Se lo chiamate “lavoro” non avete capito cosa è Foodora (né la sharing economy)

Foodora è diventato un caso mediatico. Ma ci sono degli errori di fondo, voluti o meno, su come si sta trattando la questione. E no, non c’entra nulla la sharing economy né il digitale ma l’idea di un lavoro che Foodora non è

Chi in questi giorni ha avuto la possibilità di incrociare i manager di Foodora nella sede di Torino racconta che hanno l’aria visibilmente tesa. Ieri l’ultimo sit-in dei riders, i collaboratori della startup. Oggi un altro. Altri ce ne saranno. Si va avanti così. Da parte dei “capi” finora non è trapelato nemmeno un commento. E possiamo capire perché. Sono circondati dalle proteste e da giornalisti che raccolgono voci di dipendenti arrabbiati.

Un copione classico, che piace a giornali e tv. Si è alimentato così un caso diventato mediatico e che avrà altri capitoli: La Gabbia stasera (mercoledì 12 ottobre) su La7, domani probabilmente nella seconda serata di Petrolio su Rai1. Chissà cosa altro poi. Ma è un caso che secondo noi si sta costruendo su una distorsione radicale del concetto di “lavoro” applicato a questo genere di economia.

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1. L’errore di chiamarla sharing economy

La chiamano sharing economy. E sharing economy Foodora non è. Meglio sarebbe chiamarla col suo vero nome: gig economy, o “economia dei lavoretti” (qui Simone Cicero spiega bene cosa è). Perché di questo stiamo parlando. Lavoretti fatti per arrotondare. Come se ne sono fatti sempre e che continueranno a essere svolti come prima. Solo in modo un po’ diverso.

Un po’ più smart, forse. E forse un po’ più finto. Ma sempre a cottimo. Come la pizzeria non ti dava contratti decenti e paghe orarie 10 anni fa, non te li daranno Foodora, Deliveroo o Just Eat. Ci puoi fare uno stipendio vero con un lavoretto? No. Ora come allora.

2. L’abbaglio di considerare un “lavoretto” un lavoro vero

Difficile non pensare che la crisi occupazionale giovanile diffusa in Italia abbia portato alcuni ragazzi a sperare che questi lavori potessero diventare un lavoro. Se non uno stipendio, quasi. Ma non sono nati per quello. Li abbiamo sentiti. Letti. Molti di loro sono laureandi o neo laureati in attesa di prima occupazione. Alcuni hanno 35, 40 anni.

Leggi anche: Dipendere da un algoritmo.
Cosa ci dice il caso Foodora sul futuro del nostro lavoro

Si impegnano, percorrono chilometri, aspettano speranzosi una chiamata per guadagnare qualche decina di euro. Vedersi diminuito il compenso da 5 a 2,70 euro a chiamata li ha delusi. Ne è nata una protesta. Legittima. Non si sono limitati a dire: «beh, di questo lavoretto alla fine possiamo farne a meno, me ne cerco un altro». Ma hanno chiesto migliori condizioni di lavoro, perché forse un altro lavoretto come quello che offre Foodora al momento manco c’è.

Ecco. E’ il grande fraintendimento del “lavoretto” nell’epoca della crisi. E l’altro grande fraintendimento dell’altro soggetto sul banco degli imputati: la digital economy. Che il lavoro lo crea davvero. Ma di qualità, non (solo) lavoretti per una società di food delivery. Questo è un abbaglio madornale.

Perché, a guardarli da vicino, sono gli stessi lavoretti che prima si cercavano affiggendo annunci sui lampioni e alle edicole sotto casa. Ma ora passano da piattaforme che offrono a chiunque la possibilità di proporsi per svolgere un pezzetto di un disegno più ampio. Moltiplicando le occasioni (le offerte).

Ma azzerando via via le garanzie. Tuttavia è anche vero che quelle garanzie non c’erano neanche prima. Forse è cambiata l’età di chi li fa. Prima erano lavoretti per adolescenti o al più universitari ai primi corsi. Adesso li richiedono i trentenni. Molti ultratrentenni. Ed è il vero problema.

3. La distorsione di una narrazione del lavoro sbagliata

La grande responsabilità di chi ha lanciato queste piattaforme è stata quella di spacciarle per aggregatrici di spare time jobs. E  di costruire una narrazione che ha condotto i ragazzi a non considerarli per quello che sono: lavori da tempo libero. E quindi a puntarci più di quanto fosse lecito e forse sensato farlo.

Hanno travestito il ragazzo della pizza trasformandolo in rider ma non è cambiato nulla nel servizio. Né è possibile pensare che possa cambiare più di tanto.

4. L’errore di Foodora nel non dare alcuna garanzia

Chiariamoci: questo non significa che Foodora o qualsiasi altra società possa comportarsi come molti fattorini dicono abbia fatto in questi mesi e soprattutto negli ultimi giorni – aspettando sempre la versione dell’azienda. Non esiste. Ma come non potrebbe esistere in qualsiasi altro ambito: il lavoro si rispetta e si retribuisce con dignità. Quale esso sia.

Leggi anche: «Io, libraio, rider per Foodora a 34 anni. Guadagno 50 centesimi ogni chilometro»

Il triplo carpiato per cui ti vendo una piattaforma dove fare dei lavoretti – ma intanto premio e valorizzo chi è più veloce, più rapido, più efficiente, fino a eliminare la retribuzione oraria per scatenare una gara alle consegne – e col tempo ti convinco a farlo diventare un lavoro vero e alla fine, quando mi chiedi la minima garanzia, torni alla versione iniziale, non è accettabile.

5. Una soluzione possibile: ascoltare le richieste

Per come si è evoluta finora crediamo una soluzione ci possa essere: dare ai fattorini un compenso orario e un rimborso mensile per le spese di manutenzione del mezzo e per il piano dati del telefono. Quello che chiedono. La ragione è semplice: l’attesa degli ordini da consegnare, quel vuoto che molti servizi stanno raccontando in questi giorni, non possono pagarla i lavoratori sotto forma di tempo.

L’azienda sta acquistando da loro anche la finestra oraria in cui si mettono a disposizione, non solo la corsa scatenata verso la pizzeria e poi al domicilio dell’acquirente.

6. Parlare di “elementi di subordinazione” è fuorviante

Tuttavia chi parla di presenza di elementi di subordinazione sbaglia. Sì, l’azienda “impartisce ordini, impone una divisa, monitora la prestazione, valuta la performance, premia i migliori, rimprovera gli inefficienti, chiude gli account” come si legge su Linkiesta.

Dimenticando che se un fattorino vuole, spegne tutto e arrivederci. In quel senso è autonomo: se lavora deve rispettare delle regole ma nessuno lo obbliga a lavorare. E certo questo non è un quadro tipico del rapporto di dipendenza.

7. Il caso Foodora fa emergere il problema vero del lavoro

La gig economy, lo ripetiamo, non ha inventato nulla: ha dato un altro nome al ginepraio di servizi di bassa o media qualifica, moltiplicando le possibilità e navigando sul crinale della legalità non più di quanto si facesse in precedenza, a quei mestieri su cui nessuno poteva pensare di costruirsi una vita vent’anni fa come oggi.

Certo in un Paese in cui capita che anche il tradizionale lavoro dipendente venga retribuito a voucher la faccenda è lontana dallo sciogliersi. Il punto è sempre lì: è il concetto di lavoro che in Italia è spesso frainteso. Il caso Foodora è solo l’ultimo di una serie di distorsioni. Farà una certa impressione (anche qui, mediatica) vedere il primo sciopero dei millennials, scoprire che è una generazione che sa anche protestare, reclamare i propri diritti. Ma anche questo è più clamore mediatico che altro.

Il problema non è che tipo di lavoro offre Foodora. Ma che chi protesta pensa che non ci siano alternative al lavorare da “dipendenti” per Foodora.

Arcangelo Rociola
Simone Cosimi

53 Commenti a “Se lo chiamate “lavoro” non avete capito cosa è Foodora (né la sharing economy)”

  1. Cletus VanDamme

    Hanno inventato l’acqua calda…. i facchini sottopagati…. e la gente si presta pure a certe boiate…. imparate che la vita non è un conto economico !!! vi meritate l’infelicità

  2. Carlo Vaghi

    “Lavoretti fatti per arrotondare. Come se ne sono fatti sempre e che continueranno a essere svolti come prima. Solo in modo un po’ diverso.Un po’ più smart. ”
    Condivido il contenuto dell’articolo, ma frasi come queste non sono smart, ma nostalgiche della Milano da bere…

  3. peter

    anni fa ero un giovane neopatentato e per 3 anni ho portato pizza a domicilio per una famosa catena ormai defunta (Tipico). Avevamo 10 consegne garantite, quindi anche se ne facevamo 1 ce ne pagavano 10 e più ne facevamo, più la singola consegna era pagata. Stipendio in assegno e, udite udite, addirittura i contributi! ERa un “lavoretto” sì, ma fatto a regola d’arte. Invece questi imprenditori de’ noantri sono sempre più simili a quanto racconta la pagina FB “La startup di m***a”

  4. Vincenzo Mannello

    …arrampicate sugli specchi per spingere sempre più in basso la retribuzione (??) di chi lavora,annientandone (per la necessità) anche la dignità di sapersi opporre😐

  5. Azrub

    Vi assicuro che la concorrenza (e non lavoro per deliveroo e just eat ma un’altra azienda milanese) offre contratti buoni, con tanto di contributi e imposte varie. Io riesco tranquillamente da mesi ad aiutare la mia famiglia in gravi difficoltà economiche, mi sono preso nel tempo un portatile i5, un s7 edge, una bici sportiva e un tatuaggio da 1600 euro e nonostante tutte queste spese mi sto mettendo via parecchi soldi per costruirmi un futuro, quindi no, è un lavoro vero e proprio questo! Chiaro che mi faccio un culo enorme, ma la nostra paga è più del doppio di quella di foodora; la verità è che loro si vogliono tenere tutti i soldi! Infatti molti loro ex corrieri hanno incominciato a lavorare per noi. Buona giornata.

  6. Slumber86

    Dovresti dire il nome dell’azienda, almeno uno quando deve ordinare qualcosa può fare le sue valutazioni..

  7. Lucio Monocrom

    In questo paese, ma anche in altri (basta con la moda degli “italians”!), il concetto di lavoro è frainteso, è vero: non viene più considerato come un fattore produttivo ma come un passatempo, per cui si scrivono articoli come questo dove il lavoro non viene inserito nel processo produttivo ma diventa solo un modo di occupare il tempo durante la giornata. Come andare al bar o fare una corsetta al parco. Nessun riferimento su come le aziende innovative abbiano offerto principalmente modelli attraverso cui risparmiare sul lavoro utilizzando un mix di tecnologia e disperazione (da parte della manodopera) per liberare nuovi importanti luoghi del profitto.

  8. matteoplatone

    Scusa, questo articolo lo hai scritto per “lavoro” o per “lavoretto”?

  9. Il Fulge

    Su una testata fondata da Riccardo Luna non mi aspettavo di leggere altro.

  10. zakmck

    La nuova frontiera dello sfruttamento 2.0: dire ai lavoratori che pretendono dignità e rispetto per il lavoro che non sono lavoratori veri. Come se i profitti che fanno sulla loro pelle fossero i soldini che fanno i peanuts vendendo limonata.

  11. Massimo Infunti

    Dai questa frase è incredibile ” se lavora deve rispettare delle regole ma nessuno lo obbliga a
    lavorare. E certo questo non è un quadro tipico del rapporto di
    dipendenza.”.
    Nessuno ti obbliga mai a lavorare, se non ne hai bisogno.

    Ma non puoi fare la gara al ribasso delle condizioni di lavoro approfittando della fame delle persone!

    Sono passati 200 anni da quando funzionava così fuori dalle fabbriche: se vuoi lavorare ti presenti al mattino e noi scegliamo i più forti, per fare 18 ore senza condizioni di sicurezza e un tozzo di pane. Tanto fuori c’è la fila di morti di fame che aspetta…

    Questa è la jungla altro che sharing economy (leggetevi La Giungla, di Upton Sinclair).

    Chiaro che non mi aspetto assunzioni a tempo determinato full time, ma almeno un rispetto di condizioni minime, socialmente accettabili.

  12. arcamasilum

    Da quello che dicono non c’è un impegno di almento 20 ore, sei libero di farne quante ne vuoi. C’è chi non si dà disponibile per settimane. Quella è solo una domanda “indicativa”. Comunque abbiamo scritto che per noi l’azienda ha sbagliato a comunicare tipologia e lavoro offerto

  13. Azrub

    Ciao Slumber, non volevo metterlo all’inizio ma lo farò. Lavoro per Glovo, siamo in crescita e offriamo un servizio unico: andiamo a prendere qualsiasi cosa l’utente necessiti. Dal cibo al caricatore del cellulare, dal ritiro delle chiavi lasciate in ufficio a “commissioni regalo”; facciamo un po’ di tutto insomma, anche spese con ovvi limiti per quanto riguarda l’acqua (abbiamo bici apposta per il loro trasporto, ma se non sono in turno non è detto che riusciamo a portare tutte le bottiglie, dipende un po’ dalla saturazione e dal biker).
    L’azienda è seria e attenta a noi lavoratori, possiamo contare su un buon fisso orario e addirittura guadagnare di più se riusciamo a fare più consegne in un’ora; inoltre, cosa importante in giornate come questa, abbiamo il bonus pioggia, che ci permette di lavorare ancora più serenamente, per quanto possa essere tranquillo sfrecciare sotto un diluvio ahah.
    Per chi vuole provare il servizio abbiamo in esclusiva il re del sushi Poporoya e Pescaria direttamente da Polignano. Ciao!

  14. Slumber86

    Sicuramente se ne avrò bisogno ci farò un pensierino! Grazie mille!

  15. arcamasilum

    Perdonami ma forse l’hai un po’ fraintesa. 1) non è detto che abbassino i prezzi per sfruttare di più chi ne ha bisogno ma può darsi (come sospetto) che l’azienda sia in difficoltà. come molte di quelle che fanno food delivery, che si sta dimostrando un business alla lunga poco sostenibile. 2) se continui a chiamarla sharing economy dopo aver letto l’articolo mi assumo la responsabilità di non aver spiegato bene che la sharing economy con sta storia non c’entra niente.
    Grazie per i consigli di lettura

  16. Azrub

    Ricordo che il rischio d’impresa non deve essere a carico del lavoratore ma dell’imprenditore!

  17. arcamasilum

    Non credo sia così. Stai applicando le categorie dei modi di produzione ad una versione a la page dello speedy pizza. Se come intendo hai un minimo di infarinatura marxiana, sai che il ragionamento non può reggere. Non è la marcia dei 40mila. E per piacere, non venire a dire a me che intendo il lavoro come un passatempo, me ne fotto dello zeithgeist

  18. arcamasilum

    Quando c’era la Milano da bere non ero nemmeno nato. E nemmeno Simone credo, che è l’autore di quel passaggio in particolare

  19. arcamasilum

    boh a capire perché non sarebbe male. però fa niente, grazie per condividere il contenuto generale

  20. matteoplatone

    Momento, fammi capire sennò poi non ci intendiamo ed è un casino: lavoro, o lavoro smart?

  21. Azrub

    Leggo molti paroloni nell’articolo, risulta così difficile comprendere il messaggio scritto sopra? IL TIPO DI LAVORO CHE OFFRE FOODORA È UN PROBLEMA, e lo dico da corriere non-schiavo.

  22. Arcangelo Rociola

    lavoro, non saprei cosa è un lavoro smart (se ti riferisci al passaggio del pezzo, con smart non ci riferiva al lavoro ma al modo in cui è organizzato tramite app etc..)

  23. Arcangelo Rociola

    Al netto dei paroloni, non lo vedo molto diverso da quello che ho scritto. Ma giro la tua frase in: se siamo portati a pensare che quello sia una prima occupazione abbiamo un grosso problema. Per la serie di motivi elencati su

  24. matteoplatone

    Perché private? Allora le condizioni dei lavoratori di Foodora di cui scrivi sono private?
    Vabbè se tipo lavori da casa e ti scoccia dirlo capisco, anche se non mi sembra ‘sto dramma, il lavoro in da house è molto diffuso.

  25. Damiano Ramazzotti

    Mi spiegate cosa vuol dire: “ci puoi fare uno stipendio vero con un lavoretto?”

    O un lavoro paga talmente poco da non ripagare il tempo investito, ed in tal caso è uno stage, volontariato o simile con un obiettivo formativo.
    O ripaga il tempo investito, ma è fortemente saltuario, ed è in tal caso afferente alla “gig economy”.

    La caratteristica di “gig economy” non è il fatto che non paga abbastanza, ma solo che è estremamente flessibile e permette un guadagno giusto proporzionalmente al tempo allocato.

    La ragione per cui una persona non può fare il/la babysitter a vita non è il fatto che non paga abbastanza, ma semplicemente che per sua natura (tempi e orari tipici di una famiglia) non può essere un lavoro full time.

    Se per potersi dedicare ad un lavoro “saltuario” è necessario dedicare una quantità di tempo estesa per attendere la consegna, che complessivamente non è in grado di ripagare il tempo investito, non si tratta di aver “confuso” uno lavoretto per un lavoro, o non capito cosa è la “gig economy”: semplicemente è un lavoro insostenibile.

  26. Azrub

    Sì, il corriere può essere benissimo una prima occupazione, ti garantisco che guadagno molto più io come corriere (non esco manco il sabato sera per lavorare) che la maggior parte dei miei amici che fanno un “lavoro normale” come penso lo definiresti tu e, da un po’ di tempo, pago tante di quelle tasse e contributi che loro non immaginano neanche lavorando la maggior parte in nero.
    Il problema è che Foodora vuole tenersi tutto il profitto e, ripeto, il rischio d’impresa non può e non deve essere a carico del lavoratore.
    Vorrei vedere te a farti magari 40+ km al giorno per guadagnare una paga misera.

  27. Roberto Randolfi

    le aziende, crescendo, dovrebbero creare senso di appartenenza e progressione insieme a coloro che rendono possibile il loro successo. arrivare in cima e ‘sganciare’ il peso morto dei collaboratori, forti di condizioni generali/ambientali per le quali ci sono poche alternative, mette in evidenza la cecità di certi imprenditori

  28. gattonero

    Questo articolo è imbarazzante. Ho dovuto iniziare a leggerlo due volte, per riuscire a finirlo.

    Ora, il mio può sembrare un commento da hater qualsiasi e per carità, vi capisco. Ma è imbarazzante davvero, a partire dalla tesi che porta avanti (“il problema è chi lavora e si lamenta”) proseguendo per le motivazioni con cui giustifica la sua tesi.

    A parte che “lavoretto” tu’ sorella.

  29. Sheila90

    Imbarazzante e’ davvero troppo generoso…. cio’ che mi ha colpito e’ l’inconsapevolezza con cui l’autore consegna messaggi ai lettori…. inconsapevole portabandiera dei modelli economici sottesi a queste piattaforme da gig-economy… Poveri noi. Ce ne sono a MIGLIAIA come lui, e questo e’ un reale disastro. Come giustamente osservi, la tesi “il problema è chi lavora e si lamenta” e’ veramente…………insulsa! Scimunita! (la tesi). Non e’ supportata d argomentazioni, ma solo giustificata dalla (personale) convinzione che un qualcosa (un modello economico) funzioni meglio di qualcos’altro./

  30. Arcangelo Rociola

    Non hai capito la tesi, non preoccuparti di essere uno qualsiasi. Non è un male per uno qualsiasi non saper interpretare quello che si legge. Siete tantissimi

  31. Arcangelo Rociola

    Damiano non sono sicuro di aver capito il tuo punto. Però cerco di risponderti per quello che mi compete in un pezzo scritto a 4 mani.

    1) non abbiamo mai detto che la caratteristica della GE è di non pagare abbastanza

    2) credo che nessuno faccia la baby sitter a vita perché è un tipico lavoro(etto) per arrotondare, più frequente in certe fasce d’eta che in altre. Stessa cosa per il lavoro in questione

    3) Arrivo a risponderti, e sono d’accordo con te. Almeno in parte. Io non sono contrario alla protesta. Simone men che meno. Fanno bene se, come dicono, l’azienda gli ha fatto credere di poterci guadagnare bei soldi a fine mese per poi rimagiarsi tutto a fronte di un conto economico che come pare li ha penalizzati tantissimo nell’ultimo anno. Abbiamo detto che si è fatto intendere altro rispetto a quello che era o poteva essere. Non è un caso che i collaboratori oltre alle tutele chiedono una cosa fondamentale: che siano meno, che lavorino di più. E questo crea il fraintendimento lavoro/lavoretto, a nostro avviso. Poi si può essere d’accordo o meno ma tant’è

  32. Arcangelo Rociola

    Non sosteniamo nessun modello economico e personalmente credo sia insostenibile in sé quindi forse hai frainteso il punto

  33. Sheila90

    che cosa mi dici del “il problema è chi lavora e si lamenta”?
    Oppure: “lavori da tempo libero”? Chiedi ai nonni del tuo paese quanti lavori facevano nel loro tempo libero, forse conosci gia’ la risposta.
    Per non parlare del: “nessuno lo obbliga a lavorare” 🙂 Chi e’ il destinatario di tale affermazione? Il nobile dantan landlord? Il quale poteva/puo’ scegliere? La gente ha necessita’ di lavorare per sopravvivere (soprattutto in periodo di crisi). Beninteso, nel tuo pezzo e’ presente anche il contrario di tali affermazioni, sparse qua e la’, quindi non dico che sostieni apertamente una fazione. Non lo fai, nel pezzo sono presenti piu’ punti di vista (il che genera anche confusione). Cio’ che e’ scioccante e’ la leggerezza con cui superi tranquillamente alcuni pilastri della morale, del diritto. Prendi per vere e giuste alcune “assumptions” del nuovo modello, in questo senso lo sostieni. Inconsapevole portabandiera.

  34. Arcangelo Rociola

    Mi dici se trovi quella frase nel testo? Quella frase me l’ha attribuita il tizio qua su. Mai scritta ne sostenuto tesi del genere in vita mia. È questo la dice lunga sulla confusione che si genera mischiando articoli e commenti. La chiudo qui perché sta diventando piuttosto mortificante rispondere

  35. Sheila90

    Il tizio “qua su” ha parafrasato l’ultima frase del tuo pezzo, la quale sintetizza, in maniera appropriata, parte di quanto sopra presentato. “Il problema e’ chi protesta”. (va da se’ che: chi protesta e’ chi lavora……. sono lo stesso soggetto!) Capisco il tuo disappunto, non hai contro argomenti alle domande che ho posto, e puoi solo replicare “chiudendola qua” :). Niente di personale cmq. La tua visione e’ condivisa da numerose persone, e come minimo la rispetto, anche se penso sia in buona parte sbagliata. ciao

  36. gattonero

    Mi piacerebbe non aver capito la tesi, ma purtroppo so leggere l’italiano. Basta partire dal titolo, “Se lo chiamate lavoro non avete capito cosa è Foodora”, che è appunto un j’accuse contro chi “lavora per Foodora” – cosa che secondo te e Cosimi non esiste perché wooooo qui parliamo di “lavoretti da tempo libero” (un ragionamento che solo dei ricchi possono fare: che background economico-familiare hai, a proposito?) – e si lamenta non capendo che HEI RAGA NON È *DAVVERO* UN LAVORO.

    Come dicevo, è una tesi imbarazzante. Che poi tu e Cosimi vi siate trovati costretti a sottolineare che “è una protesta legittima” più volte è solo dimostrazione del fatto che avete proprio scritto una cosa sbagliata, e ora vi tocca un po’ abbozzare.

    Quello che avete fatto NON è stato “spiegare la Gig Economy”, perché l’italiano è una lingua meravigliosa e rivela più di quanto qualcuno dica di voler dire: “L’abbaglio”, “L’errore”, “La distorsione”, “fuorviante”, “lavoro vero”. Questo non è spiegare, ma è prendere una posizione morale. Basata per altro su una non conoscenza – ignoranza? – del mondo del lavoro, come quando dite che non esistono posizioni subordinate perché “il fattorino può chiudere tutto e andarsene”, già, sulla carta, e poi come si paga le sue cose? È il classico modo di pensare di chi non ha bisogno di lavorare ma lo fa per divertimento, con il posteriore parato da famiglia o da un buon conto in banca.

    E mi spiace che ti sia offeso per il “tu’ sorella”: purtroppo a voler fare gli smart nel linguaggio, può capitare che qualcuno usi un altro slang. Che per altro non ha nulla di offensivo, ma è più facile puntare il dito su quello, che su tutto il resto del problema.

  37. Walter Wolly Web

    Ok StartupItalia, la marchetta a favore di Rocket Internet la posso anche capire…sono grossi hanno i soldi e fanno il bello e il cattivo tempo e quindi ci sta….
    Ma pensare che una società come Foodora che ha ricevuto DECINE di milioni di euro di finanziamento basi il suo INTERO business model e la sua sostenibilità su “lavoretti” pagati 3Euro, non è fare marchetta per Foodora ma è prendere per i fondelli chi vi legge…

  38. Damiano Ramazzotti

    Arcangelo quello con cui non concordo è proprio il concetto di “lavoretto” opposto al lavoro.
    Se un lavoro non paga abbastanza anche se uno lo fa full time non vale la pena farlo a meno che non vi è un elemento di apprendimento.
    Questo vale a 15 come a 35 anni.

  39. Rossano Ferrazzano

    La differenza fra “lavoro” e “lavoretto” in un mondo normale è una sola.

    Il “lavoretto” lo richiede un’azienda che non ha abbastanza lavoro di un certo tipo da svolgere per impegnare a tempo pieno un numero costante di persone, anche piuttosto piccolo. La pizzeria dell’angolo ti dà il “lavoretto” di consegnare le pizze nel vicinato che serve perché in un giorno medio di lavoro può impiegare una persona per al massimo un paio d’ore. Quindi offre un “lavoretto”. Ma se già non è la pizzeria all’angolo ed è invece una micro-catena cittadina di tre-quattro pizzerie specializzate nell’asporto e nella consegna a domicilio, di lavoro ne ha per almeno una persone a tempo pieno tutti i giorni, magari anche due. Da qui in poi non è giustificato accettare che si vada avanti a “lavoretti”, perché l’azienda ha necessità di lavoro a tempo pieno, quindi dà posti di lavoro regolari, utilizzando le tipologie di contratto (STABILE, cioè contratti DI LAVORO e non “contratti di lavoretto”), che è normale e giusto che siano disponibili per evitare che un’azienda si trovi a dover rinunciare ad un dipendente quando invece ne avrebbe bisogno.

    Foodora non ha abbastanza lavoro per poter impiegare a tempo pieno non dico un dipendente, ma almeno dieci? Io credo di no. Dunque se non assume almeno dieci persone con un contratto di lavoro, e tiene al più i “contratti di lavoretto” solo per gestire i picchi di attività o le zone dove il lavoro langue, non è questione che la sua attività di consegna cibo a domicilio è intrinsecamente “da lavoretto”. E’ che Foodora sfrutta l’occasione offerta dall’alta disoccupazione strutturale imposta dalle politiche europee e la deregolamentazione del mercato del lavoro imposta -ma strano eh! guarda a volte le coincidenze…- dalle politiche europee per trattare come cottimisti a chiamata di metà ottocento gli ingegneri quarantenni disoccupati italiani. Quelli che come da copione abbassano gli stipendi diecimila e passa euro sotto il livello dei colleghi tedeschi agli ingegneri italiani, di cui poi il governo si fa vanto sulle brochure rivolte agli investitori esteri. Quelli che vengono a investire in Italia per poi fare contratti da schiavi come Amazon, e stabiliscono i nuovi standard del lavoro in Italia, invitati esplicitamente a farlo dal Governo, servo obbediente dell’Unione Europea, serva obbediente delle lobby a traino americano.

    I Foodora d’Italia annusano l’aria e provano a diventare anche loro capitalisti del nuovo millennio, cioè capitalisti di stampo ottocentesco. Fuori dall’app la mattina, e io speriamo che me la pedalo. Un paese degno del nome di civile queste cose le vieta per legge, come erano vietate fino a trent’anni fa. L’Italia se non vuole diventare la prossima Romania DEVE tornare a VIETARE PER LEGGE la possibilità di lavorare in questa maniera.

  40. Arcangelo Rociola

    Su questo però siamo d’accordo. Guarda Damiano, credo che la gig sia nata come lavoretto da ritagli di tempo. La crisi occupazionale ha fatto diventare questi lavoretti quello che non possono essere, cioè un sostituto di un lavoro dipendente. Perché spesso era l’unica cosa che c’era in giro. Ho ascoltato molti servizi in TV dopo questo articolo, e molti riders e sindacalisti hanno detto lo stesso concetto alle telecamere, nei Social. Non credo affatto che lo abbiano letto da noi, ovvio, però in questo caso sono ancora più convinto che sia proprio questo il punto. Purtroppo. Per il resto sono d’accordo con te, ogni tipologia di lavoro ha bisogno di una giusta paga. Dignitosa. No dubbi su questo.

  41. Ryoga007

    Il punto, secondo me, è che certe questioni vanno lasciate alla contrattazione tra le parti.
    Io posso essere d’accordo che la proposta di Foodora non sia accettabile, ma è più che sufficiente la protesta dei fattorini e il blocco del servizio per fare pressione all’azienda.
    Troveranno un accordo o si chiuderanno i battenti.

    Ma vediamo di capire che queste cose succedono in un’economia in decomposizione, il problema non è Foodora ma la mancanza di alternative per chi non ha specialità vendibili.

  42. Ryoga007

    Il mercato risolve queste situazioni togliendo professionalità a Foodora verso la concorrenza che paga di più.

  43. Ryoga007

    Imbarazzante. Il problema dell’Italia è che il tessuto produttivo è marcito e ci sono troppo pochi lavori ad alto valore aggiunto che possono essere pagato bene.
    Certa gente pensa davvero che il lavoro si crei per decreto.

  44. Rossano Ferrazzano

    Ryoga secondo lei le leggi sono ininfluenti sulle dinamiche occupazionali? Secondo lei non ci sono leggi che favoriscono l’occupazione e altre che la contrastano? Politiche che determinano un aumento della domanda aggregata e altre che la distruggono?

  45. Rossano Ferrazzano

    Consegnare prodotti a domicilio è un’attività economica come le altre. La stabilità del rapporto di lavoro non dipende dal tipo di attività svolta, ma dalle dimensioni dell’azienda per cui si lavora, che avendo un certo giro d’affari può utilizzare stabilmente un certo numero di persone.

    Se Mc Donald’s aprisse un servizio di consegna a domicilio potrebbe assumere tutti i corrieri del caso con rapporti di lavoro stabili. Invece assume con rapporti di lavoro sempre più precari anche le persone che lavorano dentro i punti vendita.

    Si può indorare la pillola quanto lo si vuole, ognuno fa il suo lavoro o “lavoretto” a seconda delle opportunità del caso, ma aspettarsi che tutti se la ingollino senza rendersi conto di quale sia l’ingrediente principale non è rispettoso dell’intelligenza altrui.

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Chi sono i rider di Foodora? Abbiamo parlato con uno di loro. Ci ha raccontato la sua storia. Il suo lavoro. Le difficoltà, e quel bisogno di arrotondare che diventa un lavoro vero

Le 6 startup finaliste di .itCup Registro 2017

Dalle 110 candidature arrivate per la sesta edizione della .itCup organizzata dal Registro.it sono stati selezionati i progetti innovativi che parteciperanno alla .itCup School a Pisa. E che il 26 ottobre saranno in finale a Roma

McDonald’s firma una linea di abbigliamento e la consegna a casa con UberEats

La famosa catena di fast food ha pensato per il 26 luglio a una campagna per celebrare il Global Delivery Day: in quella data chi ordinerà con UberEats si verà recapitare a casa un articolo con riferimento al marchio del Big Mac

Negli Stati Uniti arriva il primo avvocato-robot al mondo. Ed è gratuito

Il robot, che si chiama DoNotPay, in realtà è un’intelligenza artificiale in forma di chatbot e offre consulenza gratuita a chi non può permettersi un legale in carne e ossa. Nei due anni di sperimentazione ha contestato 375mila multe per il parcheggio

I vincitori della prima edizione: “Siamo cresciuti grazie a Start To Be Circular”

Grazie alla call di Fondazione Bracco la startup Orthoponics ha acquisito le giuste competenze per conquistare il mercato. Scadenza il 3 di novembre. In palio un premio del valore di 10.000 euro e l’ingresso nell’incubatore SpeedMiUp

Botnet, Microsoft combatte Fancy Bear in tribunale

Per fronteggiare l’offensiva cibernetica che si presume giunga dalla Russia, a Redmond hanno scelto un’arma non convenzionale. I cyber-criminali sono colpiti a suon di carte bollate, e la loro botnet smantellata in tribunale