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Un nuovo modello economico e sociale: la bioeconomia circolare

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Un nuovo modello economico e sociale: la bioeconomia circolare

In occasione della terza Giornata Nazionale della Bioeconomia, iniziativa lanciata dal Cluster SPRING con Assobiotec – Federchimica, un approfondimento su questo nuovo paradigma di sviluppo economico e sociale

In occasione della terza Giornata Nazionale della Bioeconomia, iniziativa lanciata dal Cluster SPRING con Assobiotec – Federchimica, un approfondimento su questo nuovo paradigma di sviluppo economico e sociale

Automobili costruite con gli scarti del pomodoro e dell’agave (la pianta con cui si fa la tequila) o con i fondi di caffè, tessuti prodotti con i residui della produzione del succo d’arancia e del vino, combustibili sviluppati partendo dai rifiuti domestici per alimentare le nostre automobili e gli aerei, materiali sostenibili per le nostre case ottenuti dalla canapa e dal micelio. Sono solo alcuni esempi di bioeconomia circolare, un meta-settore che secondo le ultime stime della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo (Rapporto sulla Bioeconomia in Europa 2020), nel 2018, in Italia valeva 345 miliardi di euro e dava lavoro a oltre 2 milioni di persone. E che sempre di più – ci dicono le maggiori società di consulenza mondiali come McKinsey e Frost & Sullivan e persino l’Ocse – è destinato a diventare la realtà delle nostre società, sulla strada di una riconciliazione con l’ambiente e della lotta al cambiamento climatico.

Dalle fonti fossili a quelle biologiche rinnovabili

La popolazione mondiale raggiungerà, secondo le previsioni delle Nazioni Unite, 10 miliardi di persone nel 2050. La domanda di cibo, secondo la FAO, crescerà del 60% alla stessa data. Intanto con il proliferare della classe media in Asia è già aumentata la domanda di carne, di abiti o di automobili. Tutto ciò si traduce in una pressione senza precedenti sulle risorse del nostro Pianeta, tanto che secondo gli addetti ai lavori nel 2050 potrebbero essere necessari tre pianeti per soddisfare le richieste di risorse naturali correlate alla popolazione. Mai come in questo periodo storico, agricoltura intensiva, deforestazione, urbanizzazione e inquinamento stanno mettendo alla prova la produttività del territorio e la sua capacità di mantenere in funzione servizi eco-sistemici fondamentali.

È in questo scenario di estrema fragilità ambientale e sociale che la bioeconomia si è ritagliata un ruolo rilevante nelle politiche per lo sviluppo sostenibile di oltre sessanta Paesi nel mondo. Intesa come la produzione di risorse biologiche rinnovabili e la conversione di queste risorse e flussi di rifiuti in prodotti a valore aggiunto, come alimenti, mangimi, prodotti a base biologica e bioenergia, la bioeconomia offre un nuovo modello economico e sociale in grado di superare un sistema basato sulla logica della dissipazione delle risorse e sul profitto a ogni costo a beneficio di uno basato sulla sufficienza delle risorse e sulla tutela della biodiversità.

Della bioeconomia fanno parte, secondo una classificazione europea, i settori della produzione primaria, ossia agricoltura, allevamento, foreste, pesca e acquacoltura, e i settori industriali che trasformano le materie prime biologiche, come l’industria alimentare e dei mangimi, quella della cellulosa e della carta, della lavorazione del legno, l’industria chimica e quella dell’energia.

La natura trasversale della bioeconomia offre, nella visione dell’Unione europea, un’opportunità unica per affrontare in modo globale le sfide sociali interconnesse, quali la sicurezza alimentare, la scarsità delle risorse naturali, la dipendenza dalle risorse fossili e il cambiamento climatico, ottenendo al tempo stesso una crescita economica sostenibile. Per questo motivo, la strategia sulla bioeconomia presentata per la prima volta da Bruxelles nel 2012 non è guidata dal concetto d’innovazione tecnologica ma da quello di sfida. Essa si concentra fortemente sulla ricerca, sull’innovazione e sullo sviluppo delle competenze, così come sulla creazione di un contesto politico favorevole, che sono considerati i principali elementi costitutivi per la transizione a un’economia che produce e utilizza in modo sostenibile risorse biologiche rinnovabili.

Dalla strategia europea a quella italiana

La strategia del 2012 poggia su tre pilastri fondamentali: sviluppare nuove tecnologie e processi per la bioeconomia; sviluppare mercati e competitività nei settori della bioeconomia; spingere i policy maker e gli stakeholder a lavorare a stretto contatto. Nel 2018 è arrivato il suo aggiornamento, successivo all’adozione del Pacchetto sull’economia circolare, alla COP21 di Parigi e all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite con i 17 obiettivi di Sviluppo sostenibile, con l’obiettivo di interconnettere bioeconomia ed economia circolare, specificandone il loro carattere di sostenibilità.

Una bioeconomia sostenibile – si legge nella nuova strategia – è il segmento rinnovabile dell’economia circolare. Essa può convertire bio-rifiuti, residui e scarti in risorse di valore e può creare le innovazioni e gli incentivi in grado di aiutare rivenditori e consumatori a tagliare gli sprechi alimentari fino al 50% entro il 2030. È stimato che il suolo – usato attualmente per l’alimentazione degli animali – che si potrebbe salvaguardare attraverso queste innovazioni potrebbe alimentare tre miliardi di persone aggiuntive. Le città dovrebbero diventare i principali centri di bioeconomia circolare. Piani di sviluppo urbano circolare potrebbero tradursi in guadagni economici e ambientali molto significativi”.

L’Italia, che vanta una leadership storica nella bioeconomia dovuta a Novamont, società nata dall’intuizione di Raul Gardini di integrare chimica e agricoltura negli anni ottanta all’interno di Montedison, ha presentato solo nel 2017 la prima strategia nazionale, per aggiornarla però rapidamente dopo l’aggiornamento europeo, nel maggio 2019. Per il nostro paese, l’economia basata sulle fonti biologiche rappresenta una grande opportunità per spezzare quel legame storico nefasto tra sviluppo industriale e inquinamento ambientale, con conseguenti danni alla salute umana.

Una transizione da sostenere

Su tutto il territorio nazionale oggi sono presenti bioraffinerie integrate uniche al mondo nel loro genere, frutto di investimenti che hanno raggiunto il miliardo di euro. È il caso dell’impianto per la produzione di 1,4 butandiolo (un intermedio chimico con molteplici applicazioni industriali) di Mater Biotech, una società controllata da Novamont, che è frutto della riconversione industriale dello stabilimento dismesso di Anajimoto a Bottrighe di Adria (Rovigo), o ancora di Matrìca, joint venture tra la stessa Novamont e Versalis (la divisione chimica di Eni) che ha consentito di riconvertire alla chimica da biomassa la raffineria Eni di Porto Torres.

La bioeconomia circolare è un nuovo paradigma che genera ricchezza nei limiti delle risorse del Pianeta e nella visione del Green New Deal europeo non potrà che essere un pilastro della ripresa e della resilienza post-pandemia, nel quadro di una transizione ecologica ineludibile. Affinché ciò si realizzi servono non solo le strategie ma soprattutto piani d’azione che traducano l’enorme potenziale presente da Nord a Sud dell’Italia in applicazioni industriali innovative e sostenibili.