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Perché Renzi vuole farci pagare in contanti fino a 3mila euro

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Perché Renzi vuole farci pagare in contanti fino a 3mila euro

Il governo Renzi sta lavorando per alzare il tetto dei contanti a 3mila euro: ecco come. E perché non è in contrasto con la lotta all’evasione.

Il governo Renzi sta lavorando per alzare il tetto dei contanti a 3mila euro: ecco come. E perché non è in contrasto con la lotta all’evasione.

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Mentre il governo francese cerca metodi per ridurre i pagamenti in contanti, in Germania impazza il dibattito sul divieto di cash e in Danimarca se ne sta valutando l’abolizione dal 2016, in Italia si sta per tornare (di nuovo) indietro sul tetto di 1.000 euro imposto nel 2011 dall’allora governo Monti. Dopo che il premier Matteo Renzi aveva infatti annunciato lo scorso febbraio l’intenzione di portare a 3.000 euro la soglia dei pagamenti in contanti, il Governo ha fatto un altro passo avanti verso questa possibilità, facendo proprie alcune mozioni parlamentari (qui cosa sono) con cui l’esecutivo si impegna a rivedere le norme in vigore.

Ridurre i costi dei pagamenti 

Delle cinque approvate, la più netta sull’argomento è quella che ha come primo firmatario l’ex ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Maurizio Lupi. La mozione chiede al governo di valutare l’opportunità di rivedere “la disciplina vigente in tema di uso del contante, prevedendo un innalzamento della soglia limite dei 1.000 euro e ponendo l’Italia in linea con gli altri Stati europei”, ma anche di dare  rapida attuazione alle norme europee in cui si prevede di equiparare il costo dei mezzi di pagamento elettronici in Italia alla media degli altri Stati europei.

In effetti, tra i principali membri dell’Unione europea, undici Paesi (tra cui la Germania) non prevedono alcun limite all’uso del contante. La Francia e il Belgio hanno una soglia di 3.000 euro (ma il governo francese sta pensando di portarla a mille), la Spagna di 2.500 e la Grecia di 1.500. L’Italia e il Portogallo, invece, sono i più restrittivi.

15 milioni di italiani senza conto corrente

Nonostante questo limite, uno studio della Cgia di Mestre dello scorso febbraio, citato dalla mozione, ha dimostrato come l’ammontare di banconote in circolazione nel nostro Paese abbia comunque continuato a crescere. Nel 2014 la massa monetaria complessiva ha sfiorato i 164,5 miliardi di euro. Negli ultimi 7 anni di crisi l’incremento percentuale è stato del 30,4% . Un utilizzo così esteso del cash deriva anche dal fatto che in Italia ci sono quasi 15 milioni di unbanked (dati 2013), persone che non hanno un conto corrente presso una banca e che, di conseguenza, non utilizzano alcuna forma di pagamento tracciabile, come la carta di credito, il bancomat o il libretto degli assegni. Anche l’Istat ha segnalato che il mezzo di pagamento più diffuso tra le famiglie italiane è ancora il denaro contante, soprattutto nel caso degli anziani, single (95,9%) o in coppia (92,8%).

Ogni anno evasi 120 miliardi di euro 

E sempre secondo i dati della Cgia di Mestre, nonostante l’Italia abbia il limite all’utilizzo del contante più basso d’Europa, l’evasione fiscale non sembra averne risentito. “Anzi, sembra che ci sia pochissima correlazione tra la soglia limite all’uso di cartamoneta imposta per legge e il rapporto tra la base imponibile Iva non dichiarata e il prodotto interno lordo, vale a dire l’evasione fiscale”, riporta la mozione di Maurizio Lupi. Nella sua ultima relazione annuale, la Banca d’Italia ha quantificato l’economia «non osservata» in Italia per un valore corrispondente al 27,4% del Pil, in particolare, l’incidenza media dell’economia sommersa ammonterebbe al 16,5%, mentre il restante 10,9% rappresenterebbe quella illegale. Secondo la Corte dei conti l’ammontare complessivo dei tributi e contributi annualmente evasi supera in Italia i 120 miliardi di euro l’anno.

Il contante costa 8 miliardi l’anno

Il problema però non è solo l’evasione, ma anche il costo del contante che secondo la Banca d’Italia, ripartito tra istituti bancari e imprese, è di circa 8 miliardi di euro l’anno, pari allo 0,6% del Pil,  un costo che, secondo la mozione presentata da Sergio Boccadutri, “può essere definito un «costo occulto» in quanto non è tenuto in considerazione, dati gli importi esigui, sia dai consumatori, sia dai piccoli commercianti che quotidianamente, nelle transazioni economiche, ne sono assoggettati”, vanno poi considerati anche i rischi connessi direttamente alla gestione del contante, quali furti, rapine, perdita ed errori.

Le transazioni via Pos costano il 50% in più

Anche i costi dei pagamenti elettronici però non scherzano. “Rispetto agli altri Paesi europei in Italia i costi per le transazioni tramite Pos sono più elevati in media del 50 per cento”, si legge nella mozione Lupi che sottolinea come  il migliore incentivo alla loro diffusione non starebbe nell’obbligatorietà, ma proprio nella riduzione degli stessi costi. “I pagamenti tramite pos in Francia sono più del doppio di quelli dell’Italia (398 miliardi di euro contro 160 miliardi), eppure i terminali installati Oltralpe non sono molti di più (1.834.000 contro 1.501.600). Il confronto con la Germania è ancora più indicativo, alla luce degli ultimi dati ufficiali (Banca dei regolamenti internazionali, dicembre 2012) in quel Paese ci sono infatti meno Pos che in Italia (720 mila), ma vengono usati per più transazioni (174 miliardi di euro)”, si legge nel testo firmato da Boccadutri e altri parlamentari Pd.

CashlessWay, l’associazione italiana per lo sviluppo dei sistemi digitali di pagamento che promuove ogni anno il No Cash Day, ha effettuato il mese scorso un sondaggio sul tema dal quale è emerso che l’83,5% dei partecipanti pensa che la crescita dei pagamenti elettronici, ridurrà il contante in circolazione e quasi il 60% ritiene che i pagamenti digitali siano il maggiore incentivo alla digitalizzazione dell’Italia.