Dipendere da un algoritmo. Cosa ci dice il caso Foodora sul futuro del nostro lavoro

La "gig economy", l'economia dei lavoretti, ha creato un modello nel quale i lavoratori non possono essere considerati dipendenti. E le aziende, su questo, si giocano tutto

Lo scorso 26 agosto, a Londra, è scoppiata una rivolta sindacale animata da lavoratori gig, cioè persone che fanno “lavoretti” attraverso una piattaforma tecnologica che li abilita a guadagnare (poco) con prestazioni temporanee. A scendere in piazza erano i lavoratori di UberEats, la divisione di Uber che consegna piatti di ristoranti a domicilio.

Foodora

Venerdì 7 ottobre, a Torino, c’è stata un’altra protesta: questa volta ad alzare i cartelli sono stati i fattorini della startup Foodora, che hanno protestato contro i bassi compensi offerti dalla piattaforma. In entrambi i casi i lavoratori sono scesi in piazza pur non essendo, di fatto, dipendenti dall’azienda. La cosiddetta “economia dei lavoretti” o “gig economy” non crea lavoratori dipendenti ma lavoratori saltuari, che non vengono assunti né selezionati da nessuno, e che vengono gestiti, semplicemente, da una tecnologia, da un algoritmo. Nessuno li forma, nessuno li sorveglia, e di conseguenza non esiste nessuno col quale si possa contrattare il salario. Il punto è questo: di fatto, i lavoratori che protestano non sono i dipendenti delle loro piattaforme. Le quali, pertanto, hanno totale libertà di cambiare le regole.

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Cosa sappiamo del caso Foodora

Cos’è il management algoritmico

Foodora non si può far rientrare sotto il “cappello” della sharing economy, perché di fatto il lavoro consiste in una prestazione occasionale e non nella monetizzazione di un bene, come avviene con Uber o Airbnb. “Non ha molto senso parlare di sharing economy – ha detto a Stratupitalia.eu Simone Cicero, consulente aziendale nel settore delle startup e innovazione – questi nuovi modelli lavorativi vengono definiti in vari modi, ma in realtà sono solo delle tecnologie che abilitano tipi di consumi diversi da quelli tradizionali. Il punto è che queste piattaforme invece di far leva su dipendenti fanno leva su una app. E’ un modo diverso di organizzare il lavoro, in tutti i campi”. Il Financial Times l’ha definito “management algoritmico” e il settore della ristorazione è quello che si presta meglio a questo modello di lavoro. Tutto sta nella mancanza di coordinazione del lavoro da parte di un capo riconosciuto: “Se tu non coordini delle persone, di fatto non le gestisci, e quindi non hai dipendenti. Su questo punto c’è un buco da un punto di vista legislativo” continua Cicero. Il dibattito, dunque verte sul tracciare la linea tra chi fa un lavoro “coordinato” e chi lavora – o lavorerebbe – da “libero professionista”.

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Un modello senza leggi

L’algoritmo diventa di fatto un’estensione dell’azienda, ma non ci sono leggi che regolano il lavoro di chi è dipendente da un algoritmo.

Le piattaforme si giocano tutto su questo: “Visto che l’azienda non si occupa delle persone, non fa turni, formazione, previdenza, i riders non vengono riconosciuti dal legislatore come dipendenti. Le piattaforme usano la mancanza di leggi come scappatoia per avere tipologie di contratti molto meno onerose: pagare una persona a consegna è molto più conveniente rispetto all’avere un dipendente”.

Di solito la situazione che si viene a creare è questa: agli inizi le piattaforme hanno la necessità di reclutare quanti più fattorini e corrieri possibile, e pertanto offrono loro ottimi compensi, basando i loro guadagni sui consumatori. Quando il servizio diventa abbastanza stabile, invertono il modello di business: diminuiscono il costo del servizio per chi acquista e recuperano i guadagni a scapito dei lavoratori, che si vedono tagliare il compenso da un giorno all’altro.

Coloro che avevano lasciato il proprio posto di lavoro per fare delle prestazioni “gig” il loro impiego a tempo pieno (che all’inizio era sufficiente per vivere), ora si ritrovano o con guadagni bassissimi o nella condizione di dover lavorare il triplo per avere lo stesso stipendio di prima.

gig

Sbarcare il lunario con l’economia gig

Proprio all’inizio di ottobre l’Institute for the future ha pubblicato il report “Voices of Workable Futures: People Transforming Work in the Platform Economy” che analizza la gig economy attraverso 30 interviste a gig workers, scelti tra diversi tipi di lavoro e provenienza. Il report ha identificato 7 “archetipi” di lavoratori.

C’è chi lo fa per scelta, come i freelance e i consulenti che vendono le proprie competenze online e scelgono un tipo di lavoro libero da posti fissi e orari prestabiliti. C’è chi lo fa perché ha perso il suo posto e vuole rientrare nel mondo del lavoro, chi perché è obbligato dal fatto di non avere altra scelta.

In definitiva questo tipo di economia si presenta come una specie di “rete di salvataggio” in tempi di crisi, quando non si riesce a sbarcare il lunario. Le piattaforme sono lì, quando uno ne ha bisogno. Il problema è che difficilmente questo tipo di modello è sostenibile sul lungo periodo.

La responsabilità dei consumatori

I riders di Foodora protestano contro Foodora, ma quello che dovrebbero fare, in realtà, è sensibilizzare i consumatori: “I responsabili di queste situazioni sono certamente le piattaforme ma in ultima analisi sono i consumatori, che pretendono prezzi troppo bassi per essere sostenibili” sostiene Cicero.

“Finché il legislatore non si adeguerà, occorrerà pensare a delle piattaforme nuove, più umane e trasparenti. La sfida oggi è competere sul mercato con modelli che non siano dannosi per i lavoratori”.

@carlottabalena