Cosa ha detto Mark Zuckerberg al Congresso USA su Cambridge Analytica

Una lunga audizione in cui non sono emerse novità particolari. Se non quel piccolo dettaglio di un possibile Facebook a pagamento

Un confronto serrato, che ha toccato temi come la possibile posizione di monopolio di Facebook nel panorama dei social network, ma che non sembra aver scalfito più di tanto la corazzata di Mark Zuckerberg. Il CEO e fondatore si è presentato davanti alla Commissione del Congresso per discutere del caso Cambridge Analytica, e non solo, dopo che il suo memoriale era stato già anticipato nelle ore precedenti al suo intervento: si è presentato ben preparato e di fatto ha tenuto testa alle domande (non troppo) ficcanti che gli hanno rivolto i membri della commissione.

 

La questione antitrust

Mark Zuckerberg ha un concorrente? Alla domanda che gli hanno rivolto i Senatori non ha saputo dare una risposta diretta: sebbene il CEO di Facebook abbia provato a sgombrare il campo da eventuali accuse di monopolio nel settore dei social network (argomentazione legata a doppio filo col mercato pubblicitario), di fatto non c’è una alternativa attualmente in circolazione alla platea da 2 miliardi di iscritti (più quelli di Instagram) raggiungibili a mezzo Facebook.

In una foto indiscreta strappata da un giornalista presente in aula agli appunti di Mark, si svela anche una argomentazione che Facebook è pronta a giocare: il mercato dell’advertising globale vale 650 miliardi di dollari, e il social di Menlo Park si è riuscita ad accaparrare solo una fetta del 6 per cento di questa torta. In ogni caso, come sottolineano gli osservatori, i Senatori non sembrano avere le idee chiare su come regolare il mercato dei social.

L’AI e le leggende metropolitane

Ci sono due vicende che in qualche modo si intrecciano, e che sono state oggetto di un paio di domande nel corso dell’audizione. La prima riguarda come Facebook pensa di intervenire nella gestione delle fake news (il caso Russiagate ovviamente ha una certa rilevanza a Washington DC) e in generale nella gestione dei post “problematici” relativi a violenza, odio e così via: Zuckerberg ha spiegato che lui e i suoi confidano nell’intelligenza artificiale, ovvero nella capacità di analisi delle enorme mole di informazioni che transita ogni giorno sulla piattaforma social da parte delle macchine, per intervenire in modo più incisivo nella moderazione e nel controllo del social network.

 

Quello che appare chiaro dalla risposta di Zuckerberg in questo caso, però, è che Facebook non ha ancora deciso come affrontare alcune delle situazioni più spinose con cui si trova ad avere a che fare: confidare nell’AI per risolvere un problema, con tutte le incertezze che questa argomentazione comporta, significa che ancora non è del tutto chiara la visione su come superare determinate questioni nell’immediato futuro.

Fa invece sorridere l’approdo al Congresso di una leggenda metropolitana: quella relativa alla possibilità che Facebook utilizzi il microfono degli smartphone per ascoltare gli utenti e proporgli contenuti pubblicitari di conseguenza. Il senatore democratico Gary Peters ha chiesto esplicitamente a Zuckerberg di rispondere sì o no su questa possibilità: un “no” categorico è arrivato da Mark, ma di sicuro questa leggenda sopravvivrà e si riproporrà anche in futuro.

Cambridge Analytica, la privacy e Facebook a pagamento

Mark Zuckerberg si è preso la responsabilità di quanto è accaduto: “Si è trattato di un mio errore, sono spiacente. Ho fondato Facebook, lo dirigo, sono responsabile di quanto successo. Appare chiaro ora che non abbiamo fatto abbastanza per impedire che questi strumenti venissero usati per creare un danno: e ciò vale per quanto attiene le fake news, l’influenza estera nelle elezioni, i messaggi di odio, così come per la privacy di sviluppatori e degli utenti”.

 

La questione è doppia in questo caso. Per quanto attiene Cambridge Analytica, c’è stata pare effettivamente una violazione delle norme d’uso: perché se è vero che i dati vennero acquisiti in un regime di regole diverso dall’attuale, quando ancora la tecnologia di Facebook permetteva di scandagliare a piacimento il profilo dell’utente e di tutti i suoi collegamenti, Zuckerberg dice che nel caso specifico i dati sono stati venduti violando un accordo e che quei dati potrebbero essere stati venduti anche ad altri soggetti. In queste ore gli utenti “vittima” di questo sistema hanno cominciato a ricevere le notifiche relative al loro possibile coinvolgimento: chi volesse, può anche verificare in autonomia se coinvolto andando a questo indirizzo nell’help center di Facebook.

L’altro aspetto della questione riguarda la vendita, da parte di Facebook, dei dati degli utenti a soggetti terzi: questa, se vogliamo, è un’altra leggenda metropolitana. Facebook, il CEO l’ha ribadito, non vende dati bensì la possibilità per gli inserzionisti di raggiungere target specifici attraverso la piattaforma social. Di fatto, la possibilità di sondare i gusti e gli interessi degli utenti è il suo modello di business: quelle informazioni, tenute al sicuro, sono lo strumento attraverso il quale catalizzare gli investimenti pubblicitari.

 

Certo esiste un’alternativa: far pagare per l’accesso al social network. Esisterà sempre un Facebook gratis, ma Zuckerberg non ha escluso la possibilità di un Facebook a pagamento: così, per una leggenda metropolitana smentita eccone un’altra che invece acquista improvvisamente copro e sostanza.

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