Così il Venezuela usa l’economia segreta dei bitcoin contro la crisi economica

Sempre più persone nel Paese del Sudamerica scelgono di trasformare l’elettricità, un bene reso pubblico e gratuito dal socialismo, in una risorsa: mettono a disposizione i loro computer per i calcoli complessi che verificano le transazioni in bitcoin

I bitcoin possono essere una via d’uscita dalla crisi economica. È la soluzione che stanno sperimentando in Venezuela. Il Paese del Sudamerica sta vivendo un periodo di grandi difficoltà legate a scelte economiche che risalgono al governo di Hugo Chavez. Quel periodo si è chiuso con la morte del presidente e anche se al potere c’è oggi uno dei suoi sostenitori, Nicolas Maduro, tutto sembra essere cambiato, soprattutto per quanto riguarda la concezione che la gente ha degli ideali socialisti a lungo sostenuti. Sono quegli ideali socialisti che hanno reso una risorsa come l’elettricità gratuita per tutti. E che oggi vengono usati per accumulare ricchezza tramite i sistemi di calcolo informatici che stanno dietro ai pagamenti nella criptovaluta.

bitcoin

Trasformare l’elettricità in ricchezza

L’attività che beneficia di più dell’energia elettrica senza costi è quella del “bitcoin mining“. Si tratta delle operazioni di controllo che servono a verificare se le transazioni in bitcoin siano coperte da un portafoglio virtuale e siano quindi regolari e sicure. I miners mettono a disposizione i loro computer per poter eseguire i calcoli complessi che permettono la validazione dei pagamenti e vengono retribuiti in bitcoin.

In sostanza, quindi, trasformano un bene reso pubblico dal socialismo, l’elettricità, in una fonte di profitto personale. E in più hanno accesso a una moneta che ha molto più valore della valuta del Venezuela, il bolivar. Con i bitcoin risultano possibili acquisti online che altrimenti sarebbe molto difficile fare. In realtà piattaforme come Amazon non accettano direttamente la criptovaluta, ma alcuni intermediari mettono in vendita delle gift card che cedono in cambio di bitcoin e consentono ai venezuelani di comprare ciò che vogliono sulla piattaforma.

In carcere a causa dei bitcoin

Intorno ai bitcoin è cresciuta un’economia che permette a intere famiglie di mantenersi: c’è chi compra da mangiare per la sua famiglia, chi acquista medicinali per parenti malati o chi cerca di mandare avanti la sua attività commerciale facendo acquisti su Amazon e simili.

Il ricorso ai bitcoin trova però un ostacolo nella legge venezuelana: l’eccessivo consumo di elettricità da parte dei miners suscita l’attenzione delle autorità. Reason.com riporta la storia di Joel Padròn che per mandare avanti la sua attività di corriere espresso aveva piazzato nel suo ufficio quattro potenti computer appositamente acquistati dalla Cina per l’attività di Bitcoin mining.

E per questo è finito in carcere. Le anomalie riscontrate dal governo sono valse a Padròn tre mesi e mezzo di detenzione. È stato accusato di contrabbando per aver comprato illegalmente i computer dalla Cina e di furto di energia elettrica. Quest’ultimo punto è stato molto discusso, considerando anche che in Venezuela l’approvvigionamento elettrico è molto complicato: i blackout sono frequenti e addirittura si è arrivati a ridurre la settimana lavorativa per non consumare eccessiva energia.

L’economia sommersa della criptovaluta

Si è creata un’economia sommersa attorno ai bitcoin in Venezuela. E sebbene sia in qualche modo segreta, si fonda su dei principi libertari: la criptovaluta non è soggetta alle interferenze del governo, non ha bisogno di intermediari per essere scambiata, più difficilmente viene rubata.

Nello stato sudamericano Randy Brito, 21 anni, ha creato anche un gruppo Facebook che aiuta i venezuelani a trovare ciò di cui hanno bisogno online con questa valuta. Il gruppo non appare nei risultati di ricerca e i membri vi aderiscono spesso attraverso dei profili fake.

Esiste comunque anche una piattaforma di cambio, Surbitcoin, per ottenere bitcoin in cambio di bolivars e di conseguenza avere i dollari, sempre più rari nel Paese, per pagare le spese. Surbitcoin conta circa 1200 transazioni giornaliere e viene usato soprattutto da chi abita fuori dal Venezuela per mandare denaro alle famiglie rimaste lì in maniera più vantaggiosa rispetto a servizi come Moneygram o Western Union.

I nemici dei bitcoin

I problemi con la legge, comunque, non sono gli unici ai quali può andare incontro un bitcoin miner. C’è anche la criminalità che sembra aver fiutato l’affare. Chi pratica quest’attività deve cercare di tenere nascosta la ricchezza accumulata che permette di acquistare generi alimentari inaccessibili ai più e di non essere costretti a condividere la casa con molte persone per abbattere le spese.

Dopo la morte di Hugo Chavez, la pericolosità delle strade è aumentata e molti hanno paura di uscire quando cala il buio. Il rischio per i più ricchi è quello di essere rapiti. Per chi invece come Joel Padron è andato in carcere a causa dei bitcoin, l’alternativa è quella di lasciare il Venezuela:

«Prima di essere arrestato, ero una persona che amava davvero il suo Paese. Ma dopo tutto quello che è successo, ho detto “No, è impossibile”». Rodrigo Souza di Surbitcoin è convinto, però, che questo business non scomparirà e continuerà a sfidare il potere centrale. Anche se il governo dovesse chiudere la piattaforma, si troverà un altro sistema per continuare a scambiarsi bitcoin. È un processo inesorabile.

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