfo a cui i videogiochi moderni hanno rinunciato.
È la nuova collaborazione tra David Fincher e Netflix (a produrre c’è anche Charlize Theron, per quello che può contare), creata a partire dalla testa di Joe Penhall, scrittore britannico noto per l’adattamento cinematografico di The Road (quello tratto da Cormac McCarthy in cui Viggo Mortensen barbone con figlio a carico spinge carrelli e spara ai predatori in un futuro distopico).
Siamo alla seconda stagione di Life is Strange, intitolata “Before The Storm”. È un videogioco prettamente narrativo, in cui muovere la protagonista e portarla attraverso il racconto scegliendone tempi e modi, giocando di abilità dialettica tramite la selezione dei dialoghi e delle risposte che instradano il racconto su certi binari invece di altri. Suona bruttissimo e molto scontato, in realtà è molto difficile e perfettamente riuscito, appassionante e misterioso. Le situazioni in cui dare una risposta rapida e le scelte che vengono date sono spesso complicate e ambivalenti.