Così Airbnb ha smesso di essere il volto simpatico della sharing economy

Dopo un inizio a sostegno del ceto medio in cerca di redditi integrativi, la piattaforma di hosting online si è trasformata nella quarta società tech al mondo: molti oppositori e diverse controversie legali per un business pronto a quotarsi in borsa

C’era una volta un attico sfitto con un paio di materassi ad aria. Tre ragazzi, Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, pensarono che quelle poche cose potessero aiutarli a fare qualche soldo. Il progetto sapeva di buono perché voleva aiutare le persone a guadagnare ospitandone altre nella propria casa. Quel progetto si chiamava Airbnb. Sono passati 9 anni da allora e oggi Airbnb sta lentamente cambiando la sua fisionomia.

Assomiglia di più a un servizio turistico che sia avvia alla quotazione in borsa che a un’opportunità della sharing economy per aiutare milioni di persone senza lavoro. Ha perso gran parte della sua simpatia e ha guadagnato molti contestatori oltre che diverse cause legali.

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Airbnb sta perdendo la sua “simpatia”

Aibnb non è più una startup. Ha 2,5 milioni di proprietà registrate in 191 nazioni e un milione di ospiti che vi alloggiano ogni notte. È al quarto posto tra le aziende tecnologiche di maggior valore al mondo. Stiamo parlando di 30 miliardi di dollari, più o meno quanto vale anche la Marriott’s International, la maggiore catena di alberghi al mondo.

E dietro a questo successo c’è proprio il messaggio che dall’inizio la società di San Francisco ha voluto dare: essere di supporto al ceto medio in opposizione a una lobby che troppo a lungo ha fatto i suoi comodi nel settore turistico. Il sogno della buona sharing economy si sta, però, infrangendo contro l’attenzione che la crescita della piattaforma ha attirato soprattutto da parte delle autorità.

I timori sono diversi e vanno dalle questioni di sicurezza, al disturbo della quiete dei quartieri, passando per la preoccupazione che le case possano trasformarsi in poco tempo in alberghi di fortuna.

Le controversie legali

Quartz riporta la storia di Scott Shatford, fondatore del sito di analisi AirDNA, ma prima di tutto un host. Dal 2012 Shatford si è servito della piattaforma di Airbnb per mettere a disposizione degli utenti online le sue proprietà di Santa Monica. E il problema sta proprio lì.

Quando ha capito che il business gli poteva fruttare diverse migliaia di dollari al mese, Shatford ha deciso di aprire più di una casa agli utenti Airbnb, arrivando fino a un numero di sette proprietà iscritte. Peccato, però, che tutto questo fosse contrario alle regole della città. Il rischio era noto a Shatford che aveva accettato di pagare qualche multa in cambio di un’attività che comunque risultava redditizia.

Almeno fino a quando la questione non è diventata un po’ più grave. Shatford è stato incriminato e condannato a pagare 3.500 dollari e a scontare due anni di libertà vigilata. Aibnb ha deciso quindi di rispondere con una causa contro l’amministrazione di Santa Monica.

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Foto: PBS

Questo episodio non è, però, l’unico che vede come protagonista la piattaforma degli affitti online. Airbnb è osservato speciale anche a Los Angeles, Miami, Portland, Toronto, Barcellona e Berlino. E ultimo, in termini di tempo, è il caso di New York. Aibnb ha deciso di accordarsi con l’amministrazione dello Stato governato da Andrew Cuomo che aveva deciso di innalzare le multe per gli host a 7.500 dollari.

Un colpo basso per la piattaforma che a New York ha un giro di affari intorno al miliardo di dollari. Alla fine, però, Airbnb ha ottenuto che la stretta legislativa avesse come obiettivi i soli privati che affittano intere case per meno di 30 giorni e più proprietà. Un’ulteriore dimostrazione che ormai abbiamo a che fare con una grossa compagnia non più tanto vicina alla gente come era all’inizio, ma che pensa in primo luogo ai suoi interessi.

Aumentano i controlli

Per cercare di non avere problemi nelle città in cui la piattaforma ha più successo, Airbnb ha lanciato la funzione One Host, one Home a San Francisco e New York a partire dal primo novembre 2016. In questo modo, la società combatte la consuetudine finora tollerata di mettere in affitto più di una proprietà da parte di uno stesso host.

E aumenta la sua attenzione per il controllo al comportamento degli host in città come Londra e Amsterdam. La legalità è un presupposto necessario per un’azienda che punta a una quotazione in borsa.

2 Commenti a “Così Airbnb ha smesso di essere il volto simpatico della sharing economy”

  1. AndyT

    Passi la multa – ma due anni di libertà vigilata?

    In ogni caso, questo è il destino di molte compagnie: si parte da un co-working e tanti sogni… e si finisce fra i tribunali e Wall Street.

  2. Giovanni Iula

    Da un punto di vista puramente di modello di business e processi di sviluppo tanto di cappello per Airbnb.
    Una parte importante delle crescita esponenziale di questo colosso la si deve anche ad una disparità di tassazione rispetto ai modelli di ospitalità classici (Hotel, Residence, Ostelli) senza precedenti nella storia.
    Le partite è bello vincerle sul campo non a tavolino!!

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