Lavorare solo 4 giorni non è bene, ma uscire tardi per dimostrare di essere bravi è peggio

Lavorare solo 4 giorni alla settimana non è un bene se il tempo a disposizione lo sprechiamo. Ma strafare a lavoro è peggio. Ed è un’aberrazione tutta italiana. Ne abbiamo parlato Andrea Castiello d’Antonio, psicologo del lavoro

Uno studio del governo svedese ha dimostrato che lavorare meno aumenta la produttività. L’esperimento ha messo a confronto per un anno un gruppo di 68 infermiere impiegate in una casa di riposo per anziani, sottoponendole a turni di 6 ore al giorno. C’è anche chi ha spinto più in alto l’asticella, proponendo una settimana lavorativa da 4 giorni. Stesso concetto: lavorare meno, ma meglio. Colossi come Amazon, Deloitte e Google hanno anche testato la soluzione che tanto fa spasimare i dipendenti di tutto il mondo. Ma gli impiegati con un giorno libero in più a settimana producono meglio di persone costrette ad andare in ufficio dal lunedì al venerdì? E soprattutto, sono più felici?

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«Il carico di lavoro ottimale in termini di tempo dipende da diverse variabili», spiega il professor Andrea Castiello d’Antonio, psicologo del lavoro, consulente manageriale, professore presso l’Università Europea di Roma. «Varia da persona a persona, a seconda della leadership, del compito svolto e del luogo di lavoro». Quindi più che farne una questione di durata dei turni o di giorni di lavoro, bisognerebbe esaminare le variabili che aumentano lo stress di un dipendente.

I peggiori danni lo fanno i colleghi e il rapporto col capo

«L’ipotesi della settimana da 4 giorni lavorativi ha un limite. Il numero delle ore è soltanto l’elemento più visibile dell’esperienza lavorativa che ciascuno di noi fa. Molto infatti dipende da come è vissuto questo tempo», spiega Castiello d’Antonio. Ogni giorno bisogna confrontarsi con il proprio capo, ad esempio: qui il modello di leadership – in Italia per lo più autoritaria – può condizionare in negativo il livello del benessere vissuto in ufficio. Bisogna considerare anche il clima emotivo che si respira tra colleghi. «La maggior parte dei lavori oggi portano a un contatto con le persone», riflette Castiello d’Antonio. «Lo stress relazionale viene gestito in modo diverso da ognuno di noi. Un conto è gestire un ambiente competitivo per 6-8 ore, un conto è gestirlo per 12 ore. L’esposizione psico-emotiva agli altri, specie in open space, rendono l’attività lavorativa molto faticosa».

La differenza tra professioni e orari di lavoro

Inoltre vanno considerati anche il carico di ansia e stress da sopportare. Un turno da 12 ore sostenuto per 4 giorni a settimana può essere tollerabile quando si svolge un lavoro ripetitivo, in cui un calo di attenzione – fisiologico, su un tempo così lungo – non ha conseguenze. Se invece parliamo di medici o controllori di volo, lavori in cui l’attenzione gioca un ruolo decisivo, mantenere alta la concentrazione è quasi impossibile.

Ma guardiamo il lato positivo della faccenda. Avere un giorno libero in più nella settimana dovrebbe aiutarci a vivere di più la nostra vita privata, permettendoci di dedicare più tempo alla famiglia o ai nostri hobby. Per le aziende però l’idea non sembra ancora vantaggiosa. «In teoria è una scelta che dovrebbe andare incontro a esigenze umane e personali, non organizzative, a meno che le aziende non si strutturino per turnazione», spiega Castiello d’Antonio. Prendiamo quelle multinazionali che non dormono mai: in questi contesti lavorare 3-4 giorni a settimana cambia poco, dato che c’è sempre un team in azione.

Uscire tardi dall’ufficio è un’aberrazione tutta italiana

Quando si parla di cambiare il mondo del lavoro, si citano sempre di ricerche nel nord Europa o in America. E in Italia, paese dove un dipendente per dimostrare di essere in gamba, non deve mai uscire dall’ufficio prima delle 19, funzionerebbe? «Il lavorare tantissimo, l’uscire tardi dall’ufficio è un’aberrazione tutta italiana, secondo me derivata da ambienti politici e ministeriali dove è opportuno protrarre la propria presenza, perché è dopo il lavoro che si fanno accordi, si stringono alleanze. Si resta per “respirare l’aria”», riflette Castiello d’Antonio. «Ma è solo una delle tante patologie del lavoro che abbiamo nel nostro Paese».

Roba da impiegati ministeriali

«Meglio pensare al telelavoro, condizione che libera l’impiegato da uno degli stress più grandi del lavoro d’ufficio: andarci». Anche in questo caso ci sono degli aspetti da considerare. « È vero che chi lavora da casa rischia di mescolare vita personale e vita lavorativa, non ha orari, e deve far fronte alle interruzioni continue. Il rischio di diventare dei workaholic è dietro l’angolo. Forse l’alternanza tra giorni a casa e giorni in ufficio è ancora la ricetta vincente», conclude Castiello d’Antonio.

Del resto pensare a quattro giorni dedicati solo al lavoro e a tre giorni dedicati solo alla propria vita porta a pensare che in un solo corpo possano esistere due esseri umani diversi, «e per fortuna noi siamo esseri umani unici».

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