I veri numeri di Italia e Francia sulle startup, confrontati

A calcio non c’è storia, ma sulle startup la Francia è ancora molto lontana per l’Italia. Perché? Quali sono le differenze tra i nostri ecosistemi? Abbiamo cercato di capirlo con due fonti dirette d’eccezione

Come finirebbe Italia-Francia se si giocasse sul campo delle startup oggi? Lo abbiamo chiesto al tech evangelist Omar Mohout, imprenditore, blogger di VentureBeat, ma soprattutto consulente di startup e investitore. E a Tiffany Ziller, responsabile del dipartimento Ricerca e Innovazione dell’Ambasciata di Francia in Italia. Mohout fa un’analisi mettendo a confronto i due ecosistemi. Vediamo come il nostro Paese ne esce fuori, cosa facciamo meglio o peggio rispetto ai cugini francesi.

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Italia e Francia, i numeri degli ecosistemi per Venture Beat

«L’Italia è un ecosistema che punta per gran parte sul B2C (solo il 36% delle startup analizzate fanno B2B). Al contrario, la Francia è focalizzata nel 57% dei casi monitorati sul B2B», dice Mohout che poi elenca una serie di fattori di differenziazione tra i due Paesi. I settori principali per scaleup in Italia sono HealthTech, eCommerce, FinTech, FoodTech, Turismo e Retail. In Francia sono l’AdTech, il FinTech, FoodTech, Turismo e Retail.

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Omar Mohout

A investimenti fanno 10 volte più di noi

– Le scaleup francesi hanno raccolto 2,2 miliardi di euro nel 2016, le startup italiane sono ferme a 180 milioni. «Un dato non incoraggiante perché sono meno soldi raccolti rispetto a Paesi come la Danimarca, la Svezia, i Paesi bassi, il Belgio, l’Irlanda e la Svizzera», continua Mohout.

– La cifra media raccolta in Francia è pari a 6,8 milioni (12 esima posizione in Europa). Mentre in Italia è 3,3 milioni (20esima posizione).

– Il funding complessivo delle startup francesi è così diviso: il 58% sono round di serie A, il 12% di serie B e il 2% è ottenuto via crowdfunding. In Italia il 44% dei funding riguarda round di serie A, il 15% di serie B, mentre il crowdfunding non ha ancora un peso rilevante.

Per gli spin-off 3 volte più forti noi

«Sei scaleup italiane vengono fuori da spin-off universitari Cnr di Lecce (Echolight), Istituto Italiano di Tecnologia (Movendo), Politecnico di Milano (Zehus & Leaf Space), Università di Milano (Newronika ) & Università di Pisa (BioBeats). Le spinoff rappresentano il 15% di tutte le scaleup italiane, mentre in Francia siamo intorno al 5%. Le università italiane stanno facendo meglio di quelle francesi», spiega Mohout.

– Ultimo dato sulle differenze quello sulla media delle risorse umane impiegate, 25 in media in Italia contro i 46 in Francia.

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In cosa siamo vicini

Ci sono anche delle similitudini tra i due Paesi secondo i dati di Mohout.

–  Le startup che ottengono un round di serie A in Italia e Francia sono state fondate in media nel 2012.

– Il 64% delle scaleup italiane hanno sede a Milano, allo stesso modo il 64% delle francesi ha sede a Parigi: «In entrambe le nazioni l’ecosistema delle startup è concentrato in una città», sottolinea Mohout.

– 25 scaleup italiane nascono da programmi di accelerazione: TOK.tv (Techstars), Zehus (M31), Leaf Space (PoliHub), Depop (H-FARM) & CoContest (Luiss Enlab). Il 13% di tutte le scaleup italiane. Percentuale simile in Francia, dove il 16% delle scaleup viene fuori da percorsi di incubazione.

Il primo investitore di Francia, il governo

Mohout opera un confronto tra gli investitori francesi e quelli italiani.

– I più attivi in Italia sono Innogest (8 deal), 360 Capital Partners (5 deal in startup italiane, il fondo investe in altri mercati), Invitalia Ventures (11 deal) e P101 (10 deal). Dati a dicembre 2016.

– Gli investitori più impegnati in Francia sono BPIFrance (80 deal), MAIF Avenir (11 deal), Kima Ventures (16 deal) e Xavier Niel (12 deal).

«Il governo francese è il più grande investitore in Francia, ma questo succede anche in altre parti d’Europa, come accade in Belgio e Germania. Meno attivo finora il governo italiano con Invitalia Ventures», spiega Mohout.

Francia vs Italia: come si colma il gap

«L’ecosistema delle startup italiane ha bisogno di fare lo scaleup. C’è bisogno di più programmi di accelerazione, eventi, capital, e normative per agevolare il Fisco e pratiche di finanziamento alternative come il crowdfunding», spiega Mohout.

Secondo il tech evangelist il nostro Paese d’Europa è quello dove il “potenziale innovativo” è più sottoutilizzato e trova meno canali per esprimersi:

«L’ecosistema italiano dovrebbe puntare sui suoi punti di forza, la nascita di grandi brand per i consumatori, lifestyle, turismo, cibo, sport e manifattura. A guidare il processo innovativo deve essere il governo. Tuttavia, gli attori dell’ecosistema devono impegnarsi maggiormente per costruire community dal basso, connettersi e crear sinergie con i migliori hub del mondo», conclude Mohout.

Palazzo Farnese (Roma), sede dell'Ambasciata di Francia in Italia

Palazzo Farnese (Roma), sede dell’Ambasciata di Francia in Italia

L’INTERVISTA

Ziller (Ambasciata francese): «La causa del gap? Le politiche pubbliche»

Per capire meglio le diffenze tra i due ecosistemi abbiamo intervistato Tiffany Ziller, Addetta Ricerca e Innovazione, per l’Ambasciata di Francia.

Quale la differenza tra i due ecosistemi?
«Innanzitutto, la dimensione. In Francia, si è investito nel 2016 1,5 miliardi di dollari di VC nelle startup, è il secondo ecosistema in Europea in termine di investimenti. In Italia, 217 milioni di euro secondo i dati dell’Osservatorio High-Tech del Politecnico di Milano. In Francia si stima che sono state create circa 10 mila startup negli ultimi 5 anni. Anche le strutture di accoglienza e di sostegno alle startup sono molto numerose. Si conta nelle sola città di Parigi non meno di 100 mila metri quadri dedicati alle startup ai quali si aggiungeranno a breve i 34 mila metri quadri di Station F, il più grande campus di startup al mondo che aprirà le sue porte ad aprile ».

Perché questo gap?
«Il principale motivo di tale differenza risiede nelle politiche pubbliche attuate nel campo dell’innovazione. Il governo ha sviluppato da anni ormai una politica di sostegno alle startup che sta portando i suoi frutti. Esistono oggi più di 40 misure per incentivare l’innovazione e sostenere la creazione e la crescita di startup innovative. Per citarne una, lo statuto di “giovane impresa innovativa”, riservato alle PMI di meno di 8 anni che spendono almeno il 15% delle spese deducibili nell’ambito di questa misura in ricerca e sviluppo, consente di beneficiare di tutta una serie di incentivi fiscali. Anche il Credito d’Imposta per la Ricerca, uno dei più generosi al mondo (5,5 miliardi nel 2016), è un fattore di forte attrattività per gli investitori e uno strumento molto utile per le startup. La Banca pubblica d’investimento (BPIFrance) ha anche programmi di finanziamento mirati per le startup e i progetti industriali innovativi.

La French Tech

Altra differenza è la presenza in Francia di numerosi grandi gruppi che investono nelle startup (corporate venture capital) in un ottica di open innovation, ormai ben integrata nelle strategie aziendali.

Terza differenza, la volontà di federare l’insieme dell’ecosistema sotto un unico marchio, la French Tech che permette di dare maggiore visibilità alle startup all’estero, di presentarsi come “squadra Francia”».

Cosa può imparare l’Italia dalla lezione della Francia?
«Senza parlare di lezione, proprio il modello della French Tech potrebbe essere d’ispirazione per l’Italia, ma più generalmente per l’Europa. Con la French Tech abbiamo maggiormente strutturato gli strumenti a supporto delle startup cosi come l’ecosistema sul territorio, con il riconoscimento di specializzazioni per i vari ecosistemi locali, ma abbiamo soprattutto aiutato le startup francesi a presentarsi all’estero, con facilità di partecipazione ai grandi eventi e di accesso ai mercati esteri attraverso i French Tech Hub. Questi ultimi sono delle comunità di startup, investitori, imprese high-tech francofoni riconosciuti in 22 metropoli del mondo, tra cui Milano, che possono fungere da vero Hub per le startup francesi interessate a svilupparsi su quei mercati».

Cosa invece l’Italia può insegnare alla Francia?
«Direi che lo statuto di « startup innovativa » introdotto qualche anno fa dal governo italiano è molto interessante perché propone una serie di agevolazioni che coprono vari ambiti fornendo alle startup un “vestito” su misura per quelle che sono le loro esigenze. Non abbiamo a momento uno strumento cosi completo in Francia. Lo statuto di “Giovane Impresa Innovativa” contempla solo l’ambito fiscale».

Quali sono le startup più interessanti in Francia, ad oggi?
«Se guardiamo il top dei round d’investimento per il 2016, troviamo startup come Deezer,  Teads, MedDay, Drivy, Eye Tech Care. Ma ci sono anche le promettenti, come Hatsh che si propone come “incubatrice” di giovani artisti, You2You, una piattaforma di consegna collaborativa, Flyoff che si posiziona sul mercato dei viaggi lastminute con un approccio innovativo, SoundGrabber  una app di condivisione di suoni geolocalizzati, Kokoroe che propone corsi a domicilio in vari settori, Hubware il servizio cliente nuova generazione, Sea Bubbles che ha sviluppato un concetto di veicolo a bolla, Plume Labs l’app che permette di ridurre la propria esposizione all’inquinamento…».

@giancarlodonad1

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