Redazione

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Mag 10, 2016

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Mag 10, 2016

Contrordine, l’hype è finito e fare startup è diventato noioso e deprimente. Un paio di casi e un libro

Lavora per una startup e cadrai presto in depressione, provoca Business Insider. La rivista americana dice che il clima di entusiasmo intorno all’ecosistema startup è scomparso. Ed è in arrivo il libro di un ex dipendente...

«Lavora per una startup e cadrai presto in depressione», provoca Business Insider. La rivista americana osserva che il clima di entusiasmo intorno all’ecosistema startup è un po’ scomparso. E molti dipendenti in Silicon Valley, da gioiosi evangelisti della rivoluzione tech, sono oggi stritolati tra fallimenti e licenziamenti. A quelli che pensano che sia un «hype» parlare di startup sembrerà la resa dei conti. Invece è e sarà tutto uguale a prima, finché se ne parla, bene o male, vuol dire alla fine che c’è interesse. Ma vediamo cosa sta succedendo negli Usa dove un libro e qualche caso clamoroso ha fatto consumare litri di inchiostro (virtuale e non) ai magazine.

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Da unicorni a unicorpse il passo è diventato breve

Dal 2015 degli unicorni al 2016 degli unicorpse: così sono battezzate le startup che ottengono valutazioni miliardarie per poi finire sul lastrico. Il termine gioca sulla parola “corpse”, “cadavere” in italiano. Sono molte le startup dai “sogni infranti”. I casi più clamorosi, come Powa Technologies (lo raccontiamo qui), Theranos (leggi qui) e altri meno conosciuti in Italia come Zenefits, l’idea di Parker Conrad, che ha raccolto 580 milioni di dollari per poi essere accusata di violare i regolamenti, hanno dato un colpo al cuore all’ecosistema startup. «I venture hanno stretto i cordoni della borsa, le exit sono diventate più rare e nessuno pare interessato a trasformare idee in progetti da lanciare in Borsa» spiega Business Insider.

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Dan Lyons perde il lavoro, si fa assumere in una startup e ne esce a pezzi
La sua storia in un libro

A contribuire al momento difficile della Silicon un libro che dice di divulgare tutta la verità sulla vita in una startup. L’autore è Dan Lyons, che in “Disruted: My misadventure in the startup bubble” racconta un’esperienza ben poco edificante. La trama del libro parte da quando Dan ha 51 anni e ha perso il suo lavoro da giornalista. Ha una famiglia e una moglie da mantenere e sa che Hubspot, celebre multinazionale americana che crea software per automatizzare attività di marketing, cerca dipendenti.

All’epoca HubSpot è ancora una startup, ha appena ottenuto 100 milioni di dollari da investitori e si prepara al suo ingresso in Borsa. Sembra tutto perfetto, dipendenti entusiasti, una mission chiara, finché Dan scopre la sua verità, tra eventi umilianti, licenziamenti ingiustificati e un fiume di abusi da parte del suo capo. Ciò nonostante ha tenuto duro e come racconta Business Insider ha ottenuto quasi 60mila dollari dalle stock option che possedeva dopo l’Ipo della società. Meno bene se la sono passati alcuni manager coinvolti nella storia: licenziati. Mentre il Ceo di Hubspot, Brian Halligan, è stato coinvolto in uno scandalo per aver fatto pressioni per impedire la pubblicazione del libro.

Mentre fa riflettere un post che racconta di fallimenti e salute mentale

L’autrice è Anna Weiner che dice di aver scritto il primo post raccontato da una testimone della lenta morte di una startup. Il titolo è di “Uncanny Valley” (la “Valle misteriosa”), mentre nel sottotitolo l’autrice si scusa per non aver potuto dire di più, avendo siglato un NDA, un patto di non divulgazione.

Ciò malgrado, alcuni passaggi fanno capire bene tutto lo stress legato a una startup e come un fallimento può influenzare la salute mentale dei dipendenti, i primi a credere nella buona riuscita del progetto con tutte le loro forze.

Molla la scuola a 16 anni, fa 3 aziende (e 100 milioni) e ora lancia una startup dall’Umbria. Graham Smith Bernal

«Il morale è sotto i piedi. Siamo scappati giusto il tempo per bere una cosa insieme e discutere sulla morte della nostra cultura aziendale. Cosa ne avremmo fatto ora di quella cultura?». «I membri del team sono stati chiamati a parlare con i manager. Ci hanno interrogati sulla nostra lealtà all’azienda e informato che uno dei nostri principali investitori si era messo a finanziare un nostro diretto competitor. D’altronde questo è quello che fanno gli investitori…».

E poi durante il meeting dove le comunicano la morte imminente dell’azienda e la fine della sua avventura: «Ho pianto, nonostante mi sforzassi di non farlo. Ho pensato alla città che ho lasciato, alle amicizie che non ho fatto, ai piani che ho dovuto cancellare. A quanto duramente avessi lavorato, a quando difficile sia il fallimento. Ho pensato ai miei valori e ho pianto di nuovo». Qui puoi leggere il suo post per intero.