Simone Cosimi

Simone Cosimi

Ago 23, 2016, 7:00am

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Ago 23, 2016, 7:00am

Così una startup ha visto negli immigrati un business etico. Kiron

Nata in Germania vanta già oltre 1.200 iscritti e prepara all'università con corsi biennali in quattro ambirti, dall'economia all'ingegneria

Si chiama Kiron ed è una piattaforma di apprendimento gratuita pensata in particolare per i rifugiati. Specialmente per i ragazzi che devono iniziare o proseguire cicli di studio rivoluzionati dalla guerra e intrapresi a migliaia di chilometri di distanza.

Kiron-Universität

Markus Kreßler e Vincent Zimmer, fondatori, con la studentessa Fatuma Musa

La scommessa di tre amici

A metterla in piedi sono stati tre amici tedeschi – Vincent Zimmer, Markus Kreßler e Christoph Staudt, che oggi guidano un nutrito gruppo di professionisti – ma l’idea si è presto trasformata in una realtà concreta. La startup ha raccolto 3,3 milioni di dollari attraverso una campagna in crowdsourcing così come da donatori privati che rispondono a nomi come Google e Bmw. L’obiettivo è colmare il vuoto che si crea nell’attesa di ottenere lo status di rifugiati coinvolgendo le persone in percorsi che possano fornire loro nuove competenze, farli sentire più accolti e magari prepararli per il ritorno a casa.

Come funziona

Kiron significa “raggio di luce” in sanscrito ed è un singolare esperimento che mescola corsi online proposti da istituzioni di prestigio come la Harvard University o il Mit di Boston con il lavoro dal basso di professori e mentori che possono anche trovarsi a migliaia di chilometri.

Questi docenti in remoto fanno lezione, rispondono ai dubbi, mantengono gli studenti in linea col programma. Tutto prevalentemente in inglese. E per chi non ha accesso a internet nei campi d’accoglienza, la startup sta realizzando degli hub di apprendimento, in sostanza delle classi digitali messe in piedi con pc regalati e connessione.

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Markus Kreßler, uno dei fondatori di Kiron

Verso l’università

Un traghetto per l’università. “Kiron ha messo nel mirino un problema che nessuno aveva affrontato – ha spiegato Tim Goebel, uno degli investitori della società – come integrare i rifugiati nel sistema accademico”. La proposta di base è per un percorso biennale in quattro settori (economia, ingegneria, informatica e scienze sociali) che sia propedeutico all’accesso a una delle università partner.

Ovviamente il servizio è attivo per chiunque, nonostante al momento la maggior parte dei 1.250 studenti sia costituita da rifugiati ospitati in Germania. D’altronde il Paese ha accolto nel corso del 2015 oltre un milione di persone. Ma ci sono utenti da ogni parte del mondo, dalla Giordania allo Sri Lanka.