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04Appena in 14 Paesi del mondo uomini e donne sono uguali davanti alla legge: lo dice il Rapporto della Banca Mondiale Women, Business and Law 2023, che ha misurato il grado di equità normativa in 190 economie del pianeta e come questa influenzi, Paese per Paese,  le opportunità economiche e le decisioni prese dalle donne nel corso della loro vita lavorativa. Lo studio è deliberatamente incentrato sull’aspetto economico, perché poggia sull’assunto che trattare alla pari uomini e donne sul piano legislativo dà forza all’economia e costruisce benessere diffuso: in particolare, l’equità tra i generi è ormai “una condizione necessaria per avere economie dinamiche e resilienti”, dichiara senza mezzi termini il Rapporto, che punta a sferzare i Governi ad abbattere ogni gap.

L’Italia fa bene, ma non benissimo

Sono dunque 14 le Nazioni che hanno realizzato un punteggio pieno: si tratta di Svezia, Danimarca, Belgio, Islanda, Irlanda, Francia, Lussemburgo, Lettonia, Grecia, Spagna, Portogallo, Canada. Grazie a una riforma che ha equiparato i congedi per i padri e per le madri che lavorano, Germania e Paesi Bassi hanno debuttato proprio quest’anno, accanto ai Paesi già leader, ai vertici della classifica, che accorpa le Nazioni che raggiungono il punteggio massimo, ovvero il valore di 100, suggello della piena parità normativa. L’Italia, con il suo 97,5 fa bene, ma deve ancora saturare il gap, al pari di Regno Unito, Finlandia, Estonia, Nuova Zelanda.

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Il Rapporto della Banca Mondiale radiografa minuziosamente i Paesi del mondo attraverso 35 indicatori in otto aree (matrimonio, genitorialità, occupazione, retribuzione, imprenditorialità, mobilità, patrimonio, pensione) e rappresenta ormai uno tra i termometri più sensibili dello stato di salute del pianeta sul piano di genere. Dunque, se sono appena 14 i Paesi a registrare la sostanziale parità, resta il clamoroso fatto che in ben 176 Paesi su 190 le donne in età da lavoro scontano una qualche discriminazione da parte di leggi e regolamenti, e in aree come Medioriente, Nord Africa e Africa Subsahariana affrontano disuguaglianze drammatiche, con leggi che non riescono a dare protezione contro la violenza, contro le lacune di mobilità, le restrizioni nel disporre del denaro. Cisgiordania e Gaza appaiono nello studio le peggiori, con un punteggio di 26,3, seguiti a ruota da Yemen, quindi Sudan e Qatar, entrambi a 29,4.

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L’equità spinge l’economia

«I Governi non possono più permettersi di escludere la metà della loro popolazione», ha detto Indermit Gill, Chief Economist del World Bank Group e Senior Vice President for Development Economics. «Negare pari diritti alle donne in gran parte del mondo non è solo ingiusto nei confronti delle donne: è un ostacolo alla capacità dei Paesi di promuovere uno sviluppo verde, resiliente e inclusivo». A dimostrare come le discriminazioni di genere danneggino l’intero sistema economico e sanarle rappresenti un eccezionale amplificatore, la Banca Mondiale ha calcolato che colmare il divario occupazionale che ora esiste tra i generi farebbe alzare il PIL pro-capite a lungo termine del 20% in media in tutti i Paesi. Non basta: diversi studi concordano sul fatto che se le donne avviassero nuove imprese o le ridimensionassero allo stesso ritmo degli uomini, si genererebbero guadagni economici globali di 5-6 trilioni di dollari.

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Recuperare subito il terreno perduto

98 Paesi hanno raggiunto o superato il valore di 80, quattro in più rispetto all’anno precedente, ma i progressi registrati si stanno facendo ogni anno più lenti. Nel corso del 2022, sono state portate avanti appena 34 innovazioni legislative mirate all’equità di genere, il numero più basso degli ultimi vent’anni: hanno riguardato l’obbligo di parità di retribuzione, l’aumento dei congedi pagati per i padri o per entrambi i genitori e, in generale, il contrasto a quanto frena l’occupazione femminile.

Ciò vuol dire che, a questo passo, serviranno altre 1550 riforme per raggiungere l’uguaglianza davanti alla legge, ovvero almeno cinquant’anni e che nella pratica, sul piano individuale, in molti Paesi una donna che inizia oggi a lavorare andrà in pensione prima di ottenere gli stessi diritti degli uomini.

Niente a che vedere con l’energia dei primi anni duemila, che hanno dato una sferzata all’uguaglianza normativa: tra il 2000 e il 2009, infatti, oltre 600 riforme hanno visto la luce, con un picco di 73 nuove leggi nel 2002 e nel 2008, ma bisogna ammettere che il mondo era poco più che agli albori della consapevolezza di genere, mancavano ovunque tessere basilari dell’equità e, dunque, costruirle era un processo in qualche modo rapido e spontaneo.

Anche il decennio 2009-2019 ha segnato conquiste significative: in 131 economie sono state varate leggi sulle molestie sessuali in ambiti professionali, che hanno protetto quasi due miliardi di donne rispetto agli anni precedenti.

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Obiettivi per il futuro

Globalmente, il punteggio medio registrato dalla Banca Mondiale è 77,1, il che significa che in media, nel mondo, le donne godono del 77% dei diritti che vengono riconosciuti per legge ai maschi: quasi 2 miliardi e mezzo di donne in età da lavoro vivono in economie che non garantiscono loro gli stessi diritti dei loro fratelli e mariti. Il Rapporto si chiude con un monito ai Governi  “Sebbene siano stati raggiunti negli ultimi anni grandi risultati, molto resta ancora da fare. Poiché la crescita economica globale sta rallentando, tutti i Paesi devono mobilitare la loro piena capacità produttiva per affrontare l’insieme delle crisi che li affliggono. Costruire riforme in modo da incoraggiare le donne a contribuire all’economia come dipendenti e imprenditrici creerà parità di condizioni e renderà l’economia più dinamica e resiliente di fronte agli shock”.