Chi sono gli attori dell’innovazione a Catania in 10 punti essenziali

Idee innovative, startupper giovanissimi, un ecosistema con big che investono. Analisi delle startup catanesi. Il 17 maggio saremo a Palermo e racconteremo con Intesa la Sicilia che innova. Qui l’Etna Valley

Startupper giovanissimi, idee coraggiose (c’è chi sfida perfino Skype), un acceleratore tra i big in Italia, venture che monitorano il territorio. E ancora, un forte associazionismo e un tessuto imprenditoriale (la cosiddetta Etna Valley) che regge e prova ad adattarsi al cambiamento. Questa è l’immagine che viene fuori dell’ecosistema catanese che domina la Sicilia per numero di startup iscritte al Registro delle Imprese innovative: sono 84 secondo l’ultimo censimento.

tim #wcap

1. La forza attrattiva di TIM #WCap a Catania

Al centro c’è l’acceleratore TIM #Wcap che oltre a Milano, Bologna, Roma, ha scelto di aprire a Catania per premiare proprio l’effervescenza imprenditoriale della città: «Le idee che ho incontrato in questi mesi di scouting sono tante e vanno dal turismo, al food (con spazio a idee rivolte a chi soffre di intolleranze alimentari), all’entertainment, con la frontiera sempre più interessante della smart agriculture, soluzioni hitech per monitorare e rendere più produttivi terreni e migliorare le pratiche di allevamento. Pensate ai droni» spiega a StartupItalia! Dario Maccarrone, responsabile TIM #WCap di Catania.

2. I casi di successo, da Flazio a Ganiza

Fin dalla sua apertura avvenuta nel 2013, ad oggi sono 25 le startup accelerate dal TIM #WCap di Catania. Oggi lo spazio ne ospita 14, a cui ne verranno aggiunte altre dalla call in corso aperta fino alla fine al mese di maggio. Tra tutte le startup selezionate, soltanto 2 hanno interrotto il proprio percorso di crescita, mentre alcune sono arrivate a farsi conoscere a livello nazionale e non solo. Basta pensare a Orange Fiber, la startup che crea un tessuto dagli scarti delle arance di Adriana Santanocito ed Enrica Arena, che ha ottenuto innumerevoli premi internazionali. E a Flazio, la startup di Elisa e Flavio Flazio conosciuta per il suo software in cloud per la creazione dei siti fai da te.

Oggi è alla ribalta anche Ganiza l’app per organizzare serate con amici di Francesco Marino, Valentino Romano e Daniele Virgillito che a gennaio scorso è stata scelta tra le cinque startup che hanno presentato la loro idea a Tim Cook, il Ceo di Apple, in visita ufficiale in Italia: «L’ecosistema è ancora giovane, bisogna aspettare qualche anno ancora per tracciare un bilancio. L’età dei founder è molto bassa, va dai 19 fino a 26 anni, mentre alto è il livello di competenze: i team hanno alle spalle un background matematico o informatico» continua Maccarrone.

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Dario Maccarone, l’accelerator leader di Tim #WCap

3. Ma la sinergia con l’università è ancora da definire

La sinergia con il tessuto universitario è ancora in gran parte da definire. Ci sono diversi docenti “illuminati”, ma ancora non esiste un modello. Anche se sono nate esperienze interessanti come il Contamination Lab, spazio di  condivisione di idee e percorso formativo. E i Joint Open Lab, i laboratori di ricerca per generare nuove idee che nascono da una partnership tra TIM e gli atenei italiani, tra cui anche quello catanese: «Il mondo accademico è molto variegato. In generale l’interesse per le startup è legato a iniziative singole che partono dalla volontà di alcuni docenti più attenti alle dinamiche sociali. Non è ancora un percorso strutturato» spiega Maccarrone.

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Adriana Santanocito ed Enrica Arena di Orange Fiber

4. Che cos’è l’Etna Valley, quando Catania era la Milano del Sud

La “Valle dell’Etna” è il nome che è stato attribuito alla zona industriale di Catania quando alcune multinazionali dell’elettronica e dei semiconduttori decidono di investire nella “Milano del Sud”, come la STMicroelectronics, azienda franco-italiana, già presente in città dagli anni sessanta: «L’Etna Valley ha rappresentato un esempio virtuoso di collaborazione fra la grande impresa, la municipalità locale e un ateneo del Sud (l’Università di Catania).

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Uno strumento di marketing territoriale che ha attirato a Catania investimenti extraterritoriali e sul piano sociale identificato la voglia di cambiamento della città» esordisce Rosario Faraci, professore di Economia all’Università di Catania e uno dei protagonisti dell’ecosistema di innovazione catanese: «Il problema è che essendo unicamente a trazione ST (STMicroelectronics, ndr) risente ancora tuttora dei cicli espansivi e recessivi di questa grande multinazionale dell’elettronica. Abbiamo studiato con alcuni colleghi, mettendoli a confronto, i casi di Grenoble e di Catania, due territori ove è presente la ST. In Francia in quell’area si è creato un cluster competitivo di eccellenza sostenuto dal Governo francese e attorno al quale si è creato un vero e proprio ecosistema. A Catania per vari motivi non è stato possibile replicare quel modello, anche se non sono mancati risultati positivi in termini di occupazione, ricerca e sviluppo, fatturato e indotto» prosegue Faraci.

5. L’eredità maggiore dell’Etna Valley: lo spirito collaborativo

Ma quale l’eredità dell’Etna Valley all’ecosistema startup catanese? « L’eredità è lo spirito collaborativo. Finalmente, al di fuori degli schemi tradizionali della politica dei compromessi, si è sviluppato un modello di collaborazione fra attori forti del territorio. Oggi, si assiste ad analoga tensione associativa anche nel mondo delle startup, sebbene parlare di un vero e proprio ecosistema sia un po’ prematuro. C’è una rete nascente e a maglie strette fra attori diversi del mondo delle startup, questo sì. C’è uno spirito collaborativo bello e sano, che lascia ben sperare per il futuro».

6. L’open innovation di TIM #WCap

Le maglie tra le grandi multinazionali e le startup non sono ancora, tuttavia, così strette. Limitati sono oggi i casi di open innovation, anche se c’è chi come Antonio Perdichizzi, presidente di  Confindustria Giovani di Catania e primo responsabile del TIM #Wcap siciliano, prova a cambiare le carte in tavola: «Da quando sono stato eletto presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Catania, nel 2011, mi sono impegnato per far emergere una community e sviluppare un ecosistema favorevole alle startup. Siamo cresciuti grazie a anche a TIM #WCap che ha dato tante opportunità all’intero territorio. Da allora, grazie al programma di Open Innovation di  TIM, sono state selezionate e accelerate decine di startup. Alcune sono entrate in contatto con grandi aziende, prima fra tutte la stessa TIM, per innovare al loro interno» spiega Perdichizzi.

Tree è la sua azienda che opera per rendere possibile l’innovazione nelle società e nelle istituzioni. E mettere in contatto aziende pubbliche e private con le migliori startup. «Lo facciamo attraverso percorsi di accelerazione, eventi competitivi problem solving come gli hackathon, programmi di formazione online».

Perdichizzi fa notare che oggi si citano sempre le stesse (Orange Fiber, Flazio) e c’è bisogno di nuove startup di successo, con belle storie e fatturati soldi: «Un modello per essere di ispirazione deve creare continuamente realtà di successo. C’è tanto lavoro da fare. Penso all’agritech (lì devono nascere i droni, nuove applicazioni dell’Internet delle cose nel campo agricolo). Ma anche il  settore energetico deve produrre nuove realtà, abbiamo sole e vento e siamo in una posizione favorevole per nuovi business sulle rinnovabili. E poi al turismo, dove bisogna digitalizzare i flussi che già esistono per migliorare l’offerta dei servizi» conclude.

7. I venture catanesi e Digital Magics a Palermo

In attesa del primo vero round di investimento

Non sono ancora tanti, come su tutto il Sud. I più forti sono TIM Ventures, e Digital Magics, che ha aperto a Palermo e sta intavolando trattative con tutte le realtà regionali. Al di là di questi due attori, c’è da registrare Sistema Investimenti Spa di Antonio Zangara che ha investito recentemente in Ganiza e un altro gruppo che si sta facendo largo come 100k: «Digital Magics ha incontrato già startup dell’incubatore. E da parte di TIM Ventures ci potrebbe essere un round in arrivo» spiega Maccarrone.

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Il team di Ganiza

8. Lo Youth Hub e la strada dell’innovazione di chi lo fa

Il punto di riferimento per i giovani startupper catanesi è YHC (Youth Hub Catania) un aggregatore che mette insieme chiunque abbia un’idea con professionisti in grado di realizzarla. Il team raggruppa startupper (come Francesco Marino di Ganiza), esperti di digital marketing (Antonio Musumeci), design (Omar Amato). E investitori (Mario Scuderi di Invitalia Ventures): «Ogni lunedì abbiamo il nostro “appuntamento delle idee”: startupper, maker, designer, nel tempo abbiamo costruito la community. Con l’apertura dell’acceleratore, sono iniziate delle partnership e molti di noi siamo diventati mentor a TIM #WCap» spiegano Musumeci e Amato. Oggi c’è un nuovo board, l’eredità dei founder è passata nelle mani di altri giovani catanesi.

YHC è stato, e lo è tuttora, decisivo nella creazione dell’ecosistema catanese, lì molti degli startupper che poi entrano nell’acceleratore di Tim, iniziano a fare i primi pitch, a strutturare l’idea, a conoscere professionisti, in vari campi, con i quali rendere concreti i loro progetti: «La collaborazione è la base di un ecosistema forte. Un centro che diventa il ponte tra le idee, gli investitori e gli acceleratori. Oggi la sfida principale è trovare figure tecniche. Ci sono molti più economisti rispetto al passato, ma smanettoni, maker e hacker scelgono percorsi diversi. Bisogna trovare un modo per reinserirli nell’ecosistema» spiegano Amato e Musumeci che sono a loro volta startupper con Paradigma, società che fa consulenza a 360°, dallo sviluppo software, design e marketing digitale.

9. La sconfitta dell’isolazionismo, e la Sicilia che innova

La sconfitta definitiva dell’isolazionismo, nuove realtà da cui trarre ispirazione, idee per invogliare talenti nei campi tecnici a lanciarsi nel mondo delle startup. Oltre ai problemi infrastrutturali, tante le sfide che attendono nei prossimi anni l’ecosistema catanese che continua a mostrare una straordinaria vitalità. Nascono nuovi acceleratori come Vulcanic (nato da una joint venture tra Etna Hi Tech e Impact Hub Siracusa e focalizzato sulla social innovation). E tante realtà promettenti di cui si spera sentiremo parlare nei prossimi mesi. Come Park Smart, startup che usa telecamere di videosorveglianza per individuare posti-auto liberi. Wadex che offre un servizio per fare incontrare domande e offerta di materie prime seconde (scarti di lavorazione delle materie prime oppure materiali derivati dal recupero e riciclaggio dei rifiuti, ndr). Beentouch, software per fare videochiamate senza che cada la linea, ritardi, latenza o asincornia che sfida Skype. Ludwig un traduttore smart che ti aiuta a trovare la parola o la frase perfetta per esprimere la tua idea in lingua inglese. E Motorsquare, un’app che ti aiuta a trovare l’auto più adatta a te, con un algoritmo basato sull’analisi delle informazioni estratte dai social.

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Il team di Flazio

10. L’ecosistema siciliano e StartupItalia! a Palermo

La capitalizzazione media delle startup siciliane non è superiore a 10mila euro. A Catania, per esempio, solo il 14% ha un capitale sociale fino a 50mila euro, mentre il 5% tra 50 e 250mila euro. Situazione non diversa, quella di Palermo,  il secondo ecosistema più grande con 71 startup innovative (il 29% di quelle nazionali). I dati appartengono all’ultimo censimento risalente a gennaio di Digital Magics.

Per fare un punto sulla situazione dell’ecosistema siciliano vi aspettiamo martedì 17 maggio al Tech-Marketplace & StartupItalia! Open Summit Tour (Palermo, ore 15:00, presso la filiale di Intesa Sanpaolo in piazza Castelnuovo). Qui puoi guardare il programma e registrarti.

4 Commenti a “Chi sono gli attori dell’innovazione a Catania in 10 punti essenziali”

  1. Iacopo Balocco

    Mi permetto di segnalare che la scuola in oggetto presenta una forte matrice religiosa dell’esperienza educativa. Infatti la religione è materia obbligatoria e bisogna partecipare alla messa. Come ha commentato Tullio De Mauro il prete di Barbiana era due passi avanti.

  2. Guido

    quanta fuffa my god! non c’è una sola fase del processo di produzione minimamente innovativa rispetto a quello che si fa da 70 anni almeno.

  3. Enrico Sartori

    Che boiata di novità sarebbe?! E che razza di pizzerie frequentava?

I commenti sono chiusi.

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