Mette un “like” su un post diffamatorio. Condannato a risarcire 3.500 euro

Sentenza rivoluzionaria in Svizzera, il giudice condanna un utente Facebook. La sua colpa? Aver cliccato su “Mi piace”

In Svizzera prendono tutto molto sul serio e la giustizia, in particolare, è molto severa. Il reato di diffamazione, che da noi ormai è di fatto “derubricato” (se non altro perché per ottenere una sentenza positiva ci vogliono anni di processo), oltre le Alpi ha ancora una ragion d’essere.

Nessuna distinzione tra Facebook e altro media

Da oggi ancor di più. E poco importa che il giudizio negativo sia stato espresso su Facebook. I giudici svizzeri, infatti, non distinguono, per loro i social network non sono un’arena in cui tutti è concesso (come spesso invece capita da noi, ma anche in tutto il resto del mondo). La storia pubblicata da La Repubblica ne è la dimostrazione: aver cliccato su “Like” è costato carissimo ad un cittadino elvetico, che si è visto condannare dal Tribunale di Zurigo al pagamento di 4.000 franchi di multa (più o meno 3.500 euro). Secondo la giudice Catherine Gerwig, con quel semplice “Mi piace” l’autore ha contribuito a diffamare un suo connazionale. Dunque, nessuna scritta ingiuriosa o offese esplicite, la condanna si basa esclusivamente su un “Like”. Sembra incredibile, ma è tutto vero.

La vicenda

Il protagonista della vicenda è un 45enne svizzero, che ha espresso il suo gradimento a commenti che accusavano il denunciante, il Signor Erwin Kessler, un fervente animalista, di essere razzista e antisemita. Secondo il giudice, semplicemente cliccando su “Mi piace”, il condannato si sarebbe di fatto appropriato delle ingiurie e avrebbe contribuito a diffonderle, macchiando la reputazione del querelante. Ironia della sorte, in precedenza l’animalista era stato davvero condannato per discriminazione razziale, ma il giudice ha stabilito che le offese erano riferite ad eventi più recenti e non comprovati. Da qui la condanna. Quella della Signora Gerwig è già stata definita una sentenza rivoluzionaria e certamente farà storia. E magari – c’è da augurarselo – anche giurisprudenza. Da oggi i cosiddetti “Leoni da tastiera” hanno un nemico in più…

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