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Covid-19 e aspettativa di vita: in 12 mesi annullati i risultati di 10 anni

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Covid-19 e aspettativa di vita: in 12 mesi annullati i risultati di 10 anni

Zone bianche, Rt in calo, ospedali che tornano gradualmente a ritmi quasi ordinari, spazi urbani che si popolano. Se osserviamo il presente, la pandemia di Covid-19 appare come una pagina che sbiadisce, ma non è così: il suo impatto è destinato a perdurare, perché incide sulla nostra aspettativa di vita. In poco più di un… Read more »

Zone bianche, Rt in calo, ospedali che tornano gradualmente a ritmi quasi ordinari, spazi urbani che si popolano. Se osserviamo il presente, la pandemia di Covid-19 appare come una pagina che sbiadisce, ma non è così: il suo impatto è destinato a perdurare, perché incide sulla nostra aspettativa di vita. In poco più di un… Read more »

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Zone bianche, Rt in calo, ospedali che tornano gradualmente a ritmi quasi ordinari, spazi urbani che si popolano. Se osserviamo il presente, la pandemia di Covid-19 appare come una pagina che sbiadisce, ma non è così: il suo impatto è destinato a perdurare, perché incide sulla nostra aspettativa di vita. In poco più di un anno si è ridotta in modo consistente la speranza di vita alla nascita annullando quanto guadagnato negli ultimi 10 anni. Lo spiega in modo molto approfondito la XVIII edizione del rapporto Osservasalute 2020, curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica, presso il campus di Roma.

Dalle ultime stime dell’Istituto Nazionale di Statistica, un effetto rilevante del Covid-19 è proprio sulla sopravvivenza, la speranza di vita, che tra il 2019 e il 2020 a livello nazionale si è abbassata di 1,4 anni per gli uomini e un anno per le donne e in Lombardia di ben 2,6 anni. Mentre il PIL del paese è crollato di 5 punti percentuali, nello stesso anno si è registrato anche un aumento della mortalità per cause quali demenze e diabete: è il prezzo che ha iniziato a pagare l’Italia da febbraio 2020, con oltre 4 milioni 234 mila contagi e più di 126 mila decessi. Nel solo 2020 in Italia si contano oltre 746 mila decessi complessivi, un numero cresciuto di 101 mila decessi rispetto al 2019 e osservando la media degli ultimi 10 anni.

L’Istat ha diffuso una prima stima della mortalità per causa di tutti i decessi registrati in Italia tra il 1 marzo e il 30 aprile 2020, basata sulle schede di morte compilate dai medici che hanno certificato il decesso: dai primi dati emerge innanzitutto che in questi 2 mesi, il Covid-19 è la seconda causa di morte dopo i tumori.

Un impatto anche sulle altre patologie

Calcolare gli effetti della pandemia sulla mortalità, soprattutto se connessa ad altre patologie, è particolarmente complicato. Da un lato c’è le difficoltà di diagnosi per i pazienti anche da Covid-19, dall’altro l’infezione estesa e il sovraccarico dei sistemi sanitari regionali hanno causato spesso un peggioramento di pazienti con quadri clinici già compromessi. Lo scenario tuttavia mostra chiaramente una tendenza incrementale. L’eccesso di mortalità (in termini assoluti), riscontrato con la media dello stesso bimestre nel quinquennio 2015-2019, è solo in parte spiegato dalla mortalità per il virus. Nel 2020 si registrano incrementi significativi di decessi dovuti ad altre cause, come polmoniti e influenze. Aumentano anche quelle legate alle demenze e Alzheimer (+49%), alle cardiopatie ipertensive (+40,2%) e al diabete (+40,7%). Le percentuali sono più alte nelle regioni del Nord maggiormente colpite dalla prima ondata della pandemia. Le morti per polmoniti e influenze ad esempio, sono aumentate in Lombardia, passando da 456 casi (media marzo-aprile 2015-2019) a 3.665 casi, con un aumento del 700%; come in Emilia-Romagna, dove nel bimestre marzo- aprile del 2020 si contano più di 1.000 casi, con un incremento del 300% circa. (Fonte dei dati: Elaborazione su dati Istat. Base dati integrata mortalità giornaliera comunale, ISS registro sorveglianza COVID-19. Anno 2021).

Valle D’Aosta e Lombardia in testa per decessi

Il diffondersi dell’epidemia di COVID-19 ha colpito in modo differenziale le diverse aree del Paese. Nella prima ondata di diffusione del virus (marzo-maggio 2020) i contagi e l’eccesso di mortalità sono stati concentrati territorialmente e hanno colpito duramente le regioni settentrionali, in particolare la Lombardia. Nella seconda ondata (ottobre-dicembre 2020) si è registrato un consistente aumento dei contagi e, di conseguenza, un accrescimento della mortalità in tutte le regioni, sebbene ancora una volta sono state le regioni del Nord a pagare il prezzo più alto.

La variabilità dei contagi, del numero dei decessi e delle persone ricoverate in terapia intensiva nonché la gestione dei pazienti positivi testimonia performance molto disomogenee delle regioni durante questa pandemia. Il numero complessivo di contagi al 7 giugno 2021 supera i 4 milioni 234 mila, pari a più di 7.028 casi ogni 100.000 abitanti. Le regioni più colpite in rapporto alla popolazione sono la provincia autonoma di Bolzano (oltre 13.732 per 100.000), la Valle d’Aosta (oltre 9.266 per 100.000) e il Friuli Venezia Giulia (oltre 8.849 per 100.000 abitanti). Le regioni con meno contagi sono la Sardegna (3.489 per 100.000), la Calabria (più di 3.517 per 100.000) e il Molise (4.503 per 100.000).

Il triste primato di decessi va alla Valle d’Aosta (376 decessi ogni 100.000 abitanti), in seconda posizione c’è la Lombardia (333 per 100.000) che tanto ha fatto discutere soprattutto nella fase più acuta, per gestione dei ricoveri e controllo dei casi positivi. Terzo il Friuli Venezia Giulia (313 per 100.000). La Calabria (62 per 100.000), la Sardegna (91 per 100.000) e la Basilicata (105 per 100.000) sono le regioni con meno decessi. Alti livelli di ospedalizzazione, assistenza nelle terapie intensive, decessi e contagiati rispetto alla popolazione residente sono stati rilevati in Piemonte e nella Provincia Autonoma di Trento. Il Lazio e la Sicilia, regioni con la prevalenza dei contagi più bassa rispetto alla media, hanno fatto più ricorso all’ospedalizzazione; al contrario il Veneto, una delle zone maggiormente colpite dai contagi, ha gestito, più di ogni altra, i pazienti a domicilio.

La foto in alto è di Andrea Piacquadio da Pexels

“Nel nostro Paese, il Servizio sanitario nazionale ha mostrato i suoi limiti, vittima della violenza della pandemia, ma anche delle scelte del passato che hanno sacrificato la Sanità in nome dei risparmi di spesa”, commenta il direttore dell’Osservatorio Walter Ricciardi. “Ci vogliono più risorse e innovazione, perché la fragilità del Sistema è apparsa in tutta la sua drammaticità. Si deve tornare a investire nella ricerca, perché l’innovazione tecnologica porta esternalità positive in tutte i settori dell’economia”. Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio, sottolinea che “la performance delle regioni nella gestione della pandemia e stata molto disomogenea, lo testimonia la variabilità del numero dei contagi, del numero dei decessi e delle persone che hanno dovuto far ricorso alle terapie intensive. Quando questa esperienza sarà finita, si dovranno analizzare i motivi di queste differenze”. E conclude: “Un monito per il futuro è che l’emergenza sanitaria ha messo in contrapposizione gli scienziati con i politici, questo ha limitato l’efficacia delle azioni di contrasto alla pandemia influendo sui comportamenti dei cittadini che molto spesso non si sono mostrati collaborativi con le misure suggerite dagli esperti, contribuendo a una maggiore diffusione del virus”.

La speranza è ora riposta nella campagna vaccinale, che ha scontato ritardi dovuti alla disponibilità delle dosi dei vaccini ma ha anche già dimostrato l’efficacia della copertura. Al 7 giugno 2021 sono state somministrate oltre 38 milioni di dosi di vaccino, 13 milioni di persone vaccinate, delle quali il 21% ha completato il ciclo vaccinale. Complessivamente, sono state buone le performance regionali rispetto alla percentuali di somministrazione dei vaccini in relazione alle dosi disponibili: quasi il 91% a livello nazionale, Umbria, Lombardia e Marche con il 93% sono la regioni più virtuose; Sardegna (84%), PA di Trento, Lazio e Valle d’Aosta (88%) quelle con la quota più bassa.

Osservasalute 2020 è un rapporto particolarmente dettagliato di 561 pagine ed è frutto del lavoro di 242 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università, Agenzie regionali e provinciali di sanità, Assessorati regionali e provinciali, Aziende ospedaliere e Aziende sanitarie, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco, Istat.