Qui Station F | La vita nel mega campus di Parigi, raccontata dalla prima startup

Frank-David Cohen, co-founder di Klassroom, è uno dei primi talenti dello spazio voluto dall’imprenditore miliardario nel campo delle telecomunicazioni, Xavier Niel

Non è un incubatore. Non è neanche un acceleratore. Non è un coworking. Cos’è allora davvero Station F, lo spazio mastodontico (34mila metri quadri) inaugurato a Parigi? Per capire meglio quali sono le funzioni e le opportunità della struttura costata 250 milioni di euro, abbiamo intervistato Frank-David Cohen, 37 anni. Con  Damien Rottemberg ha fondato una delle prime startup a essersi insediata, Klassroom, che ha sviluppato un’app che crea classi virtuali per facilitare la relazione tra insegnanti, studenti e genitori.

L’incubatore che non è un incubatore

Nei giorni giorni sono apparsi alcuni articoli di giornali che parlavano Station F, come l’incubatore più grande per startup in tutto il Mondo (a regime ne ospiterà circa mille). Eppure, la struttura voluta dall’imprenditore miliardario nel campo delle telecomunicazioni, Xavier Niel, non può essere definita come tale. L’errore di valutazione è stato fatto dalla stampa. Sul sito e sulle comunicazioni ufficiali,

Station F è un campus, e tale è nella fornitura dei servizi

Abbiamo raggiunto Frank-David Cohen proprio mentre si trovava nello spazio e si affrettava a cercare una sala riunioni libera (una delle 60). «Non è come un incubatore – ha detto – una volta selezionati non ci sono dei mentor che seguono il tuo progetto. C’è molta più libertà, in un certo senso.  La startup che ha bisogno di un consulente in un determinato ramo del business può rivolgersi a degli intermediari che fanno match tra il professionisti e i founder».

 Il Founders Program

Cohen è stato uno dei bravi e fortunati ad essere entrato grazie a uno dei programmi per startup previsti (ce ne sono 26).

Il Founders Program ricerca business innovativi (in fase early stage o second stage) sottoponendoli a un processo di selezione che ricorda molto da vicino quello di un incubatore

Con una novità: avviene unicamente da remoto. «Prima c’è un questionario da compilare sul Web, con tutte le caratteristiche della startup e le metriche. Poi c’è una fase successiva in cui si registra un video con un pitch. Cosa cercano le stesse cose di un incubatore: un business con prospettive di crescita, ambizione del team e una solida value proposition».

Qui Cohen con un video mostra lo spazio in un video girato a 360 gradi

Il board

Cohen ha spiegato a StartupItalia! che la giuria è composta da un board di imprenditori: ne sono 100, provengono da 21 Paesi e hanno raccolto in totale quasi 5 miliardi di dollari. Tra loro c’è anche un italiano: Max Ciociola, il bolognese cofondatore di Musixmatch. Con lui i fondatori di startup dal successo internazionale come Buffer o Sprouter.

Il Founders Program costa 195 euro al mese

Una volta selezionati si ottiene l’accesso nello spazio che non è free: c’è un costo da sostenere di 195 euro al mese. «Con questa cifra hai diritto a un ufficio (con massimo 15 postazioni). Hai libero accesso alla sala riunioni, puoi partecipare a tutti gli eventi dello spazio e puoi tu stesso organizzare un tuo evento usufruendo di importanti riduzioni sul costo della sala». Cohen svela anche che il programma non ha un limite temporale. La startup può soggiornare nello spazio per diversi anni. Anche se aggiunge che in una situazione di crescita forte, l’iter da seguire è come quello per tutte le aziende: trovare nuove sedi, allargarsi in altre città.

All’inizio del percorso

«Station F è un’opportunità straordinaria soprattutto per quei business che sono all’inizio del loro cammino, per incrociare altri imprenditori, multinazionali, esperti in altri campi e soprattutto investitori. Lo stesso criterio dei 15 posti disponibili per ogni startup sottolinea che le aziende, che hanno superato il second stage, devono trovare al di fuori dello spazio la loro identità».

I venture e gli altri programmi

Le startup che cercano finanziamenti possono rivolgersi direttamente ai venture capital presenti all’interno dello spazio: Daphni, KIMA Ventures, Ventech, Accel, Balderton Capital. Potranno presentarsi ai venture anche le startup che accedono con gli altri programmi per startup previsti da Station F. Come il Fighter, una sorta di progetto welfare per startup completamente free e dedicato a founder che nascono in zone svantaggiate, e il programma Fellowship al costo di 900 euro annuali. Con questi prezzi, Station F punta a sbaragliare la concorrenza degli altri spazi di coworking presenti sul territorio, come l’americano WeWork, che ha anche altre sedi in Europa, come Berlino, Parigi, Londra e Manchester. WeWork ha prezzi di partenza più alti: 450 euro per una scrivania al mese a Parigi. Mentre una postazione costa 690 euro mensili pr chi si rivolge all’altro leader del mercato francese, Kwerk.

La Woodstock delle startup

Sul volto di Cohen c’è tutta l’emozione di uno startupper che si trova catapultato nel bel mezzo di quella che punta a diventare la Silicon Valley in Europa o meglio ancora la Woodstock delle startup. Facebook, Amazon web services, Microsoft, Ubisoft, sono solo alcune delle multinazionali che hanno programmi per le startup all’interno del campus. Il Founders Program, infatti, è quello “generalista”, mentre altri sono quelli che si concentrano su una nicchia (qui puoi leggerli tutti): «Facebook ha previsto un programma che supporta le startup nel mondo dei dati, Microsoft quelle nel campo dell’intelligenza artificiale, Vente-privee si è concentrata sul retail, mentre BPN ha un percorso pensato per le fintech».

L’ecosistema francese

Al termine dell’intervista ci spiega che è vero che in Francia si respira un clima diverso. Grazie ad alcune iniziative come  il fondo di 10 miliardi di Macron, lanciato lo scorso mese, oppure la French Tech, marchio che raggruppa tutte le startup del tech francese favorendone l’esportazione, e non ultima Station F. Sono tutti progetti che stanno potenziando l’ecosistema francese che, tuttavia, soffre per lo stesso freno di quello europeo: la mancanza di grossi investitori. Il founder ci racconta che il suo principale competitor sul mercato americano, Remind, ha raccolto qualcosa come 60 milioni di dollari. Mentre lui con il massimo sforzo ne ha raccolti a malapena 500mila: «Finché il divario sarà così importante, l’ecosistema europeo sarà sempre subalterno a quello americano».

 

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