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Set 25, 2018

Bocconi tra le Top Università per il Financial Times. «Da noi coding obbligatorio e filosofia. Il futuro sarà migliore grazie a questi giovani»

Intervista esclusiva al Rettore dell’Università Bocconi: «La sfida è sulle competenze. Il modello Milano è una garanzia. D’altronde il mondo è anche qui: abbiamo 2600 studenti stranieri». Ne parleremo proprio con Gianmario Verona allo StartupItalia! Open Summit del 17 dicembre

«Il gioco di squadra è sempre fondamentale, ma se non hai undici campioni al top la partita non la vinci. E la sfida ogni volta che scendi in campo te la giochi sui dettagli».

La metafora del calcio giocato per raccontare che in fondo la chiave è puntare sempre all’eccellenza, valorizzando talenti. Così racconta Gianmario Verona, Rettore dell’Università Bocconi, intervistato a pochi giorni dal riconoscimento del Financial Times: il sesto posto al mondo tra i migliori corsi di management. Ne parleremo proprio con Verona allo StartupItalia! Open Summit del 17 dicembre prossimo (registrati al più presto)

Bocconi nella classifica del Financial Times

Un’esperienza internazionale completa per gli studenti e un ragguardevole progresso per i laureati in termini di salario e carriera: sono questi gli aspetti principali che spingono la laurea specialistica in inglese in management della Bocconi a salire di quattro gradini nella classifica dei migliori global master in management pubblicata dalla testata anglosassone. Già a giugno 2018 la Bocconi si era confermata anche nella top 10 dei migliori master in finance, classificandosi all’ottavo posto. Un punto d’orgoglio per l’ateneo milanese nato oltre un secolo fa e che oggi conta 14.000 iscritti, di cui il 17% stranieri.

L’intervista

 

 

Professore, quel +4 scritto anche sulla lavagna nel suo ufficio che cosa racconta?

È estremamente complesso misurare la qualità dell’intangibile e dell’education perché operiamo in un settore con strumenti di misurazione spesso imprecisi e approssimativi. Ma il fatto che Bocconi negli ultimi anni cresca trasversalmente in tutti i ranking racconta di un investimento nel tempo che sta portando i suoi frutti.

 

 

Su cosa avete scommesso?

Su due dimensioni: abbiamo creduto nel corpo docente, che è il traino di una università, perché qualifica la ricerca oltre che la didattica. Siamo impegnati ad evitare il brain drain, ossia la cosiddetta fuga dei cervelli, e a stimolare il brain gain, ovvero il rientro dei talenti nei vari campi disciplinari, cosa che è successa. Questo anche perché siamo un laboratorio di ricerca importante nelle scienze sociali. L’altra dimensione è quella dei sevizi che offriamo agli studenti: strategici come quelli del processo di apprendimento. Ma anche tattici, perché l’offerta deve essere finalizzata verso chi ha necessità di quei profili.

 

 

Cosa ha distinto il suo arrivo nell’offerta formativa?

Ci siamo concentrati su ciò che porta sempre di più a valorizzare una serie di attività apprezzate dalle imprese, ovvero le parti comportamentali o soft skills. E poi abbiamo investito nel coding, quindi nella conoscenza analitica, nella programmazione. Quando sono diventato rettore ho preso una misura draconiana: fare coding per tutti. Il coding non può essere una opzione. Programmare è fondamentale, diventa uno stimolo.

Coding per tutti da noi in università. Perché la programmazione oggi non pouò essere una opzione

 

 

Milano come area metropolitana d’avanguardia nel mondo. Ma possiamo anche parlare di distretto accademico allargato, come suggerisce Stefano Mainetti del Polihub? Che tipo di alleanze state facendo con gli altri atenei?

Milano per me è come Boston: ha un rapporto analogo di studenti e anche una storia simile. Milano ha 180mila studenti su 1,3 milioni di abitanti nel comune. Boston ha 300mila studenti su 1,8 milioni di abitanti. Da noi ci sono otto università più tante accademie di altissimo profilo. Noi giochiamo la nostra parte sulle scienze sociali. Abbiamo costruito un indotto e c’è una buona collaborazione, anche perché i rettori tra loro si parlano. Insieme stiamo immaginando collaborazioni operative.

 

 

In questo mondo liquido le aziende si schierano e si moltiplica il fenomeno del corporate activism. Vale anche per l’università? In che modo leggere questa contemporaneità?

Credo che la scienza sia per definizione descrittiva e non normativa: deve osservare ed essere pluralista. Bocconi fa tutto questo. In fondo l’università non deve prendere posizioni, ma deve dare voce ai facts grazie ai suoi scienziati. E poi gli scienziati prendono posizione.

 

 

In questo mondo connesso quale tema esprime di più un’urgenza?

Il tema nevralgico sono le competenze. Il mondo si evolve grazie alla qualità dei servizi, ai prodotti innovativi. E tutto questo è frutto della tecnologia e della scienza. Per fare le cose ci vogliono competenze.

 

 

Sulle competenze il Guardian suggerisce alle aziende di inserire filosofi nei propri organici. E di metterli a confronto con top manager e dipendenti per migliorare le relazioni e il business. Addirittura dice di dotarsi di una nuova figura professionale, il Chief Philosopher Officer. Cosa ne pensa?

Ho letto, è una cosa straordinaria e non ne sono sorpreso. Quest’anno partiamo con un corso di critical thinking gestito proprio da un filosofo con un team di psicologi sociali e di logici. Oggi d’altronde devi vere competenze verticali, ma anche una mente aperta. La filosofia è utile e pragmatica. Oggi occorre avere in azienda data scientist, ma anche chi  interpreta la complessità con una visione più allargata. In questo credo che l’università debba fare l’opposto di quello che ha fatto negli anni ‘90: deve dare opzioni generaliste evitando la pura specificità.

La filosofia è utile. Oggi occorre avere in azienda data scientist, ma anche chi  interpreta la complessità con una visione più allargata

 

 

La politica ha tirato in ballo nelle settimane passate il tema della fuga dei cervelli: come vede la necessità di una “riattrazione” in casa delle eccellenza della ricerca?

Se sei Ronaldo hai tante opzioni. D’altronde il talento per natura ha tante opzioni. La fuga esiste in tanti Paesi. I talenti per definizione vanno dove vogliono. Noi nel nostro piccolo siamo un laboratorio su come far tornare i talenti. Però attenzione: l’incentivo non può essere solo economico. Il salario non deve essere deluso, ma ciò che conta è il contesto.

 

 

A proposito di contesto: da Milano al resto del mondo, quali Paesi state guardando con più interesse?

Ad oggi contiamo più di 270 partnership con scuole e università nel mondo e abbiamo relazioni forti un po’ ovunque. Per noi l’obiettivo è consolidare la nostra posizione in Europa sapendo che in scienze sociali ci sono concorrenti forti. Il mercato della scienza è ancora molto americanocentrico, quindi certamente bisogna guardare agli Stati Uniti. Ma altri stanno crescendo rapidamente. Penso alla Cina e c’è il mondo arabo in fermento, diventato polo di attrazione di talenti. E c’è poi l’India: ecco perché a Mumbai abbiamo aperto un hub della scuola di direzione aziendale. Ma il mondo è anche qui a Milano: noi abbiamo 2600 studenti stranieri, con una forte presenza di cinesi e indiani

 

 

Che ranking darebbe al nostro Paese oggi?

Sull’Italia sono ottimista. Ma la cosa che più mi dispiace è che si sta propagando una incertezza che non dà respiro. Invece per costruire occorre avere una visione nel lungo periodo. Ed ecco perché auspicherei meno dichiarazioni e più fatti messi in campo.

Sull’Italia sono ottimista, ma manca una visione di lungo periodo. Ed ecco perché auspicherei meno dichiarazioni e più fatti messi in campo

 

 

E che rankig si sente di dare ai giovani di oggi?

Sono profondamente ottimista sulla generazione Z: si tratta di una generazione globale cresciuta in fretta e che non ha avuto frizioni come le precedenti grazie ad una informazione che scorre in modo liquido. Sono ragazzi in gamba e vanno aiutati a valorizzare ancora di più i loro talenti. Vivono peraltro in un mondo che migliora secondo qualsiasi tipo di statistica: meno guerre, meno morti, età media in aumento, innovazioni straordinarie. Dobbiamo saper vivere questo tempo.

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