Carnovale (Roma Startup): «L’Italia non aiuta le startup, anzi gli complica la vita. Ora basta, serve pulizia!»

Dal «si stava meglio con Passera» agli elogi per Fabiani e l’assessore alle startup della Raggi. Gianmarco Carnovale è uno che le cose non le manda a dire. Sui soldi alle startup non è ottimista, e spiega a Startupitalia perché e quali sono, secondo lui, i “difetti di fabbrica” del nostro ecosistema

Una delle città (e delle civiltà) più antiche del mondo e al tempo stesso, da sempre, tra le più innovative. E’ Roma, e l’attacco di questo pezzo non è demagogia. E’ storia. Perché quello che noi oggi chiamiamo tecnologia abilitante lì era tecnica e, prima di Leonardo, alcune tra le più grandi tecniche di costruzione, trasformazione, automazione, trasporto, eccetera sono nate qui. Acquedotti, mulini ad acqua, aratro, gru, macchine da guerra, calcestruzzo, ponti. E strade. “Tutte le strade portano a Roma, diciamo oggi. E quando a Roma, negli ultimi 20 anni, dici startup, tutte le strade – quasi tutte, dai… 🙂 – portano a Gianmarco Carnovale.

Romano, classe 1972, startupper seriale e advisor per aziende, investitori e istituzioni, dal 2012 Carnovale è fondatore e presidente di Roma Startup, la prima associazione di settore della Capitale (e una delle prime fondate su scala nazionale). La sua ultima scommessa (con Luca Ruggeri e altri co-founders) si chiama Scuter, un ciclomotore elettrico su tre ruote, destinato al mercato della sharing mobility. E ha scelto l’equity crowdfunding per finanziare il primo step propedeutico al go-to-market.

“La prima volta che ho incontrato Gianmarco, mi ha dato le indicazioni per raggiungere il luogo di un evento. Da allora in poi, gli chiedo abitualmente indicazioni sui trend di mercato emergenti e, devo ammettere, è formidabile nell’anticiparli”. Così scrive di lui su Linkedin il direttore dell’acceleratore romano Luiss Enlabs, Augusto Coppola. E anche noi, a cavallo tra un anno che se ne va e uno che è appena iniziato, abbiamo fatto proprio così: lo abbiamo intervistato.

Gianmarco Carnovale, presidente Roma Startup

Gianmarco Carnovale, presidente Roma Startup

Gianmarco, com’è stato il 2016 delle startup italiane, secondo il tuo osservatorio?
«I numeri parlano di un anno al raddoppio, ma guardare ai soli numeri e guardare solo all’Italia in questo comparto è tanto riduttivo da essere ridicolo. Ho letto molte delle interviste già rilasciate in questi giorni, e mi metto tra quelli negativi: in Italia saremo pure bravi a fare le nozze con i fichi secchi, ma ora anche basta…»

Basta a cosa, o a chi?
«Non ce la faccio più a vedere team eccellenti che non raccolgono ed espatriano, o che raccolgono qui ma spicci ed a condizioni gravemente peggiorative rispetto all’estero, e che vengono rapinati da presunti gatekeeper ad ogni giro di giostra. Ti faccio qualche esempio… negli ecosistemi maturi e “sani” per raccogliere un microseed, devi avere un concept e un team, per raccogliere un seed devi avere un Mvp validato e per raccogliere un Round A devi avere validato anche il business model con le prime metriche che dimostrano della traction. Questo oltre ad ovviamente avere un’idea dirompente in un settore interessante».

Cosa non funziona nella filiera delle startup

Continua pure…
«Da noi l’idea non serve che sia dirompente, e anzi se lo è non la capiscono, ma soprattutto quello che viene richiesto è tutto scalato di una posizione. Per un microseed ti chiedono già spesso l’Mvp, per un seed ti chiedono di avere già validato il business model e fatturare, e per raccogliere un Round A pretendono che tu abbia alle spalle già un trend di crescita più che consolidato. Quindi da noi gli acceleratori si comportano da business angel, i business angel si comportano da Vc e i Vc si comportano da private equity. Per non parlare poi dei “consulenti”! All’estero gli advisor ti chiedono tra lo 0.5 e l’1% di partecipazione nel capitale per seguirti per tre anni, se ancora non sei arrivato a raccogliere da un Vc. In Italia è già tanto se non ti bastonano con costi fissi, ma quando si va sulle percentuali c’è chi chiede il 10% del capitale per “trovarti gli investitori”. Un tempo me la prendevo con chi ti chiedeva il 3% dei soldi raccolti come fee, ma almeno quelli ti portano davvero quantità apprezzabili di soldi. Tutti gli altri ti distruggono la captable. Ecco c’è bisogno di una gran ventata di pulizia, secondo il mio osservatorio, per risponderti in poche parole».

Si stava meglio quando si stava peggio…

Se ti chiedessi se c’è e cosa è cambiato di più, non solo a livello di mercato ma anche a livello di “sensibilità” nei confronti dei temi dell’innovazione, rispetto agli scorsi anni?
«Ti stupirai di scoprire che la situazione sul piano nazionale è peggiorata: ai tempi di Passera, per quanto il modo sia stato approssimativo e spettacolarizzato, il tema delle startup era di grande interesse di un Ministro. Oggi c’è il niente. Le misure che si ottengono non arrivano per volontà politica, ma perché all’interno del Ministero dello Sviluppo Economico c’è un dirigente come Stefano Firpo che ha preso a cuore la tematica e strappa condizioni migliorative centimetro per centimetro quando ne trova l’opportunità. Questo per non parlare di Banca d’Italia, entrata a gamba tesa regolando il settore lo scorso anno e facendo scomparire tutti i gestori di microfondi che operavano sulla fascia seed e che non possono avere le economie di scala per gli oneri di vigilanza, quando la UE dava chiaramente libertà di indicare una soglia sotto la quale lasciare libertà d’azione. Un danno enorme a tutto il sistema. Per fortuna trovo ben altro livello di attenzione con l’assessore Fabiani alla Regione Lazio e con Meloni al Comune di Roma: avere due assessori così competenti ed attenti al tema, nello stesso momento, era da pagina del libro dei sogni, e invece è una cosa che si è realizzata. Politica territoriale batte quella nazionale 10 a 0, per quello che mi riguarda».

A livello di mercato, stando ai numeri, nel 2016 sono quasi raddoppiati gli investimenti in startup, e in totale sono stati investiti quasi 200 milioni. E’ una buona notizia, o non basta?
«In termini relativi è un raddoppio, in termini assoluti stiamo tentando la costruzione di quello che altri paesi ritengono sia un comparto economico strategico usando i soldini del monopoli. Su questo ho un osservatorio molto chiaro, forse sono il solo o tra i pochi ad averlo in Italia per via delle organizzazioni internazionali che seguo, ed il bilancio è impietoso. Il Portogallo, quindi non la Francia o la Germania ma un paese grande come una regione italiana e in grave crisi, ha messo sul piatto un fondo di fondi da 1 miliardo di euro, ha nominato un sottosegretario alle startup che si è preso come consigliere il mio amico Simon Schaefer, con cui siedo nel board dell’organizzazione mondiale “Allied For Startups”. Simon, dopo essere stato uno dei costruttori della scena berlinese con Factory, ora si è trasferito a Lisbona. Noi continuiamo a parlare, parlare, parlare, e giriamo intorno a misure marginali… Sono positivo solo su una cosa, avvenuta quest’anno…

Un nuovo “registro” per alcune startup

Quale?
«Siamo riusciti a sederci insieme e formare una voce unica tra tutte le associazioni di settore, superando gelosie e campanilismi che erano deleteri. Abbiamo prodotto un primo documento, sottoposto al Governo, in cui ci sono molte proposte e tra queste diverse mie, come quella di creare un nuovo registro di startup “high tech” a cui dare incentivi molto più forti degli attuali. Spero che sia solo il primo passo di questa sorta di consulta nazionale, che potrebbe effettivamente smuovere le cose se diventasse più coraggiosa».

Sui soldi alle startup e l’appello di Bicocchi Pichi

Hai letto l’intervista di Bicocchi Pichi? Lui sostanzialmente dice che il mercato non esiste perché i soldi non vanno alle startup ma ai potenti industriali che siedono nei CdA delle banche e hanno agganci con la politica… Cosa ne pensi?
«Marco è una delle persone con cui meglio condivido l’analisi sullo stato delle cose e molte idee. Ci distingue il fatto che io mi occupo esclusivamente di startup nell’accezione americana, mentre lui ama occuparsi di nuova impresa in senso lato, includendovi modelli che non sono nel mio radar. Si riferisce a capitale di debito e io, come noto, ritengo che il debito per le startup sia peggio che inutile: è tanto tossico da inficiarne la crescita. Se in pancia hai debito, il tuo primo pensiero è restituirlo e lavori di conseguenza. Se hai capitale di rischio, sei libero da condizionamenti e cerchi la crescita. I soldi delle banche, fatti salvi i finanziamenti di beni strumentali, non sono per le startup. Ma l’analisi di Marco è verissima per quanto attiene alla carenza di liquidità tra Pmi e grandi aziende, anche se non si può fare tale analisi prescindendo dalla bassissima qualità di tali imprenditori in circolazione».

E dell’idea di creare, con i soldi di alcune grandi famiglie imprenditoriali, un nuovo fondo molto grande da ameno 1 miliardo, 10 volte tanto quello di Invitalia Venture e 5 volte tanto l’iniziativa di Cdp?
«Non c’è niente di nuovo nella cosa, tutto il sistema chiede da cinque anni un grande fondo di fondi, la novità è l’appello ad alcune grandi famiglie. Ma le grandi famiglie non risponderanno, gli imprenditori italiani sono privi della cultura della restituzione, sono convinti di aver fatto tutto da soli e non ritengono di dovere alcunchè al loro territorio. Di Adriano Olivetti non ne sono più nati, non perderei tempo con loro, meglio piuttosto andare dagli italiani che hanno fatto fortuna all’estero. Ma in generale non sono d’accordo che si debba addossare a pochi privati, per quanto abbienti, la responsabilità di far ripartire il sistema. Il rischio di scontrarsi con scarsa competenza e con idee sbagliate sul da farsi è troppo elevato. No, la risposta corretta è sempre quella di un grande fondo di fondi, che sia alimentato in parte dalle fondazioni, in parte dal risparmio gestito, in parte dalle pensioni, in parte dai sequestri di mafia. Una riserva di almeno cinque miliardi, che vada a dotare un ampio numero di operatori di nuovi seed e venture capital di diversa dimensione, al cui interno operino soggetti con esperienza internazionale, meglio se con un trascorso imprenditoriale. E’ la strada che prese Israele con il fondo Yozma, che portò ai risultati che tutti oggi apprezziamo».

La top 3 del 2016, secondo Carnovale

Secondo te quali sono le 3 startup italiane che hanno fatto bene nel 2016, e perché?
Io ti parlo di quelle nel mio portfolio, ovviamente ce ne saranno tantissime che stanno facendo anche meglio. Nelle mie top 3 ci metto Cocontest, che è la prima startup romana che ha aperto un asse con la Silicon Valley tirando a bordo un investitore di primo livello mondiale come Tim Draper; poi Gamepix, che sta crescendo verticalmente in tutto il mondo e che è diventata una delle partner di Facebook; e poi Le Cicogne, che secondo me è stata sovraesposta nella sua fase iniziale di vita perché era composta da donne e piaceva ai giornalisti ma aveva davanti ancora tanta strada da fare. Strada che le eccellenti imprenditrici che la guidano stanno effettivamente compiendo con umiltà, passione e sacrificio, e non era facile non montarsi la testa con tutta quella notorietà».

Perché ha scelto l’equity crowdfunding per la sua startup

Ovviamente inseriamo d’ufficio anche la tua, Scuter, che chiude l’anno con una campagna di equity crowdfunding. Perché questa scelta?
Scuter porta al pettine i problemi che ti descrivevo prima. Quando mi sono trovato con i miei co-fondatori a disegnarne la visione e la strategia mi sono reso conto quasi subito che era troppo grande e troppo ambiziosa per un paese in cui tutti gli investitori che hanno questo approccio da private equity non sono nemmeno dei Vc, ma secondo la definizione internazionale sono solo dei micro Vc, ovvero fondi di taglia inferiore ai 100 milioni che altrove o si dedicano a investimenti Seed o a comparti minori, a bassa intensità di competizione.
Il problema è che i fondi esteri interessati a Scuter ci sarebbero, ma sono appunto Vc “veri” che intervengono dopo le prime metriche. Qui quelli con cui ho parlato si sono terrorizzati per l’intensità di capitale che richiede questo progetto, a cui serve 1 milione come seed, cifra che in Italia si accosta al Round A. Avevo anche trovato due piccoli fondi disposti a fare i co-investitori coprendo il 50% a condizione che avessi trovato il lead investor. Ma appunto, vuoi per dimensione e vuoi per propensione, in Italia semplicemente non ci sono operatori del genere, men che meno capaci di fare il lead. E non puoi andare a bussare all’estero senza trasferire l’azienda, perché un lead investor estero ci vorrebbe giustamente nei suoi paraggi. Quindi, la scelta era tra espatriare e fare crowdfunding. Abbiamo optato per questo, ma ridimensionando la raccolta per finalizzarlo solo all’attività di flotte business. Nel frattempo stiamo parlando con un partner industriale per il lancio consumer, ma in generale stiamo costruendo un’operazione molto complessa di cui non posso dare tutto lo scenario. Posso solo chiudere l’argomento dicendoti che ho la certezza che Scuter sarà uno dei prossimi unicorni italiani, cosa che dimostrerà a molti come la via per gli unicorni è quella del rispettare le practice internazionali».

Cosa seguire bene (e cosa fare) nel 2017

Sempre a proposito del mercato dell’innovazione italiano, c’è un settore in cui, secondo te, possiamo fare la differenza?
«In tantissimi settori in cui l’Italia è eccellenza come industria o come ricerca. Salla filiera agroalimentare, all’energia, all’innovazione sociale, a tutto ciò che è qualità e stile di vita, alle scienze della vita, le tecnologie aerospaziali, la nautica, le telecomunicazioni, l’intrattenimento, i trasporti, l’economia del mare… Si tratta di cominciare davvero, di agganciarci ai modelli internazionali adottandoli veramente, senza reinventare la ruota ed avendo il coraggio di isolare i millantatori e i venditori di fumo».

Augusto Coppola dice che tu sei uno bravo ad anticipare i trend. Diccene uno o anche di più per questo 2017…
«Se intendi quale sia il trend italiano, è sempre più quello di agganciarsi ai trend internazionali ed entrare in rete con i grandi poli dell’innovazione con cui bisogna scambiarsi informazioni in tempo reale. Poi mi auguro che finalmente si vada verso una riorganizzazione dell’ecosistema che consolidi il ruolo di Roma e Milano come hub dove accelerare, raccogliere investimenti ed internazionalizzare, e di tutte le altre città universitarie che si specializzino nel far emergere talenti e progetti che dopo essere cresciuti negli hub riportino in questi luoghi i centri di sviluppo. Questo è il modo per fare sistema e battercela internazionalmente».

Aldo V. Pecora
@aldopecora

3 Commenti a “Carnovale (Roma Startup): «L’Italia non aiuta le startup, anzi gli complica la vita. Ora basta, serve pulizia!»”

  1. Paolo Di Pietro

    Ciao Gianmarco,

    Ricordi quando ti presentammo per la prima volta un prodotto per un finanziamento di tipo VC?
    Ricordo che dicesti che in Italia deve essere tutto downgraded di almeno un livello.
    E noi a sostenere che, se ti servono 2 milioni di euro per partire, non è che perchè siamo in Italia di puoi accontentare di 200.000.

    Mi fa piacere vedere che dopo 5 anni da quel confronto/scontro ti sei finalmente allineato nel dire che il modello italiano alle startup è (era, è stato e forse sempre sarà) una …. cagata pazzesca!!!!

    Ciao

    Paolo

  2. Marino Maronati

    Passa piú tempo sul web che é impossibile che sia un esperto di quello che fá ! .. infatti se solo andate a vedere la stronzata della moto elettrica a tre ruote per ROma di cui lui é un promotore capite il tipo che é. Un disastro mobile.
    Si pittura da dio! stupendo in quello! Un travestito di leva figlio di papá dove non ha mai rischiato niente di fisico suo, ma tutto mentale. Infatti la sua storia é un continuo cambiare posizioni (facendo finta di essere sempre il solito ahahah): il tutto sfocia che é a Supporto di ogni singola Giunta! solita italianitá da mettiamoci d’accordo almeno guadagno qualcosa, invece di definire chi ha moralitá e chi non ce l’ha proprio, come partenza.
    E’ il dio del trattamento rapporto quando le intelligenze vanno dal 5 al 7 come scala a spanne di valori: non ha genio (quello che serve per nuove vie, e anzi la mediocritá lo fá sempre sballare nel generare opinioni che restano nel tempo. Poi il grande trucco, non si umilia mai, ma mischia sempre complicazioni complesse cosi i suoi scarsi dipendenti mentali abboccano e il seguito é sigillato.
    Cosa da morir dal ridere (sono uno statistico di testa e mi ricordo tutti i dati di base) gli scrissi su FB che si possono fare dei grandi soldi spettacolari facendo sempre il contrario di quello che sono le sue idee. Questo non é mai andato da nessuna parte e non andrá mai.
    Peró adora parlare quindi ce lo ritroveremo sempre a rompere i cozzioni a chi fá veramente.

  3. Marino Maronati

    ahahahah l’ho letto solo ora ! la prova di quel che dico sopra! ahahahahahahah bellissimo!

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