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Il lavoro c’è, non si trovano 318mila giovani diplomati

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Il lavoro c’è, non si trovano 318mila giovani diplomati

Il ruolo degli istituti tecnici per il rilancio del paese

Il ruolo degli istituti tecnici per il rilancio del paese

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L’allarme arriva dal Centro studi di Confindustria: sarebbero 318mila i posti vacanti nel mondo delle PMI e delle aziende. Il motivo? Non si trovano abbastanza giovani diplomati in uscita dagli istituti professionali. Come si legge sul Sole 24 Ore, il gap tra domanda e offerta è maggiore soprattutto nei settori come “turismo, enogastronomia e ospitalità” (56,4%), “elettronica ed elettrotecnica” (54,5%), “amministrazione, finanza, marketing” (52,3%), “grafica e comunicazione” (48,6%), “chimico, materiali e biotecnologie” (43,7%). Nel complesso, le imprese in Italia non riescono a soddisfare il 28% degli ingressi necessari e richiesti dagli imprenditori. La sfida, anche in vista dei fondi del Recovery Fund, è far sì che tutte le strade dell’istruzione possano avvicinare i giovani al mercato del lavoro, facendoli arrivare pronti.

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“Molti profili di diplomati a indirizzo professionalizzante sono introvabili non solo per carenza di offerta ma anche a causa del gap di competenze, tra quello atteso dalle imprese e quello posseduto dai candidati al momento dell’assunzione”, si legge sul sito ufficiale del Centro studi di Confindustria. “Si può restituire a tutti gli istituti tecnici il ruolo trainante per l’economia locale, mettendo a fattor comune le buone pratiche di scuole tecniche eccellenti sparse nei territori, ma comunque resilienti, come in passato, quando hanno lanciato il made in Italy nel mondo durante il miracolo economico”.

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Sempre dalla ricerca emerge che il settore manifatturiero italiano mostrerebbe “una particolare predilezione per i diplomati tecnici con 2 dipendenti su 3”; discorso diverso invece per i servizi dove ci sarebbe “uno spiccato gradimento per i liceali (27%)”. Il numero di diplomati professionali sul totale degli studenti italiani che terminano le scuole superiori era il 60% negli anni Cinquanta e ha toccato poi il punto di massimo assoluto (77,5%) durante “il boom economico degli anni Settanta quando l’incidenza dell’industria raggiunse il picco del 44% in termini di quota di addetti”.