Eugenio Damasio

Eugenio Damasio

Giu 20, 2016

Sfide epiche, startup e due campioni (veri). Storia di una finale NBA leggendaria

La storia dell'epica sfida tra Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors: dalle difficoltà alle NBA Finals 2016. E di un campione vero chiamato LeBron James.

«Alcuni pensano che dovrebbero andare in paradiso senza prima dover morire. Mi scuso con loro ma, semplicemente, non è così che vanno le cose. Questo scioccante atto di infedeltà portato avanti da parte del “prescelto”, colui che è cresciuto nella nostra casa, ci serva come  una lezione che sta esattamente all’opposto rispetto a ciò che vorremmo che i nostri figli imparassero. E a “chi” vorremmo che diventassero. Ma la buona notizia è che questa azione insensibile e senza cuore potrà solo servire come antidoto a quella che viene chiamata la “maledizione” di Cleveland, Ohio. L’autoproclamatosi “Re” porterà a Sud con sé questa maledizione. E dal momento che, in questo modo, ha fatto il “giusto” per Cleveland e l’Ohio, James (e la città dove gioca) soffrirà su di sé questo terribile incantesimo e un karma negativo. Vedrete».

Era l’estate del 2010 quando Dan Gilbert, proprietario dei Cleveland Cavaliers, storica franchigia della NBA che, ai tempi, veniva da una recentissima sconfitta nelle finali, scrisse questa lettera al suo “prescelto” augurandogli un futuro fatto di sventura e sconfitte. LeBron James, nato nello stesso ospedale di Akron (OH) 39 mesi prima dell’altro grande protagonista di questa storia, aveva infatti appena annunciato in diretta nazionale la decisione di trasferirsi ai Miami Heat e a Cleveland le sue magliette venivano date in pasto alle fiamme: nei quattro anni successivi giocò quattro finali, vincendone due.

cavs

Una squadra nata dall’intuizione di uno dei più grandi Venture Capitalist della Silicon Valley

Oggi, a quasi sei anni di distanza, la profezia di Gilbert non si è di certo avverata ma il titolo a Cleveland è arrivato davvero, più di cinquanta anni dopo dall’ultima vittoria sportiva avuta in città. Un titolo riportato in Ohio proprio da LeBron, il Super Uomo. Contro ogni profezia, contro la storia ma, soprattutto, contro la più grande organizzazione della storia del basket: i Golden State Warriors. In questo racconto, infatti, se da un parte stanno i “troppo umani” Cavaliers, dall’altra sta la migliore squadra della storia, capace di vincere il maggior numero di partite in una stagione regolare (73-9 l’impressionante score) e di rivoluzionare in tutto e per tutto l’approccio stesso al Gioco. Una squadra nata dall’intuizione di uno dei più grandi Venture Capitalist della Silicon Valley e sconfitta in una Gara-7 di Finali che verrà ricordata per molti anni. Ma andiamo con ordine.

Sempre estate 2010: sono passati cinque giorni dalla “Decision” di LeBron e, a parte i fan più appassionati e gli addetti ai lavori, sono in pochi quelli che notano l’arrivo in NBA di una nuova cordata di proprietari. Nel mondo della pallacanestro, infatti, almeno in quei giorni, l’unico argomento di conversazione è il futuro del “prescelto”.

L’acquisizione della società per 450milioni di dollari

I Golden State Warriors, storica squadra della zona di San Francisco, capace di arrivare ai playoff una sola volta nei sedici anni precedenti a quella stagione, vengono acquistati per la cifra record di 450 milioni di dollari da Peter Guber, CEO della casa di produzione cinematografica Mandalay Entertainment, e da Joe Lacob, Venture Capitalist Partner della Kleiner Perkins Caufield & Byers (incubatrice di realtà come Amazon e Google) ed ex socio di minoranza dei Boston Celtics.

Se il primo fornisce (e gestisce) gran parte del capitale finanziario della società sportiva, il secondo, sin dal primo giorno, prese le deleghe di presidente “sul campo”, il più diretto organizzatore dell’attività sportiva  e dello sviluppo del team.

Nato da una povera famiglia ebrea del Massachusetts, Lacob, trasferitosi in California durante la gioventù, si laureò in scienze biologiche per poi appassionarsi di epidemiologia statistica e management. Un vero e proprio mago dei numeri e dell’organizzazione di impresa che, non più tardi di un anno fa, si autoproclamò uno dei dieci migliori giocatori di blackjack del mondo: interessante come in questo il socio Gruber fu, tra le altre cose, anche produttore di Rain Man. Abituato al rischio, quindi, ma capace di trovare sempre la strada giusta per tirare fuori il meglio dalle compagnie da lui trattate Lacob arrivò addirittura a potersi fregiare del soprannome di “Re Mida”.

Il Re Mida e il mago del Blackjack

Un curriculum fondamentale per rendere finalmente “dorati”, e al di fuori dei colori tradizionali, i disastrati Warriors di quegli anni. Prima di diventare la più grande squadra di ogni epoca, infatti, i beniamini di Oakland non riuscivano a raggiungere un risultato degno di nota da moltissimo tempo vivacchiando nel fondo della classifica della Western Conference: oggi sono la squadra più forte di sempre. Una costruzione basata sullo stesso modello di sviluppo di una startup: partire dal main core della propria idea di business e svilupparla trovando forze, finanziamenti e organici il più validi possibili per renderla una azienda affermata. Nel nostro caso un business fondato sul tiro da tre. Per un semplice calcolo di possibili margini di guadagno, infatti, agire in quel modo avrebbe potuta esser la tattica più sensata intorno a cui costruire una squadra vincente: spostandosi di un solo piede al di là della linea, infatti, un giocatore di basket avrebbe potuto aumentare il proprio tasso di rendimento del 43%.

Una costruzione basata sullo stesso modello di una startup

Un’idea forte e a tratti rivoluzionaria che, per essere attuata nella sua completezza, necessitava di interpreti votati alla causa. Quando Lacob si trovò a scandagliare la propria rosa per capire come agire in questo senso senza sforare di troppo il tetto salariale e i vincoli di trade imposti dalla Lega, scoprì che, già dal 2009, gli Warriors avevano tra le mani il potenziale pezzo fondante di un percorso che, allontanandosi da un gioco fatto di fisicità e estemporanee giocate individuali, avrebbe perseguito il sogno di un sistema basato sul tiro da fuori.

James Lebron

James Lebron

E non si trattava di Monta Ellis, giovane funambolo idolo dei tifosi californiani e  vero e proprio giocatore franchigia, ma di un ragazzo al secondo anno di NBA a cui, a stento, crescevano i peli sulla faccia. Il suo nome era Stephen Curry. Figlio d’arte (il padre, Dell, giocò per molti anni in diverse squadre della Lega), Steph nacque ad Akron nello stesso ospedale del “Prescelto”, proprio perché, ai tempi, il padre militava nei Cavaliers. Di non grande prestanza fisica ma di enorme tecnica individuale, sin da giovanissimo, Steph si impose a livello universitario come un potenziale “giocatore di ruolo” adatto a ritagliarsi uno spazio da tiratore all’interno della NBA e, forse, anche qualcosina in più. In Curry, da sempre, infatti, albergava qualcosa di strano e contemporaneamente straordinario.

«Succede una sola volta nella vita»

Intorno a lui vennero fatte scelte molto precise e, poco alla volta, Lacob riuscì a formare una squadra di giovani promesse che potessero integrarsi e crescere tra di loro anche perché supportate da veterani adatti a inserirsi in un sistema che facesse prevalere quella idea di gioco. Eliminati Monta Ellis e David Lee, le due stelle della squadra, adatte a un gioco più “tradizionale”, anno dopo anno i GSW misero insieme una squadra che («Succede una sola volta nella vita» dichiarò Lacob al Washington Post) di giocatori come Curry ne potesse addirittura schierare due, e allo stesso tempo.

Nascita di una coppia d’assi vincente: gli Splash Brothers

Con l’arrivo di Klay Thompson nel 2012 nacquero così gli Splash Brothers, la più forte coppia di esterni (almeno dal punto di vista statistico) della storia della Basket. A loro aggiunta di giocatori dal forte impatto emotivo come Draymond Green o dalla grande esperienza come il veterano Iguodala e di una guida che, quando si parlava di tiro da fuori, sapesse il fatto suo. L’arrivo di Steve Kerr, ex-compagno di Jordan e miglior realizzatore di sempre da dietro l’arco in termini percentuali (concluse la carriera con lo 0,45% di realizzazione), decretò la conclusione di una mutazione ragionata e studiata sul modello di investimento nelle startup che portò con sé alla conquista dello titolo finale dello scorso campionato e del superamento di tutti i record possibili e immaginabili all’interno della passata stagione regolare con addirittura 1077 triple messe a segno e il miglior attacco di sempre. Una #StrengthInNumbers che, almeno sino all’atto conclusivo dei Playoff, sarebbe potuto diventare mantra di una squadra che sulla statistica e l’analisi dati ha costruito la sua intera fortuna. Poi, però, almeno questa volta, è arrivato LeBron. We are alla Witnesses

L’importanza di avere talenti in squadra

La prima volta che incontrò Steph, Lebron era considerato come uno dei giocatori più forti al mondo. Presente nella Lega da diversi anni e, grazie al suo fisico straordinario e alle sue capacità tecniche fuori dal comune, pur non essendo mai ancora riuscito a vincere un titolo, dominava i parquet di tutta America. Con grande sorpresa per il palazzetto di Davidson (piccola università privata che Curry frequentava all’epoca), James si presentò alla partita contro North Carolina State University a primo quarto iniziato: voleva vedere il “Baby Face Assassin” che, non più tardi di tre settimane prima, aveva segnato 44 punti contro il giocatore più dotato di quella generazione: Blake Griffin, ala grande dall’atletismo incredibile che pareva destinato a scontrarsi con James negli anni a venire (o almeno così raccontavano i talent scout). Negli occhi del “Re” dopo il tiro in cors sul tabellone e, soprattutto, dopo la tripla decisiva scagliata da nove metri traspare una ammirazione tanto sincera quanto tenera nei confronti di uno “scricciolo” oggettivamente troppo lontano dai canoni del giocatore professionista per poter, a differenza del sopracitato Griffin, rappresentare un pericolo per il futuro. Anche quella sera Curry a referto scrive 44: solo sette in più di quelli che avrebbe poi segnato nella decisiva gara-5 delle finali NBA del 2015 in cui i Golden State Warriors diedero la spallata decisiva per sconfiggere LeBron e i suoi Cavs per la vittoria di un titolo che, sino alla scorsa settimana, pareva il primo di una lunga serie.

Dopo gli anni in Florida e le vittorie a fianco di “grandi vecchi” come Wade e Bosh, infatti, James era tornato ai Cavaliers nell’estate del 2014. Riappacificatosi con il vulcanico presidente Gilbert il figlio di Akron era tornato a casa per portare a termine un’unica missione: portare in Ohio un titolo mai vinto prima nel basket e che mancava negli sport professionistici addirittura dal 1964. La situazione di partenza, però, non era delle migliori. Pur potendo contare su uno dei giovani di maggior talento della Lega, la guardia Kyrie Irving, i Cavs viaggiavano in pessime acque: da quando il Re aveva cambiato residenza non erano mai riusciti a qualificarsi ai playoff.

Ma James non poteva bastare. Per il suo arrivo viene così organizzato anche l’acquisto di un grande nome che, fino a pochi giorni prima di trasferirsi in Ohio, avrebbe dovuto accasarsi proprio agli Warriors. Solo la richiesta da parte dei Timberwolves di avere il super tiratore Thompson come contraccambio aveva bloccato una trattativa che in moltissimi davano per conclusa: Kevin Love, “mister doppia-doppia” (per la sua abilità di mettere insieme numeri a doppia cifra per ciò che riguardava punti e rimbalzi), veniva scaricato da Golden State per non snaturare un processo in cui il gioco da tre doveva essere premiato rispetto alla fisicità e alla presenza sotto al canestro. Decisione diretta di Lacob.

Nella scorsa stagione, con questa tanto competitiva quanto nuova formazione, i Cavaliers migliorarono il proprio record di stagione regolare di venti vittorie arrivando a contendersi il titolo proprio contro la squadra californiana. Una serie di infortuni che colpirono prima Love e poi lo steso Irving fecero però affrontare la serie decisiva a un LeBron obbligato a caricarsi sulle proprie spalle il peso di una squadra e di un intero Stato. Finì 4 a 2 nonostante i numeri mostruosi messi insieme dal Prescelto, capace di mettere a segno due triple doppie e di vincere sostanzialmente da solo addirittura due gare. La struttura degli Warriors insieme alla profondità della sua panchina, la capacità del suo allenatore e la preparazione statisticizzata di ogni aspetto del gioco andarono, inevitabilmente, a sconfiggere un “uomo in missione” uscito dalla serie malconcio e scoraggiato. La Silicon Valley sconfiggeva ancora una volta la classe operaia del Mid West.

Gara 7, 19 giugno 2016

Arriviamo ad oggi, alla serie che nelle ultime due settimane non ci ha fatto chiudere occhio. Partita da un percorso di playoff completamente differente da quello vissuto l’anno scorso da parte di tutte e due le squadre, Cleveland e Golden State arrivavano a fronteggiarsi per quello che, per moltissimi ragazzi nati negli ultimi vent’anni, appariva come il più epico scontro mai offerto dal mondo della pallacanestro. Le rose al completo si sfidavano in una serie difficilissima in cui i Warriors parevano ultra favoriti poiché, oltre ad essere campioni in carica, venivano da una stagione che, grazie soprattutto alle idee rivoluzionarie di Lacob, ha rappresentato sotto tutti i punti di vista la perfezione. Curry eletto Most Valuable Player all’unanimità, una panchina lunghissima e di grande esperienza, i record sopracitati e un favore mediatico mai visto prima. I Cavs, tolto un miracolo di LeBron, avrebbero semplicemente dovuto fare da vittima sacrificale per la macchina da punti organizzata da Lacob. E così è stato: sia vittima sacrificale che effettivo miracolo di LeBron. Le cose, infatti, si erano messe per il verso più sbagliato con Golden State arrivata a comandare addirittura per 3 a 1, situazione da cui nessuna squadra mai si era risollevata nelle Finali. A ciò aggiungere la scarsa verve di Love e la terribile sconfitta casalinga di casa quattro: sommersi da una pioggia di triple. Solo a quel punto è arrivato LeBron.

La finale del Re: «Il più forte del pianeta»

Provare a descrivere cosa ha fatto il Re in queste ultime tre gare ribaltando il risultato come mai successo prima e dimostrando, ancora una volta, chi sia il più forte del pianeta, appare quasi riduttivo perché, probabilmente, rientra nel campo della inesprimibilità: 41, 41 e 27 sono i punti messi a segno. In mezzo fisico, mente, presenza per un giocatore che, in molti, reputano essere anche il General Manager che sceglie chi comprare, l’allenatore in campo e in panchina, il massaggiatore e il portaborracce. Una volontà di ferro capace di mettere in discussione un risultato che pareva acquisito grazie alla propria capacità sovrumana di spezzare in due le difese avversarie e, sempre di più, fidarsi di compagni capaci di aiutarlo a compiere una missione che è già leggendaria. Frustrati dallo strapotere di LeBron, dagli infortuni e dalle squalifiche, così, la macchina perfetta dei Warriors si è inceppata poco alla volta lasciando trasparire i propri limiti: appena le percentuali di tiro da fuori si abbassano minimamente, in sostanza, salta tutto. È così che dopo un primo tempo da dieci tiri da dietro l’arco su venti tentativi chiuso ovviamente in vantaggio, ne è arrivato un secondo in cui ha prevalso solo il cuore e la macchina si è inceppata. Un contesto nuovo, anormale, per gli automi californiani che si sono trovati a fronteggiare la furia assoluta di un uomo in missione per conto di se stesso ma, soprattutto, di quella stessa gente che, pochi anni fa, dopo averlo osannato e chiamato “Prescelto”, lo ha odiato con tutta se stessa. Il Re non ha mai commentato, facendo parlare il campo: primo per punti, assist, stoppate, rimbalzi, schiacciate e rubate, una tripla doppia (la settima in carriera in una seri di Finali) per concludere la pratica. Il primo a buttarsi per terra piangendo mentre Klay Thompson, inespressivo, rientrava negli spogliatoi abbracciato da Lacob.