Ultimo aggiornamento il 26 Marzo 2020 alle 14:01
Come uscire dalla crisi? Megafondo di CDP e bond Salva Italia. Pro e contro
Erogare nuovi prestiti per pagare oggi il conto delle perdite da Covid-19 può essere rischioso, perché aiuta a stare a galla per un po’ ma aumenta il peso della zavorra e la probabilità di affondare dopo la crisi
Il Governo, le banche e la finanza di Stato (CDP e MCC) stanno canalizzando il supporto all’economia reale attraverso tre canali: politica fiscale, debito e garanzie. Strumenti straordinari (CIG, moratorie), congelamento delle rate del debito e nuova finanza con garanzia dello Stato, diretta o indiretta.
Ben vengano gli strumenti di politica fiscale di pronta adozione, anche se di fatto rappresentano nuovo debito per lo Stato, che dovrà essere ripagato dopo la crisi.
Necessario il congelamento delle rate in scadenza, perché consente alle banche di guadagnare interessi e di mantenere il credito in bonis, e alle imprese di non rinunciare a preziose dosi di ossigeno.
Erogare nuovi prestiti per pagare oggi il conto delle perdite da Covid può essere invece più rischioso, perché aiuta a stare a galla per un po’ ma aumenta il peso della zavorra e la probabilità di affondare dopo la crisi.
Né va sottovalutato il rischio di moral hazard di aziende meno meritevoli che ricevano finanziamenti che non aiutino a sostenere l’occupazione e che le stesse aziende non saranno in grado di restituire.
Negli USA, al tempo della crisi dei subprime, lo Stato ha lasciato fallire un paio di banche di investimento (Lehman, Bear Sterns) e ha salvato Citigroup, AIG, Fannie e Freddy, che erano troppo grandi per fallire.
Citi ha ricevuto 20 miliardi in cambio di 27 miliardi di azioni privilegiate e di un warrant per acquistare fino al 5% delle azioni ordinarie a 10$ l’una (a gennaio 2020 valevano più di 80$). AIG ha ottenuto finanziamenti dal Tesoro e dalla Fed fino a 90 miliardi in cambio della quasi totalità delle azioni della società e del diritto di cambiare il management. I prestiti ad AIG sono stati interamente rimborsati nel 2011 con un profitto per il Tesoro, fra interessi e plusvalenze su cessioni di asset e di azioni, calcolato in 21 miliardi di dollari.
Anche i due giganti del credito ipotecario (Fannie Mae e Freddy Mac) sono stati salvati da prestiti in cambio di asset, con un profitto per il Tesoro di 58 miliardi in tre anni.
Quella dei subprime era una crisi diversa da quella attuale, ma oggi più che mai prestare soldi indiscriminatamente ad aziende che hanno smesso di fatturare può essere come procurare a un ammalato una trasfusione di sangue infetto: beneficio immediato, peggioramento assicurato.
Una soluzione potrebbe essere l’istituzione di un megafondo di 50 miliardi gestito da Cassa Depositi e Prestiti (CDP), finanziato da un bond “salva Italia”, che eroghi prestiti a 10 anni alle aziende che prima della crisi avevano un rating minimo (idealmente BB su scala S&P, ma questa è una scelta politica).
Eventualmente facendo una selezione dei settori di intervento – escludendo quelli che non hanno bisogno, ad esempio il farmaceutico e alcuni segmenti della catena alimentare – e della dimensione massima delle aziende beneficiarie, idealmente fino a 50M di ricavi (oltre tale livello la complessità degli strumenti necessari aumenta significativamente).
Il rischio di perdita per lo Stato sarebbe matematicamente inferiore al prestito puro. Pro e contro dell’operazione potrebbero essere questi.
1. Minore rischio di perdita per lo Stato e i contribuenti, al limite opportunità di profitto
2. Minimizzazione del moral hazard, per il rischio di perdita del capitale
3. Occasione di apertura del capitale per la crescita delle imprese familiari, incremento esponenziale della liquidità degli scambi di quote di società private
1. Trasferimento della proprietà dall’imprenditore a soci finanziari, al limite cancellazione di una generazione di imprenditori
2. Possibile discriminazione fra beneficiari ed esclusi
3. Possibile complessità organizzativa e gestionale