7 pivot di successo raccontati da 7 founder coraggiosi

E’ l’operazione più difficile di tutte: cambiare radicalmente il proprio business per trovare la sostenibilità economica. 7 esempi di pivot raccontati da Fastcompany ne raccontano la genesi

Nel 2006 Paul Graham, uno dei venture capitalist più noti al mondo, scrisse un post nel suo blog in cui diceva che avviare una startup non è «attenersi strettamente alla propria visione» ma qualcosa di più simile alla scienza, «seguire i binari, ovunque essi conducano». La saggezza di Paul Graham la possiamo rivedere in quelle aziende coraggiose abbastanza da provare a pivottare neologismo molto usato in ambiente startup mutuato dall’inglese to pivot, girare, svoltare. Fastompany.com ha elencato una serie di startup e aziende che hanno fatto pivoting in maniera particolarmente efficace, facendoselo raccontare dai founder. In anni tutto sommato recenti hanno fatto sicuramente colossi come Facebook, Apple, Google, Paypal, Netflix. Tutti casi stranoti.

Il cambio non sempre funziona. E sempre rappresenta un grosso rischio. C’è chi lo ha fatto, e bene. Queste le loro esperienze in sintesi, raccontate al magazine statunitense. 

1. NAAMA BLOOM, FOUNDER E CEO DI HELLOFLO

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All’inizio HelloFlo (qui il profilo su Crunchbase) produceva assorbenti interni. Nel 2013 ha lanciato una campagna pubblicitaria brillante, dove il ciclo mestruale per una ragazzina era raccontato in maniera divertente, irriverente.  Ma spiegato alla perfezione.11 milioni di visite. Dopo quella pubblicità l’azienda è stata subissata di domande e richieste di approfondimento sulle mestruazioni e la menopausa.

«La gente  voleva informazioni, ci eravamo accorti che quello che voleva sapere di più era capire le cose. Più che il prodotto stesso» ha spiegato la founder Naama Bloom. E il team ha deciso di cominciare a lavorare sui contenuti, spiegazioni sulla sessualità femminile. «La gente non parla apertamente di queste cose, ecco perché c’è ancora più bisogno di informazione». Oggi la società viaggia a gonfie vele. Ma cambiando completamente il suo core business.

2. ASHWIN NAVIN, CEO E FOUNDER DI SAMBA TV

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Da quando l’azienda è stata fondata nel 2008, Samba Tv ha davvero cambiato tutto: brand, nome, e prodotto. Un tempo era Flingo e aveva elaborato un sistema per permettere agli tuenti di condividere quello che stavano guardando sullo smartphone sul televisore, con un click. Ma quando i big player si sono buttati su quel mercato, per loro non c’era molto da fare. Che non avrebbero mai scalato abbastanza.

Ma il team aveva notato che il loro prodotto aveva qualcosa in più: la possibilità di organizzare i prodotti video per preferiti dagli utenti. «Abbiamo pensato che invece di concentrarsi sul consumo di video in Tv, perché non concentrasi sulla possibilità di organizzare e suggerire altri programmi agli utenti nei quali potrebbero essere interessati?» ha detto Ashwin Navin. Detto fatto. Rebranding nel 2013, oggi impiega 100 persone e i ricavi sono schizzati del 600%. Ha, Navin è stato il cofounder e presidente di BitTorrent.

3. MICHAEL KIM, CEO DI HABIT DESIGN

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Micheal Kim ha fondato una startup che attraverso le neuroscienze aiuta a migliorare i propri comportamenti e la produttività sul lavoro. Appena la lancia si propone a YCombinator. «Eravamo eccitatissimi, era quello che più volevamo». L’eccitamento però non è durato troppo. Loro avevano un approccio B2B2C, pensavano fosse il migliore per loro. Paul Graham in persona gli dice che avrebbero investito in loro, ma solo con un approccio B2C puro. Kim rifiuta, e non se ne fa nulla.

«Abbiamo attraversato giorni parecchio bui, cercando di capire se avevamo fatto davvero bene a rifiutare l’opportunità». Il pivot si fa in base all’esperienza, argomenta Kim «e la nostra ci diceva che non era la cosa migliore da fare allora». Non hanno dovuto aspettare molto per capire che la loro decisione, contrariando uno come Graham, in realtà era la migliore. Oggi hanno tra i loro clienti Nasa, Google, Apple, la Casa Bianca. Hanno fatto training a 500 aziende e oltre 100mila dipendenti. Senza pivottare.

4. BRIAN LEVENTHAL, FOUNDER DI BROOKLYN WINERY

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Quando hanno cominciato volevano solo creare una vineria. La migliore vineria di Brooklyn dove dare ad ognuno la possibilità di creare, su richiesta, un vino personalizzato. «Eravamo super ecitati, ma cominciare era difficilissimo». Dovevano spendere una marea di soldi per comprare ciò che ci serviva: 300 casse di vino, e circa 3600 bottiglie. «Vendere vino è semplice, ma vendere vino in quella maniera, richiedendo uve e imbottigliamenti, chiedeva tanto e ci siamo accorti presto che era quasi impossibile farlo». Ma il loro locale a Williambsurg era pronto, e molto carino.

Un giorno entra una coppia e chiede ai proprietari di affittare gli spazi per il loro matrimonio: «Non ci avevamo mai pensato prima, ma avevamo detto di si. Avevamo bisogno di soldi». Lo fanno, ed è un successo. Cominciano a ricevere richieste per altri matrimoni, meeting aziendali. Cominciano ad arrivare i primi soldi e il business si rende più sostenibile. Gino a raggiungere il pareggio e l’utile. «Non ce l’avremmo mai fatta se non fossimo stati disposti ad affittare il nostro intero locale». Oggi dopo sei anni hanno ospitato più di 300 eventi». Tentare strade improvvise, anche di fortuna, a volte è davvero utile.

5. NICOLE SANCHEZ, FOUNDER E CEO DI VIXXENN

Vixeenn lavorava fino alla con stilisti di alta gamma per aiutare le vendite nel retail delle piccole e piccolissime imprese, riuscendo a diminuire anche a zero le giacenze in magazzino nel retail. Una manna per i piccoli business. Il lavoro aumentava, e tanto. Al punto da indurre la founder a trovare un partner con una potenza di distribuzione maggiore. Non lo ha trovato. E i tempi cominciavano a stringere: «Sono tornata indietro, ho ragionato con i miei investitori. Era chiaro che se la mia azienda doveva continuare su quella strada doveva trovare un partner commerciale, e subito». Non è successo. E l’azienda ha cominciato a soffrire. Ha dovuto perdere diversi dipendenti «persone che mai avrei voluto perdere. Farlo nella mia posizione non era facile, da founder devi sempre essere trasparente con i tuoi dipendenti. Sempre.

La loro reazione è stata commovente, mi hanno capita, sapevano che lo facevo per una buona ragione». Vixxenn ha cominciato a cambiare percorso da allora. E’ diventata un’agenzia che aiuta le piccole e medie imprese a recuperare i crediti. Sanchez ha spiegato che era il problema che aveva trovato più frequente tra di loro mentre le aiutava a capire come gestire le giacenze in magazzino.

6. TAYLOR ERKKINEN E HARRY ROSENBLUM, COFOUNDERS DI THE BROOKLYN KITCHEN

Quando Erkkinen e Rosenblum hanno cominciato a pensare seriamente di aprire un negozio anche a Manhattan andava davvero tutto bene. Ottimi affari, tantissimi clienti. La loro idea originale era di fare un negozio per appassionati di cucina dove si vendessero solo prodotti tipici e strumenti professionali, a buon prezzo. Erano partiti da Brooklyn. E avevano deciso di allargarsi agli altri quartieri della Mela per ripetere il successo avuto nel loro. Ma le cose non andarono come pensavano: «Capimmo che la nostra forza era il legame al quartiere, spostarci ci aveva portato via clienti e tante energie, tornare indietro non era facile, ma era l’unica cosa possibile da fare per evitare di schiantarci». «Siamo tornati indietro, per tempo, e abbiamo capito che la nostra comunità di persone era la nostra più grande forza».

7. JOHN MEADOW, FOUNDER AND PRESIDENT OF LDV HOSPITALITY

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Quando nel 2008 ha lanciato la sua catena di ristoranti, Meadow, 35 anni, voleva lavorare con chef noti, famosi, chef un po’ star come le conosciamo anche in Italia. Era ed è di un’aMa dopo che ne ha conosciuti 5 ha capito che di chef celebrity non ne sapeva troppo. «C’è un sacco di gente molto talentuosa ma anche molto aggressiva in questo business, gente che fa accordi per altri. Ma io faccio solo il ristoratore e volevo fare solo il ristoratore.

Ero attratto da quel mondo, ma in maniera sbagliata», Meadow dopo un po’ di inconvenienti con in jetset della ristorazione americana, ha capito che l’unica cosa che voleva fare in realtà era fare buoni ristoranti. «Quando ti leghi a relazioni con personaggi così ingombranti, hai solo da perdere. Sempre. E se rappresenta per te un dispendio di energie mentali, perché insistere?». «C’è un momento in cui tagli con quell’ambizione, con quell’avidità e vedi le cose in maniera più oggettiva. Fredda. Quando mi sono distaccato dal mondo del jetset ho cominiciato a fare i primi veri affari»

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