Cosa rende impossibile alle startup italiane vendere all’estero

Un progetto di Startup Initiative, che chiede alle startup italiane di raccontare le loro difficoltà. Qui per farlo

Lunedì 13 giugno ad Amsterdam esperti di alto livello provenienti da tutta Europa si incontreranno per discutere di barriere in un mercato unico europeo che incoraggia l’espansione delle piccole e medie imprese (incluse le startup). Questo è anche l’argomento principale della consultazione online – Startup Initiative – che sarà aperta fino al 31 luglio.

Credit Getty Images

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Uno dei problemi è che in Europa ci sono relativamente poche imprese innovative ad alto tasso di crescita e sono anche restie ad espandersi oltre i confini nazionali. Il fatto è che oggi solo il 23% delle piccole medie imprese più nuove e più giovani (fino a 7 anni) esportano all’interno dell’Ue. Perché? Ho parlato con gli imprenditori e ho raccolto esperienze di ostacoli all’espansione oltreconfine. Uno di questi risiede nelle diverse pratiche di pagamento in vigore in ciascun Paese europeo. Queste sono le storie, raccontate in maniera anonima.

Storia uno. In Italia si paga dopo. In Germania prima (e l’accordo salta)

Il primo esempio che racconteranno ad Amsterdam è quello di una Pmi italiana. Un rivenditore di prodotti professionali, aveva come obiettivo quello di ridurre i costi bypassando gli intermediari e comperando direttamente dai fornitori tedeschi. Purtroppo questo si è rivelato impossibile perché i fornitori tedeschi vogliono essere pagati in anticipo, mentre la società italiana riceve i pagamenti dai clienti dopo la consegna. E il sistema bancario italiano funziona secondo questo criterio, perciò nessuna banca è disposta a coprire costi anticipati.

Un’impresa spagnola vuole fare affari con l’Italia, ma…

La piccola media “empresa” spagnola dopo molti sforzi è riuscita ad ottenere un contratto con un ente pubblico in Italia. Tutto è filato liscio fino al momento del pagamento: è arrivato un anno e mezzo dopo, il che, per una piccola media impresa è un’attesa enorme. I piani di contingenza tradizionali non bastano e le banche non prevedono contratti di factoring (la presa in carico dei crediti dell’azienda) per le fatture che coinvolgono governi stranieri. Inoltre è molto più difficile imporre delle condizioni legali sui tempi di pagamento quando il contratto coinvolge due Paesi diversi. Gli avvocati hanno sconsigliato a Empresa di fare una richiesta formale di pagamento perché avrebbe avuto poco impatto a meno che non si fossero rivolti al tribunale – cosa che Empresa non vuole.

In altre parole, in alcuni paesi come l’Italia, è normale essere pagati in ritardo e tutte le pratiche di pagamento sono basate sul fatto che tutti nella catena del valore saranno pagati in questo modo. Ma la catena di valore dei fornitori stranieri si basa su pagamenti immediati. Questo li rende poco propensi a fare affari con l’Italia e dimostra come le diverse pratiche di pagamento siano una delle barriere principali all’espansione oltre confine nazionale in Europa (anche perché spesso si presenta come una sorpresa totale).

Sono certo che esistono altre storie: le vostre quali sono?

Condividetele semplicemente scrivendole qui, o su Twitter con gli hashtag #SingleMarket e #haveyoursay o unitevi al gruppo Linkedin. Ogni opinione conta! Faremo in modo che le vostre voci vengano ascoltate nel corso dell’evento.

David Osimo, co-founder e direttore di Open Evidence
David Osimo ha scritto questo post per Startupitalia.eu

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