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Da Apple 200 milioni per piantare alberi. Ma sulle terre rare si cambierà mai?

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Da Apple 200 milioni per piantare alberi. Ma sulle terre rare si cambierà mai?

La filiera dell’industria tech ha una questione irrisolta: la violazione dei diritti dei lavoratori e lo sfruttamento di minori per estrarre minerali preziosi

La filiera dell’industria tech ha una questione irrisolta: la violazione dei diritti dei lavoratori e lo sfruttamento di minori per estrarre minerali preziosi

Apple ha annunciato il suo primo Restore Fund, un fondo da 200 milioni di dollari che attiverà un piano di riforestazione del pianeta. La società di Cupertino ha l’obiettivo di raggiungere la carbon neutrality entro il 2030: in buona sostanza, tutte le emissioni di anidride carbonica necessarie alle attività della multinazionale verranno controbilanciate con iniziative per abbattere un livello analogo di CO2. L’impegno delle grandi corporate a livello globale sui temi della sostenibilità e della transizione ecologica è un segnale positivo, ma restano ancora nodi irrisolti che coinvolgono direttamente le società tech, i cui prodotti sono spesso il frutto di una filiera poco trasparente, dove i diritti dei lavoratori vengono violati.

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Terre rare: indispensabili. Ma a quale costo?

Da oltre dieci anni le terre rare sono imprescindibili per la costruzione di device di uso quotidiano come gli smartphone. Grazie alle loro proprietà, infatti, hanno facilitato la miniaturizzazione dei componenti interni. Nella Repubblica Democratica del Congo, paese dove si trova l’80% del coltan estratto a livello globale, la violazione dei diritti dei minatori e lo sfruttamento del lavoro minorile pongono però quesiti etici al mondo dell’industria (e a noi consumatori). Se è vero che questi prodotti sono diventati indispensabili – nel 2020 sono stati venduti 1,37 miliardi di smartphone nel mondo – la questione terre rare non può più essere nascosta sotto il tappeto.

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Giornata Internazionale delle Foreste

Ad oggi non esistono ancora alternative alle terre rare in una società dove la tecnologia portatile è diffusa in maniera capillare e dove l’abitudine a cambiare ciclicamente device ha portato all’accumulo di montagne di spazzatura tech difficile da smaltire. Negli ultimi tempi è però aumentato il dibattito sulla cosiddetta obsolescenza programmata, che ha purtroppo abituato i consumatori al fatto che le performance degli smartphone (tra batteria e software) calino alla svelta.

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